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25 ottobre 2011

La paura delle persone timide verso gli sconosciuti

Uno degli aspetti più frequenti che si riscontrano nella timidezza, è la difficoltà nell'instaurare relazioni e/o una comunicazione soddisfacente con persone che non si conoscono.


Di fatto una persona è sconosciuta perché di essa si sa ben poco o nulla, appare con un’identità inesplorata, un'incognita che reca con sé un mondo celato.  Di una persona sconosciuta, non si conoscono gli usi, i costumi, gli interessi, le passioni, l'indole, la personalità, il tratto caratteriale, la cultura.


Agli occhi di una persona timida, lo sconosciuto appare alieno, imperscrutabile e quindi impenetrabile. Un portatore di rischi non quantificabili, non individuabili, né qualificabili. 


Chi, come accade spesso nell'individuo timido, non ha appreso modalità di comunicazione efficaci, si ritrova privo di schemi comportamentali di riferimento e di abilità sociali, tali da gestire in modo duttile o dinamico l'approccio di "scoperta" dello sconosciuto.


Jackson Pollock - the key
Ogni persona conosce esclusivamente quanto è presente nell'apparato cognitivo, sotto forma di schema interpretativo della realtà (credenze). Questo significa che solo quello che è patrimonio della propria esperienza, costituisce la sua conoscenza.


Il sistema cognitivo caratterizzato dalla timidezza, si trova a essere impreparato rispetto alle sue esigenze di valutazione e previsione, non avendo elementi di conoscenza con cui costruire un'attività operativa, resta interdetto, sospeso nell'indecisione tra il cosa e il come fare, proprio perché lo sconosciuto non è riferibile ad alcun modello cognitivo dato.


In questo contesto, a complicare ulteriormente le cose, entrano in gioco anche altre credenze che, nel soggetto timido, riguardano se stesso o gli altri.
Infatti se il problema fosse riferito al solo fatto di non avere un modello di riferimento, probabilmente anche l'individuo timido - dopo una prima fase d’impasse - potrebbe riuscire in un approccio di "scoperta".


Quando a questa difficoltà interpretativa, viene ad aggiungersi una credenza di base, col suo portato conseguente di pensieri automatici negativi e credenze intermedie, la persona timida s’imballa.


La paura di essere giudicati male da una persona che non si conosce, dà luogo a pensieri caratterizzati da inferenze arbitrarie, ragionamenti dicotomici, catastrofizzazioni, lettura del pensiero, ragionamenti emozionali. 
È chiaro che il timore di un giudizio negativo, fa leva su credenze di base che inducono il soggetto timido a percepirsi come persona inabile, incapace, indesiderata, debole, insignificante.


Gli individui timidi tendono spesso a confrontare se stessi e le proprie capacità comportamentali percepite, con il comportamento di amici e conoscenti. Da questo confronto, ovviamente, ne escono perdenti: ciò accentua ancora di più il disagio che provano nei casi in cui la persona sconosciuta entra in relazione con il gruppo cui si appartiene.


Quando vengono a verificarsi condizioni mentali, come quelle cui ho accennato, il timido e la timida attuano tutti quei comportamenti che sono soliti porre in essere: si zittiscono, tendono ad appartarsi o a isolarsi dal gruppo, abbandonano il terreno, si estraniano mentalmente, il loro sguardo diventa assente, il viso acquisisce un tono mesto, tendono a incurvarsi ancora di più, gli occhi puntano sugli oggetti che gli sono prossimi o nel vuoto. 


Inevitabile diventa a questo punto, il precipitare del proprio livello di autostima, dello scoramento, tendono ad auto biasimarsi, a condannare se stessi e, al tempo stesso, a sentirsi totalmente impotenti e incapaci confermando, così, ulteriormente la validità delle proprie credenze negative (rinforzo).

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