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23 aprile 2012

Timidezza e paura dell'insuccesso


È sicuramente il problema principale nella manifestazione della timidezza. L'idea stessa dell'insuccesso è vissuta come prospettiva tragica, spesso come catastrofe che disegna scenari in cui la persona timida si sente coinvolta nella globalità della propria persona, si vede perdente, fallita come individuo e come soggetto sociale, esposta a un giudizio altrui massacrante, una valutazione negativa da parte degli altri, che restituisce come conseguenza, lo sprofondare nella condizione della solitudine, dell'emarginazione, della discriminazione, della perdita o riduzione del proprio ruolo sociale.


L'insuccesso diventa motivo d’imbarazzo o vergogna, emozioni che, talvolta, si fanno strada prima ancora che gli eventi possano verificarsi, il pensiero stesso del fallimento, nell'atto del suo manifestarsi, provoca questi fattori emozionali.


Coppo di Marcovaldo - l'inferno
L'ipotesi del fallimento è, dunque, una paura che travolge gli individui timidi che vedono se stessi ad alto rischio, sul punto di precipitare nel baratro del decadimento definitivo, in essi, subentra il sentimento della perdita di speranza, di emancipazione, integrazione, riscatto sociale, di relazioni personali intime o amicali.



Il timore dei giudizi negativi degli altri è l'emozione, che più di ogni altra, assegna all'insuccesso il suo carattere catastrofico, poiché è da tali valutazioni che, nella mente del soggetto ansioso, scaturiscono le nefaste conseguenze cui ho accennato.


Oltre al sentimento della perdita, la persona timida vede, nel fallimento, la conferma delle idee negative e radicate, su se stessa. La particolarità di quest’aspetto è che, nella maggior parte dei casi, l'idea negativa di sé, trova la convalida della propria fondatezza, non già nel verificarsi dell'insuccesso, ma nella sua ipotesi di previsione.


Nelle dinamiche cognitive della timidezza, la previsione, l'immaginazione, il sentore, l'emozione, acquisiscono carattere dimostrativo dello stato reale delle cose, dal rango delle ipotesi, sono elevate al rango delle certezze. Questa disfunzione cognitiva rende equivalenti l'idea dell'insuccesso, con l'insuccesso stesso, idea e dato di fatto vengono a coincidere.


Sappiamo che la previsione del fallimento, che può manifestarsi anche nei pensieri automatici negativi, scaturisce da processi cognitivi di valutazione e, poggiano l'intero costrutto, sulle credenze di base disfunzionali. Quindi, nel momento in cui la previsione della debacle è assimilata al dato di fatto stesso, la conferma dell'idea dell'insuccesso costituisce il rinforzo delle credenze che ne sono alla radice. 


Tutto ciò, ci fa comprendere come, chi è soggetto alla timidezza (o alle altre forme dell'ansia sociale), è risucchiato nel circolo vizioso della timidezza.


Le credenze di base che conducono all'idea del fallimento, sono inerenti quei giudizi di sé, che riguardano il livello di qualità possedute, come le abilità sociali, le capacità di far fronte agli eventi, i sentimenti d’inferiorità o superiorità, l’amabilità, l’essere attraente come persona.


Quando gli individui timidi si trovano nella condizione di dover far fronte a un evento, e dall'attività previsionale, emerge l'idea forte del fallimento, entra in gioco l'ansia fisiologica ed emotiva. 
Abbiamo visto che l'idea dell'insuccesso acquisisce valore catastrofico, ciò pone il soggetto ansioso dinanzi a tre fattori immanenti e interconnessi tra loro, la paura, il baratro (oramai considerato certo) e l'ansia. Egli avverte il bisogno impellente di liberarsi dell'ansia per il malessere e la sofferenza che produce, di evitare il baratro per le conseguenze nefaste che reca con sé, di allontanare l'angosciante emozione della paura. In questo contesto, la persona timida, attua il comportamento che gli è più congeniale e che, al contempo, fa parte di abitudini comportamentali ben radicate nel suo modus vivendi, l'evitamento, l'elusione, l'estraniazione, la fuga.

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