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6 febbraio 2012

I miti nell’ansia sociale e nella timidezza

Chi ha letto il mio libro "addio timidezza", sa che le credenze disfunzionali di base o intermedie (regolanti o condizionali) portano alla formazione di pensieri automatici negativi e conseguenti comportamenti disfunzionali, ma producono anche modelli di analisi e d’interpretazione degli eventi che contengono errori di base, di costruzione del pensiero e di funzionalità adattativa. 
Questi modelli di pensiero sono le cosiddette distorsioni cognitive considerate errori procedurali praticati in modo sistematico.


Rene Magritte - il plagio
Ci sono, però, altri modelli di pensiero, molto radicati, perché sono appresi nei processi educativi familiari e in quelli formativi derivanti dalle relazioni sociali. Queste forme d’idee sono dunque presenti nel tessuto culturale, in quegli ambiti sociali caratterizzati da bassi livelli d’istruzione o a limitati indirizzi di conoscenza. Avendo valenza morale o ideale, queste idee producono forme d’inibizioni, talvolta anche gravi, sensi d'obbligazione nei comportamenti, regole riguardanti l'apparire sociale.
Si tratta dei cosiddetti " miti". Sono opinioni inadeguate per una valutazione corretta della realtà, degli eventi e dei comportamentiEllis ne individua quattro.



Il mito della modestia: L’essere modesti è considerato una virtù, un obbligo morale. I soggetti che credono in questo mito, hanno difficoltà ad accettare i complimenti e non sanno rispondere verbalmente, in modo adeguato, quando vengono espressi. Ne risulta anche una difficoltà nel parlare di sé in termini positivi. Nei soggetti ansiosi tutto ciò si traduce in un’attenzione rivolta verso i punti deboli della propria personalità, nel rafforzamento d’idee negative di sé, nella giustificazione delle critiche provenienti dall’esterno, viste anche come conferma di quanto si pensa già di se stessi, e questo anche quando esse non sono appropriate.
La modestia rappresenta una deviazione o "coniugazione" negativa del concetto di umiltà che, invece, afferisce a un'idea di relatività del proprio ego nel contesto multiculturale della società. Se l'umiltà è espressione di consapevolezza delle proprie potenzialità e dei limiti oggettivi propri o in quanto soggetto umano, e all’autocontrollo delle forme di orgoglio o di eccessiva sicurezza di sé, la modestia rinnega, sminuisce o nasconde il valore soggettivo dell'individuo assoggettandolo a quello collettivo. Da tal punto di vista, la modestia è un valore svalutante della persona, dei mezzi e delle potenzialità del soggetto, uno svilimento di valore che non è mai sopportato da elementi di valutazione oggettive.


Il mito dell’ansia: comporta la paura o il terrore che gli altri possano accorgersi del proprio stato di ansia. Gli individui che credono in tale mito, ritengono che manifestare sentimenti di paura, di ansia, significa dimostrarsi deboli, mentre aspirano a un ideale di persona capace di essere pienamente padrone di sé, totalmente autosufficiente. Nell'ansia sociale questo mito amplifica e opera come elemento di conferma delle credenze negative di base e intermedie.


Il mito dell’obbligo: Coloro che credono in questo mito double face, ritengono da un lato, che non si possono rifiutare favori o servigi ad amici o persone cui si vuol piacere, dall’altro, che non si possono chiedere piaceri ad altri per evitare di infastidirli, di apparire inopportuni, di obbligare gli altri. Le persone che aderiscono a questo mito, desiderano essere accettati da tutti, evitare di generare rancori o inimicizie. Il mito dell'obbligo caratterizza fortemente i comportamenti passivi e/o subalterni delineandosi, pertanto, come uno degli aspetti principali dell’anassertività.


Il mito del vero amico: Questo mito pone aspettative nei confronti degli amici che vanno oltre la comunicazione normale tra individui, ci si aspetta che l’amico/a sia in grado di comprendere anche ciò che non è visibile dell’altro, di anticipare gli stati emotivi dell’altro e rispondervi adeguatamente. È come aspettarsi che l’altro possa leggere anche nel pensiero. Una frase figlia di questo mito può essere: "Avrebbe dovuto capire che ...". Le aspettative riposte nei confronti degli amici, derivanti da questa tipologia di opinioni, poggiano su schemi soggettivi che ignorano del tutto la diversità e i diritti degli altri, ponendo se stessi e i propri bisogni, in una posizione egocentrica nelle relazioni amicali.

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