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10 febbraio 2011

Ansia: cosa e perché

Nel precedente articolo ho definito l’ansia come la risposta ad una condizione mentale che produce pensieri, valutazioni e previsioni, tutte di segno negativo.
Ma perché viene l’ansia? A questa domanda si può rispondere in vario modo, secondo diversi punti di vista, e che pertanto a mio parere, sono da considerarsi complementari tra loro.
Penso che sia bene fare qualche ragionamento su ciò che la provoca, e di porci quindi un'altra domanda. Cosa accade prima che sovviene l’ansia?

Quando un individuo timido viene a trovarsi in una situazione per lui difficile da vivere o da gestire, la sua mente è pervasa da una serie di pensieri che svolgono le funzioni di valutazione della circostanza, valutazione dei propri personali mezzi, previsione dei possibili esiti ad ipotetiche azioni che egli potrebbe attuare. L'operazione che il soggetto svolge è dunque un processo "istruttorio" che ha come finalità lo stabilire il comportamento e le azioni più consone al raggiungimento dell'obiettivo che si vuol perseguire.
Giacché una persona timida assegna ai suoi processi mentali istruttori, sempre dei valori negativi, inevitabilmente riceve da questi, l'indicazione di trovarsi in una situazione di rischio.

Perché viene l’ansia?

René Magritte: presenza della mente
Tutti sappiamo che il nostro organismo è dotato di sistemi di difesa che si esplicano attraverso meccanismi che possiamo chiamare di avviso, allarme, indicatori di disfunzione: sono sintomi che si manifestano in forma emotiva o fisiologica.
L'ansia è un sintomo che ci avverte di una condizione di pericolo, essa è un indicatore di rischio il cui compito è di indurre un comportamento che allontani o estingua il pericolo.
Per le persone timide, l'ansia si traduce in un avviso di rischio sociale, emesso dal sistema cognitivo, che tende a salvaguardare il proprio equilibrio interno e mantenere l'attributo di validità, nei confronti delle credenze chiamate in causa nella specifica situazione in cui il soggetto timido è, o sta per essere, coinvolto.

Non a caso l'attuazione del comportamento, conseguente all'intero processo mentale istruttorio svolto dal soggetto timido, si ha dopo il manifestarsi dei sintomi indicatori dello stato di rischio. L'ansia è tale che chi ne viene colto, la vive con preoccupazione ed ulteriore ansia, tant'è che il suo obiettivo immediato diventa quello di liberarsene; giacché essa è collegata con la situazione "pericolosa", il comportamento che viene posto in essere, ha come obiettivo, l’allontanare la condizione di rischio, per mezzo dell’evitamento, della fuga, o dell’elusione parziale.

L'ansia è innata, nel senso che questo tipo di sintomo fa parte del nostro armamentario. Oggi si pensa che la propensione ad un suo manifestarsi con facilità o con una maggiore frequenza, possa essere anche di origine genetica, e in tal caso dovremmo parlare di predisposizione genetica all'ansia. Gli studi di Kennet Kendler (1992) e di Jerome Kagan (sono ancora in corso) ci fanno ritenere valida una tale ipotesi, ciò che pure emerge da questi lavori, è anche la forte incidenza dei fattori ambientali, soprattutto familiari, nella manifestazione dell'ansia patologica.

Nel precedente articolo pubblicato su questo sito, facevo notare un ulteriore aspetto legato al condizionamento psicologico e all'apprendimento. Infatti, l'ansia si configura anche come condizionamento operante.

Possiamo dunque concludere che l'ansia:

  • È la risposta ad una condizione mentale.
  • È uno strumento innato di allarme della specie umana (forse del mondo animale).
  • Entra nel meccanismo del condizionamento operante.
  • La forma patologica può avere un’origine genetica.


Gli strumenti per far fronte a questo che per molti è un dannato problema sono sostanzialmente tre: il rilassamento muscolare progressivo (rmp), il training autogeno, l'ipnosi. Chi fosse interessato a ciò, può leggere l'articolo, dedicato al rilassamento e che ho pubblicato nel luglio 2010; così come può scaricare gratuitamente il training autogeno e l’rmp.

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