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13 ottobre 2010

Il circolo vizioso della timidezza

La timidezza e l’ansia sociale in generale, si autoalimentano.
In una persona timida quando sta per vivere una situazione ansiogena, cominciano ad affiorare pensieri che riflettono la sua condizione psicologica, parte di essi vengono alla mente, senza che il soggetto abbia svolto alcun lavoro di ragionamento razionale e spesso non vi è nemmeno piena coscienza, sono i pensieri automatici. Indipendentemente se questi siano auto eseguiti o meno, basta ad innescare un processo che si conclude con le valutazioni, talvolta inconsce, operate ad azione conclusasi con il comportamento che determina la fine della situazione.

I pensieri iniziali riguardano l’idea che si ha di sé, in merito alle abilità che si posseggono nell’esperire quella data situazione, o all’idea che si ha degli altri, riferita alle loro disponibilità, questa fase corrisponde all’analisi delle potenzialità, dei mezzi disponibili e della congiuntura

Le idee del se, non sono mai positive, sono sempre improntate verso l’inadeguatezza.
Giacché il sistema cognitivo ha la funzione principale di valutare le possibili conseguenze di un’azione, per determinare un comportamento appropriato al raggiungimento degli obiettivi posti, accade che, la fase immediatamente successiva all’analisi dei mezzi disponibili, è la previsione degli esiti seguenti alla partecipazione del soggetto agli eventi. Il pronostico di quest’ultima fase, non è percepita come ipotesi ma appare come certezza, ed è sempre negativo. 

A questo punto l’individuo timido entra in uno stato ansioso e si manifestano i sintomi fisici caratteristici della timidezza e tipici della risposta fisiologica propria del soggetto, nei casi di fobia può subentrare vero e proprio terrore. Alcuni sintomi fisiologici possono anche far parte nel novero dei pensieri anticipatori dell’ansia, o contribuire ad alimentare ulteriormente quest’ultima; accade, in genere, quando si teme che tali sintomi possano essere visibili agli altri, come ad esempio il rossore, l’eccessiva sudorazione, il tremore: la persona timida vive sempre con imbarazzo la visibilità del proprio stato ansioso, fino a giungere a comportamenti goffi o impacciati, come reazione a tale condizione di difficoltà.

Consegue un comportamento che può essere d’evitamento, di fuga o d’inibizione (vedi art. “Problemi di timidezza: le azioni nei comportamenti sociali”).
l’individuo timido, quando si trova durante la situazione, concentra tutta l’attenzione su se stesso, valuta il suo comportamento che non gli appare mai adeguato alle circostanze anche quando è del tutto normale o esemplare, avverte gli altri come presenza giudicante della sua persona o anche invasiva della propria interiorità, soppesa l’incidenza dei suoi sintomi fisici e gli effetti che può produrre la loro visibilità, si auto giudica come se fosse altro da sé ma pienamente in balia delle proprie emozioni. In tale condizione, sia il livello dell’ansia, sia l’intensità dei sintomi fisici, tendono ad aumentare ed egli tende ad avere degli atteggiamenti di sicurezza (vedi nota precedente).

La conclusione della prestazione o partecipazione all’evento è anche l’occasione, per l’individuo timido che l’ ha vissuta, per una valutazione finale che è sempre negativa, essa prescinde da dati oggettivi ma poggia sulle sole percezioni personali.
Comportamento evitante, fuga e valutazione finale negativa della prestazione, hanno in comune lo stesso identico epilogo: il rafforzamento delle convinzioni negative di se stessi, e quindi la conferma di quelle idee negative del sé entrate in gioco quando l’evento stava per presentarsi, il ciclo si chiude in modo circolare ed il sistema cognitivo resta immutato come impianto ipotetico della realtà, perpetuando se stesso. Nella figura sottostante è rappresentato l’andamento circolare dell’insorgenza e del mantenimento della timidezza.



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