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28 gennaio 2011

Le cause della timidezza: il mancato apprendimento

La cosa può sembrare strana, ma molti dei problemi che incontrano le persone timide nelle relazioni sociali, sono dovuti al fatto che non sanno come o cosa fare, cioè non hanno appreso modi di comportamento relazionale.

Ma l’apprendimento di cui parliamo, cos’è? Il concetto di apprendimento è strettamente legato al comportamento, che in psicologia è, non solo ciò che si fa, ma anche ciò che si dice. Quello che deve essere appreso è proprio il comportamento.

Mariuccia: Timidezza
Ogni tipo o forma o modo di comportamento, per poterlo attuare, bisogna conoscerlo; questo sapere viene appreso attraverso una pluralità di modi: con l’osservazione, l’imitazione, con l’emulazione, con l’associazione per similitudine, con l’ascolto, attraverso le percezioni sensoriali, per mezzo delle esperienze dirette o indirette, tramite persone ritenute punto di riferimento da cui imparare e da imitare.

L’essere umano apprende a rapportarsi agli altri, proprio per mezzo delle varie modalità possibili, sin dalla nascita. Ma quali sono le cause del mancato apprendimento?

Carenti modelli di comportamento: Nell’età infantile, i genitori e i familiari in genere, costituiscono il riferimento principale da cui si apprende a comunicare ed a relazionarsi. I bambini vedono i genitori come figure sapienti, sagge, che sanno cosa e come fare, e pertanto sono esempi viventi da imitare. Quando le figure tutoriali di riferimento sono carenti di modelli positivi o assertivi di comportamento, viene a mancare al bambino la fonte principale di apprendimento.

Genitori troppo protettivi o apprensivi: In questi casi il bambino viene privato di quelle esperienze dirette, attraverso le quali apprende la misura ed i limiti reali dell’agire nella libera espressione, inoltre acquisisce la convinzione di non essere sufficientemente adeguato, per cui sente la necessità di porsi sotto la tutela e la guida altrui. Questo delegare fa sì che egli non ricerchi, autonomamente, modalità per rapportarsi agli altri, di essere auto determinante, indipendente.

Scarsa socializzazione: Un bambino cui non viene data la possibilità di frequenti relazioni con altri suoi pari con cui giocare o svolgere altre attività, non apprende i modi di far conoscenza e farsi conoscere, né i modi con cui gli altri si presentano, fanno conoscenza e si rapportano. I bambini relazionandosi tra loro, creano modelli comportamentali che vengono adottati dal gruppo e diventano segni distintivi di riconoscimento e socializzazione. Un bimbo che non apprende le forme del relazionarsi, tende ad isolarsi, a stare per conto suo e ciò favorisce il percepirsi come un soggetto non interessante, o percepisce gli altri come non disponibili, egli dunque da un lato avverte una propria inabilità, non amabilità, da un altro lato vive il mondo esterno come qualcosa di distante, avverso, escludente.

L’espressione dei sentimenti: L’apprendimento di quest’attività è da collegare soprattutto nella trasmissione modale dei genitori. La repressione di comportamenti come il piangere, mostrare dolore, gioia e le varie altre forme espressive di stati emotivi e di sentimenti, fanno sì che il bambino non impara a comunicare, esternare, esprimere le proprie emozioni che restano prigioniere nel suo mondo interiore. L’atteggiamento della non manifestazione dei sentimenti diventa subito un’abitudine, una consuetudine del vivere quotidiano, che conduce all’inclinazione verso una forma mentis che diventa precetto culturale. Un genitore che dice più volte o tenta addirittura di insegnare premeditatamente, al proprio figlio, il principio che chi piange è un debole o roba del genere, lo danneggia gravemente. Una persona che non riesce ad esprimere sentimenti ed emozioni, ha una pesante limitazione nella creazione di relazioni umane sia sentimentali ed affettive, sia amicali.

Genitori ansiosi: Come precedentemente detto, il bambino apprende dai genitori molti comportamenti per simulazione ed imitazione. Quando le figure tutoriali sono ansiose, depresse ecc. i loro comportamenti riflettono inevitabilmente tale condizione, ed il bimbo apprende non solo quei comportamenti, ma anche a percepire e vivere determinate situazioni in modo apprensivo, ansioso. Giacché il modo di pensare di un soggetto ansioso, relativamente alle situazioni apprensive, sono espressione di credenze disfunzionali, il bimbo assorbe anche quelle convinzioni facendole proprie, e che vanno a far parte del suo apparato cognitivo.

Risulta evidente che il mancato apprendimento ed i comportamenti che ne conseguono non sono da considerarsi sinonimi di basso quoziente di intelligenza, di incapacità naturale, assenza di potenzialità espressive, di stupidità. Quello che emerge è che non si compiono certi comportamenti perché non si conoscono, o non si sono esercitati.

2 commenti:

  1. Salve,
    ci potrebbero essere casi in cui l'apprendimento sia nullo? Cioè l'apprendimento di modi di comportamento relazionali si valuta in "bianco" o "nero" oppure ci potrebbero essere delle "sfumature di grigio"?
    Una persona che non abbia sufficientemente appreso dei modi di comportamento relazionali (o non li abbia appresi affatto, il nulla) se riesce a sconfiggere la timidezza può comunque riuscire a socializzare?
    D'altronde si socializza almeno in due magari quella persona prenderà pochissime inziative ma può riuscire comunque a socializzare... o sbaglio?

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    Risposte
    1. L’apprendimento di modelli di relazione sociale può essere nullo solo se cresci in una foresta come Tarzan o se hai una menomazione cerebrale che ti impedisce di apprendere. Diversamente non è possibile non apprendere, ma è possibile apprendere modelli errati, distorti, disfunzionali; oppure, è possibile apprendere i giusti modelli di relazione ma in modo o quantità insufficiente.
      Quindi ipotizzare dicotomicamente sull’apprendimento è un errore.
      Riguardo l’altro tuo quesito, ti faccio notare che sconfiggere la timidezza significa, necessariamente, mettere fuori gioco l’inibizione ansiogena e soprattutto depotenziare la forza delle credenze disfunzionali o la loro sostituzione.
      Ciò implica avere un sistema cognitivo flessibile e aperto ai mutamenti, quindi anche meglio disposto ad apprendere e mettere in atto nuovi modelli di comportamento.
      Come ho scritto nella precedente risposta, le abilità sociali si apprendono, e lo si può fare sempre: quel che serve è porre l’attenzione verso i modelli funzionali altrui, curiosità, impegno, procedere per “prova ed errore”.
      È chiaro che se non hai sufficiente conoscenza di abilità sociali, se non le apprendi e le eserciti, continui ad avere difficoltà nelle relazioni. È per questo che sono stati concepiti i training di assertività. Ma questi, funzionano se si comprende e accetta la cultura assertiva, se ci si esercita con continuità e se la si esercita.
      Come saprai, ho scritto un manuale teorico e pratico sull’assertività, ma la sua semplice lettura sarebbe del tutto inutile se a essa non seguirebbe l’applicazione o l’esercitazione, nella vita reale, di quanto, tecniche e principi, si è letto.

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