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22 luglio 2010

Quando i timidi sono perfezionisti

Escher: relatività
Quella della prestazione, è spesso il patema d’animo del soggetto timido. Si presenta quando bisogna fare una presentazione di un progetto, una relazione di lavoro, prendere la parola ad un convegno, oppure nelle circostanze in cui ci si appresta a sostenere un esame o ad affrontare un colloquio di lavoro, se si ha da fare una performance come suonare, cantare o ballare. In tanti di questi contesti sociali, la presenza di una pluralità di persone costituiscono un fattore di accentuazione dello stato ansioso.

Come per tutte le situazioni ansiogene, a scatenare il malessere sono i pensieri, figli del sistema cognitivo.
Alla base, dunque, ci sono credenze che, a seconda dei casi, vertono su considerazioni del tipo:
  • Il proprio valore dipende dall’approvazione e dal giudizio altrui;
  • Il non essere perfetti, precisi, efficienti, è una dimostrazione di inettitudine, di incapacità, di nullità;
  • Il commettere degli errori è una prova di incompetenza, di inadeguatezza;
  • Qualsiasi errore, imprecisione, farfugliamento, incespicamento, induce gli altri inevitabilmente a giudizi negativi;
  • Che la vita scorre su di un filo di lana oltre il quale c’è il baratro;

Da qui la necessità, fortemente avvertita, di essere sempre il migliore, di non commettere mai degli errori, di avere sempre una preparazione senza falle, di dover riscuotere obbligatoriamente apprezzamento e approvazione da parte degli altri, ma anche alla necessità di dover pensare continuamente al perenne rischio di fallimento, di pericolo, di paura, di disapprovazione, di esclusione.


Doverizzazioni che impongono standard prestazionali molto elevati e che talvolta rasentano persino l’impossibile, l’inumano.
È chiaro che di fronte a queste logiche, non possiamo che incontrare pensieri dicotomici o catastrofizzanti  che giustificano i comportamenti che vengono messi in atto.
Gli individui che vivono questa condizione vanno incontro all’eventuale timore per le probabili manifestazioni fisiologiche tipiche della timidezza come il rossore in volto, l’eccessiva sudorazione, il tremore; in particolare la paura che durante la prestazione possa verificarsi il rossore in volto è fonte di vero e proprio terrore, poiché rappresenta l’esternazione pubblica del proprio status emotivo e psicologico che viene considerato, da questi soggetti, come un segnale di debolezza e pertanto di inettitudine e nullità: una tale eventualità significa, per queste persone, andare incontro alla catastrofe, all’essere giudicati negativamente dagli altri, all’essere oggetto di umiliazioni.

In genere questi soggetti tendono ad essere ipercritici verso se stessi, basta anche una minima sbavatura nella loro prestazione, perché sentano di aver fallito su tutta la linea, di aver fatto una gran brutta figura, poco importa se i contenuti erano di buona qualità: sono portati a sminuire se stessi ed il proprio operato.
I tipi di comportamento relativi a tali problemi sono sostanzialmente due, l’evitamento tout court e l’elusione parziale; quest’ultima, utilizzata perché  considerata utile per tenere sotto controllo l’ansia, consiste in azioni rituali, piccoli movimenti “nervosi”, parliamo ad esempio dell’uso di alcolici, manipolazioni di oggetti, memorizzazione preventiva di interventi da fare.

I percorsi terapeutici, che più di altri, ottengono buoni risultati sia in per questa casistica che per altre, sono incentrati su due livelli di intervento: il primo consiste nel lavorare sul sistema cognitivo, con l’obiettivo di giungere ad una invalidazione “riuscita” delle credenze che sono alla radice del problema, il che significa il loro aggiornamento o sostituzione attraverso l’elaborazione di alternative convincenti. L’altro livello è l’agire sui comportamenti correggendoli ed operando con gradualità secondo un ordine crescente di difficoltà e l’ausilio di tecniche di rilassamento per ridurre o eliminare l’ansia procurata dalle situazioni “critiche”. Certamente non si tratta di percorsi rapidi ed i tempi variano da soggetto a soggetto ma anche in relazione al grado di complessità del caso.

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