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30 luglio 2012

Timidezza: quando si dice, “sono timido”


Le persone timide, come del resto coloro che sono assoggettati all'ansia sociale, generalmente sono consce di avere qualche problema. La coscienza di essere timidi è acquisita per via dei disagi che si provano sulla propria pelle, per gli effetti oggettivi che tale condizione mentale produce nella vita quotidiana e relazionale, ma anche per effetto dell'azione dell'ansia nelle sue manifestazioni fisiologiche e viscerali. 
L'ansia è, in effetti, il fattore che più di tutti attrae l'attenzione del soggetto timido. Essere coscienti, però, non significa averne consapevolezza.


Giorgio Celiberti  - il respiro del cuore
Per consapevolezza intendiamo quel processo di elaborazione e analisi dei dati di conoscenza di cui si è preso atto (coscienza) e, nella specificità dell'ansia sociale, l'acquisizione della piena comprensione dei processi cognitivi che sottintendono l'ansia sociale stessa: il fenomeno di formazione, le dinamiche psichiche, le ramificate implicazioni nelle attività mentali e fisiologiche, la formazione dei pensieri automatici negativi, i comportamenti abituali che s’instaurano, la stretta connessione tra tutti questi fattori. 
In breve, mentre la coscienza costituisce la presa d'atto degli elementi di conoscenza che pervengono dall'esperienza, la consapevolezza è il processo di sviluppo dei dati acquisiti alla coscienza.



La persona timida, dunque, è cosciente di esserlo ma non ne possiede la consapevolezza, e anche quando prova a razionalizzare nel tentativo di acquisire comprensione della propria condizione, finisce con l'attribuire, cause e origini, ai fattori o ai fenomeni sbagliati. 
Ciò avviene per via delle dinamiche prodotte dai cosiddetti "stili di crescita della conoscenza", questi sono processi cognitivi che, in tutte le forme di ansia sociale, innescano procedure di difesa delle credenze disfunzionali. Il pensiero analitico del soggetto timido viene dirottato verso logiche tendenti a confermare la validità dei corrotti schemi interpretativi della realtà.


La timidezza è, quindi, individuata attraverso le manifestazioni esterne e/o apparenti: l'individuo avverte l'ansia che accentua la sua condizione di apprensione e di cui sente il bisogno di liberarsene, nota le conseguenze negative dello stile comportamentale per via dell'isolamento, della solitudine, della difficoltà nel relazionarsi agli altri, percepisce persino l’illogicità di certi suoi comportamenti, paure e pensieri, ma non sa come reagire a essi, anzi, non riesce neanche a fermarli, ricade sistematicamente in quegli stessi comportamenti e pensieri di cui riconosce l'illogicità.


L'essere coscienti della propria condizione e al tempo stesso percepirsi incapace a modificarla costituisce, probabilmente, il fattore di maggior sofferenza: l'individuo timido sa di avere dei problemi, si sente impotente rispetto a essi, vede se stesso continuare ad affogare e tutto ha il sapore di una lenta agonia. Non è un caso che essi si convincano di essere dei condannati a vita, che il loro futuro sia già scritto e che la propria condizione sia immutabile. Il senso d’impotenza che li coglie è facilmente individuabile nella loro bassa autostima, nei sentimenti di scoraggiamento e, in tanti casi, nell'auto abbandono.


Potremmo affermare che l'essere coscienti della propria timidezza, quando non si riesce a gestirla o dominarla, può persino diventare un fattore di rinforzo di tutte quelle credenze disfunzionali che ne sono alla base. Sentirsi incapaci di modificare la propria condizione rafforza, inevitabilmente, i convincimenti negativi che si hanno su di sé, in quanto ci si sente di fronte alla dimostrazione evidente delle proprie incompetenze, inabilità.

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