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31 gennaio 2012

I tipi di timidezza: quella del quotidiano

La timidezza del quotidiano si manifesta quando si percepisce la propria diversità nell'ordinarietà delle relazioni, avvertita come incapacità di fare ciò che per gli altri è cosa normale e abituale.


Diversamente dalle altre tipologie della timidezza, in quella del quotidiano, il soggetto non deve porsi da sé al centro dell'attenzione, né esservi posto dagli altri, si tratta in genere di avere ruoli di comprimari.


Nel suo dialogo interiore, il timido da quotidiano, tende a confrontare se stesso con gli altri, percepiti come individui decisamente abili a relazionarsi e a saper gestire tali rapporti.
Paul Cézanne - Le grandi bagnanti
Questi tipi di persone timide vivono con grande disagio le situazioni di stallo, i silenzi nelle conversazioni, i vuoti d'attività. Sono a disagio nelle conversazioni d’intrattenimento, nel chiacchierare caratterizzato dal pour parler, nelle discussioni banali e frivole o in quelle piene di battute, ma temono anche gli sguardi.



L'ordinario, che per gli altri è "ordinaria amministrazione", per il soggetto timido è un immane ostacolo tra sé e gli interlocutori, egli avverte un senso di estraneità sociale nel contesto contingente in cui viene a trovarsi, la difficoltà di adattamento lo fa sentire come un soggetto esterno e distante, una sorta di spettatore posto al centro del palcoscenico.


Per una persona caratterizzata dalla timidezza del quotidiano, è piuttosto alta la probabilità che possa avere delle carenze in termini di modelli comportamentali di riferimento, relativi alla gestione ordinaria della comunicazione. 


Questi problemi, inerenti il mancato apprendimento, sono di origine ambientale: in genere legati ad ambienti familiari carenti sotto il profilo della comunicazione o comunque in assenza di comportamenti assertivi esemplari, oppure con figure genitoriali dai comportamenti apprensivi o eccessivamente protettivi, ma è anche possibile il caso di stili genitoriali autoritari e repressivi. 


I bambini, infatti, acquisiscono capacità comunicative quando hanno degli esempi da cui attingere e hanno la possibilità di relazionarsi frequentemente con i propri pari: l'assenza di sufficienti esperienze dirette di relazione, di esperienze dirette nel rapportarsi all'ambiente circostante in modo autonomo, di modelli comportamentali di riferimento, priva il bambino di quell'insieme di conoscenze, relative alle relazioni interpersonali, necessarie per la sua integrazione sociale, sviluppano convincimenti riguardanti il sé (credenze di base), d’inabilità, d’incompetenza, talvolta d’inferiorità. 


Credenze, queste, che accompagnano l'individuo nel corso della sua vita o, fino a quando, questi non riesce ad acquisirne profonda consapevolezza e le rimuove sostituendole con credenze più adattative al mondo reale.


I convincimenti legati al senso d’inabilità e incompetenza producono, sovente, credenze regolanti o condizionali che vertono su temi quali possono essere il dovere evitare di rendere visibile le proprie presunte inefficienze, di conseguenza tendono a comportamenti elusivi o evitanti, a mostrare imbarazzo nelle situazioni di stallo o di silenzio.


La timidezza del quotidiano provoca, inesorabilmente, un abbassamento del proprio livello di autostima poiché la quotidianità è quella che più frequentemente pone la persona timida di fronte alle proprie difficoltà e disagi, innescando assiduamente il processo dei pensieri automatici negativi e, quindi, favorendo con continuità il rinforzo delle credenze disfunzionali.


La dimensione non è più quella della situazione in sé, che si sta vivendo in quel dato momento, ma di se stesso rispetto agli altri, con le sue presunte scarse potenzialità, inabilità e incapacità.


Per altri versi, è anche possibile che si sviluppi una percezione degli altri come soggetti banali, superficiali, portatori di valori decadenti o immorali. In tal caso, nel livello cosciente, può maturare un sentimento di superiorità in uno o più campi dell'agire umano, a cui il soggetto attribuisce grande importanza. Più facilmente il sentimento di superiorità, si configura come reazione di difesa e/o di giustificazione della propria condizione di disagio.

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