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17 febbraio 2011

Il pensare dei timidi – prima parte

Ho più volte affermato che la timidezza (l’ansia sociale in generale) esiste solo e soltanto in relazione ai rapporti sociali, che fuori da tale sfera non ha alcuna ragion d’essere. Ciò significa che l’essere umano può essere timido solamente quando ha a che fare con altri esseri umani.

Questa considerazione di base, ha un’implicazione molto importante: tutto ciò che non afferisce ad attività che prevedono relazioni interpersonali, non subisce l’influenza determinante dell'ansia sociale.
Da qui discende l’osservazione che non tutte le idee e le riflessioni di una persona timida possano scaturire da questa sua condizione o esserne l'espressione. Non è un caso che molti individui timidi, nella vita, siano stati o sono protagonisti nella storia della conoscenza, delle scienze, dell'arte e dei mestieri.

Salvador Dalì - segnali di angoscia
Va anche precisato che non tutti i pensieri di un soggetto timido, sono influenzati da tale condizione, nelle sue attività di relazione sociale.
La timidezza può manifestarsi in relazione sia ad un unico tipo di situazione, sia ad una pluralità di tipi di circostanze; questo significa che i pensieri condizionati sono quelli riferiti alla percezione e considerazione di sé, in termini di abilità o accettabilità da parte degli altri, relativamente alle questioni mentali che sono oggetto della situazione ansiogena.
Va da sé che nelle situazioni in cui non si avverte disagio sociale, il pensare non riflette condizioni emotive legate a stati ansiosi che si manifestano, invece, in altri e diversi tipi di circostanze.
Tutto questo accade perché il sistema cognitivo è un insieme di credenze, modelli previsionali e di valutazione, inerenti una pluralità di esperienze e apprendimenti.

Non esiste una credenza unica di sé, ma una pluralità di schemi del sé interagenti tra loro e che riguardano diversi aspetti. Il loro essere interagenti non implica necessariamente un’interrelazione deterministica o condizionante, molto dipende dagli stimoli esterni che intervengono nel corso degli eventi.

Un individuo può percepirsi inabile rispetto a certe attività, e abile riguardo ad altre, e quindi manifesta idee e comportamenti distinti, in base a come valuta le proprie competenze.
Le idee, i pensieri, le convinzioni, figlie della timidezza, e dell’ansia sociale in generale, fanno riferimento a se stessi, ai comportamenti altrui, alle idee che coinvolgono questi soggetti in modo attivo.

Le idee legate ad aspetti tecnici e/o professionali, le idee filosofiche che non riguardano le indole sociali umane, le idee politiche, estetiche, artistiche in generale, l'etica, non vengono intaccate (o se si, in modo irrilevante) dai processi cognitivi degli ansiosi.

Il problema si pone quando il soggetto timido interpreta i comportamenti altrui o quelli personali e le situazioni ansiogene, perché i pensieri esercitati sono diretta espressione di credenze che male interpretano la realtà.

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