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15 giugno 2010

Pensare realistico o pensare positivo?

Chi è preda della timidezza o dell’ansia sociale è schiavo di pensieri e valutazioni all’insegna del pessimismo, vede le cose in termini di fallimento in agguato, brutte figure pronte a farsi strada per ridicolizzare o annichilire le proprie vittime, un mondo fatto di individui che non aspettano altro che sputare sentenze senz’appello di sorta, ad appiccicare etichette vitalizie o a far sprofondare all’inferno i poveri cristi. Pensieri in negativo che spingono a vedere la propria vita in bilico tra il precipizio fatale ed un’esistenza di sofferenza, di solitudini, di fughe, di rinunce dolorose e meste, una ininterrotta sequenza di arrese.
Sappiamo che l’insieme di idee e considerazioni tragiche che alloggiano nella mente sono frutto di condizionamenti che segnano la vita di una persona sin dai sui primi vagiti.

Ci sono molti autori che ti direbbero “pensa positivo”, a me viene da rispondere napoletanamente “è na’ parola!”, oppure “tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare”.


Il pensare positivo presuppone sempre il migliore degli scenari possibili, ma nella vita reale, sappiamo bene che ciò può accadere solo in qualche caso. a qualcuno, magari, potrebbe anche riuscire, se si fa fare il lavaggio del cervello, rinunciando alla sua personalità, alla sua identità; ma per gli altri, fallire in questo tentativo, significherebbe sprofondare in una crisi ancora maggiore, farlo cadere in uno sconforto nero, a rafforzare proprio quelle credenze generatrici del pensare oscurantista, ad indurlo all’abbandono di ogni tentativo di reazione e far crollare ancora di più il proprio livello di autostima: la ragione è semplice, i pensieri automatici sono profondamente radicati nella mente interiore e quindi nel sistema cognitivo. solo un lavoro certosino di messa in discussione dei cattivi pensieri e la loro sostituzione con altri in grado di leggere la realtà in modo verosimile, possono produrre risultati stabili nel tempo.
Passare dal pensare negativo a quello positivo, significa saltare da un eccesso all’altro, significa costruire un nuovo sistema di credenze a loro volta non confacenti con la realtà, cioè inadeguate, sballate, che potrebbe avere come conseguenza, il formarsi nel tempo, di un nuovo pessimismo più squilibrato del precedente.
Il pensiero positivo ha una visione del mondo tutto rose e fiori, non ammette difficoltà, non ammette che le cose possono non andar bene, non ammette le mezze cose, non ammette soluzioni o esiti alternativi alla “grande riuscita”, al successo, è come dire che esiste solo il bianco, che il nero, i grigi e tutti gli altri colori non esistono. Inoltre proprio perché troppo “solare”, non impedisce di ricadere nei cattivi pensieri, è sufficiente un’esperienza in cui non si raggiunge l’obiettivo prefissato ed il paradiso appare per quello che è: un’illusione che porta un carico nefasto.
Ad essere onesti, il pensare positivo può produrre buoni risultati nel breve periodo, il problema e che non regge nel tempo, non provoca miglioramenti stabili; poiché quel che si tenta di fare è una recita, fingere convincendosi che le cose possono solo andar bene.

Diversamente il pensare realistico permette di vedere la realtà da più angolature, non esclude la varietà degli esiti possibili, ma non trasforma quelli negativi in catastrofi, offre un ampio ventaglio di possibilità e perciò ti indica anche delle vie di “fuga”, il piano b, per fare una battuta.
Essere ottimisti non significa vedere le cose proiettate sistematicamente verso la luce, ma lasciar spazio alla speranza, all’idea che raggiungere ciò a cui si ambisce sia possibile, sia probabile, sia alla portata dei nostri mezzi.
Non bisogna dimenticare che una ristrutturazione cognitiva, non può porsi come obiettivo quello di costruire credenze scollegate dal mondo reale, ma al contrario capaci di “dialogare” con la realtà.

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