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6 maggio 2011

Timidezza e apprendimento

Oggi prenderò spunto da un quesito che mi è stato posto: La timidezza incide sulla capacità o sulla disposizione ad apprendere?

Diciamo subito che la capacità di apprendere è propria del mondo animale e, in particolar modo dell’uomo. Il problema è, se e come, tale abilità viene messa in campo.

Sicuramente la disposizione mentale verso l’apprendimento risente dello stato psicologico dell’individuo.

Secondo i teorici della psicologia motivazionale e del cognitivismo sociale, a determinare i modi con cui ci si predispone nei confronti dell’apprendimento, è la motivazione.

Le motivazioni, a loro volta, sono anche strettamente legate agli obiettivi e alle priorità che ciascun individuo si pone per la propria esistenza. Esse possono essere collegate a bisogni prettamente sociali, o intrinseci all'individuo stesso.
Dal punto di vista motivazionale dunque, si apprende, se ciò che deve essere acquisita tra le conoscenze, ha un ritorno utilitaristico, che comporta cioè, un vantaggio per il soddisfacimento delle esigenze e degli obiettivi, che l'individuo intende soddisfare.

Magritte - la memoria
L'apprendimento, però, deve soddisfare anche la percezione della fattibilità, deve essere avvertita come un'operazione alla portata delle capacità del soggetto interessato. Questo significa che, una persona, la quale ritiene di non essere in grado di apprendere un comportamento o un elemento di conoscenza, percependo quell'azione, come un'attività che non può avere successo, non avverte lo stimolo a procedere, e ne è perciò demotivato, con il conseguente comportamento che determina l'abbandono dell'attività di apprendimento.

Una persona timida che nutre verso se stesso, sentimenti d’inadeguatezza, d’incapacità, d’inabilità, può trovarsi nella condizione di essere demotivato verso l'apprendimento di elementi di conoscenza o di modalità comportamentali di relazione, perché ritiene di non avere le capacità sufficienti ad apprendere, scatta pertanto, il comportamento dell'evitamento o della rinuncia.

Possiamo guardare questa problematica, anche da un altro punto di vista: l'attenzione.

Un individuo timido ha la tendenza a concentrare la propria attenzione, sui sentimenti e le emozioni negative che percepisce verso se stesso, riguardo alle situazioni in cui è, o sta per esservi coinvolto.
In questo caso, non è la motivazione, il fattore problematico, ma la distrazione.
Infatti, l'indirizzare la propria attenzione verso i moti emotivi interiori, comporta il venir meno delle capacità di concentrazione e delle doti intellettuali, in direzioni esterne alle problematiche esistenziali, che tendono a occupare l'intera attività mentale.

Può verificarsi che taluni soggetti timidi o particolarmente ansiosi, possono trovarsi imbrigliati nella loro condizione psicologica, anche in momenti in cui non vivono situazioni sociali ansiogene; è il caso, ad esempio, dei momenti di estraniazione dal contesto sociale, o semplicemente dalla realtà del momento: fenomeni, questi, che possono verificarsi con il presentarsi di sentimenti o pensieri non positivi che, anche in assenza di stimoli esterni, inducono a comportamenti di fuga o di evitamento, un condizionamento operante.

Come si può evincere da quanto ho esposto, non ho fatto alcun riferimento all'intelligenza, ciò perché non esiste alcun legame diretto tra intelligenza e timidezza o ansia sociale in generale. Tant'è che molti dei grandi geni nella storia dell'umanità, erano persone timide, qualcuno anche fobico. Chi è interessato a quest'ultimo tema, può leggere l'articolo "timidezza e intelligenza" che ho postato nell'agosto del 2010.

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