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8 agosto 2012

Timidezza e motivazione


La motivazione è un processo in cui si organizza una configurazione di esperienze e azioni finalizzate a un determinato scopo e in relazione a date condizioni interne o ambientali.
Esse hanno a che fare con le ragioni per le quali una persona pone in essere determinati comportamenti per raggiungere l’oggetto del proprio obiettivo.

Non entrerò nel merito delle varie teorie sulla motivazione poiché ciò esula dagli intenti di quest’articolo, a noi interessa la relazione tra ansia sociale e motivazione.

Gli scopi possono essere orientati verso l’ottenere o evitare un determinato risultato, possono anche essere abbandonati qualora i mezzi disponibili non permettono il loro raggiungimento.
Questi due fattori sono presenti frequentemente nel comportamento dell’ansioso sociale.
Marc Chagall - pittore alla luna

Sappiamo che le persone timide, e i soggetti all'ansia sociale in genere, sono permeati da pensieri che soggiacciono a determinate credenze disfunzionali, le quali fanno riferimento a idee negative riguardanti se stessi, gli altri, il mondo inteso come consesso sociale.


Ciò significa che la timidezza induce a percepire se stessi come soggetti gravemente carenti in determinate abilità sociali, capacità di far fronte efficacemente a certe situazioni, in amabilità o attraibilità o accettabilità come soggetto fisico o come persona; a percepire gli altri come soggetti gravemente carenti o fortemente dotati  negli stessi ambiti appena indicati e in termini di disponibilità o indisponibilità all'accettazione sociale e umana; parimenti il mondo inteso come società umana regolata da norme e costumi dominanti di varia natura, può essere percepito come entità emarginante delle diversità.

Nel momento in cui l'individuo deve far fronte a un evento, a una necessità, a un bisogno o a un desiderio, determina il proprio obiettivo e individua le motivazioni per raggiungerlo.

La persona timida, o ansiosa sociale in generale, posta dinanzi a circostanze che producono stati emotivi negativi, si trova ad affrontare un dramma: da una parte c'è l'obiettivo desiderato, dall'altra un insieme di valutazioni negative, l'insorgenza dell'ansia fisiologica e delle emozioni negative.

In questo tipo di contesto, l'obiettivo desiderato perde forza per effetto di una sua presunta non raggiungibilità, le motivazioni che potevano sostenere lo scopo ideale perdono di consistenza, a favore di nuove motivazioni, stavolta orientate verso un diverso obiettivo: far fronte alla valutazione d’insuccesso, alle emozioni negative, all'ansia fisiologica e umorale che funziona come pungolo incessante e opprimente.

Si potrebbe dire che gli ansiosi sociali, e quindi anche gli individui timidi, si demotivano in funzione del fatto che ritengono di non essere in grado, per incapacità, inabilità, o altro, di raggiungere l'obiettivo desiderato. In effetti, i pensieri automatici negativi che si fanno strada nell'ansioso sociale, delineano previsioni catastrofiche, le credenze di base attivate permeano la mente di giudizi negativi su se stessi in termini d’incapacità, inabilità, inaccettabilità sociale.

Più che altro, la demotivazione coincide con la definizione di nuovi obiettivi e nuove motivazioni, queste, orientate a fermare i fenomeni ansiogeni, a evitare gli insuccessi e le conseguenze negative previste nel dialogo interiore. Quindi cambiano gli obiettivi e mutano le motivazioni. In una tale visione, la demotivazione esprime l'abbandono o la perdita d’interesse di un obiettivo.

Molto spesso gli obiettivi desiderati non fanno neanche capolino nella mente del soggetto ansioso, anche perché nei tipi di situazioni già vissute, dove il binomio demotivazione-nuova motivazione e l'obiettivo evitante costituiscono già un'esperienza acquisita, abituale e radicata, escludono a priori la possibilità di pensare a diversi obiettivi, i quali possono, semmai, presentarsi in momenti di rammarico post evento.

2 commenti:

  1. Mi pare di capire che il concetto di pensiero negativo ha una funzione che distorce la realtà come un filtro radicato nella nostra mente.
    Quando agiamo su questo filtro troviamo una sorta di sicurezza interiore, forse perchè per noi è una stabilità(illusoria)del nostro essere.

    Quindi in quel momento crediamo di vivere nella realtà,quando in realtà non è.
    Mi viene da pensare che io timido vivo come avere inserito il freno a mano e quindi ho la pecezione di perdermi qualcosa.

    Non so se mi sono spiegato chiaramente, ma credo che tu vuoi trasmettere questa spiegazione riguardo il pensiero negativo.
    Ti chiedo di dirmi se ci ho azzeccato oppore sono fuori strada.
    Ciao

    Rodolfo

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    Risposte
    1. In linea di massima hai azzeccato, ma fai qualche confusione perché assegni ai pensieri automatici anche funzioni che sono proprie delle credenze disfunzionali e dell'intero processo cognitivo. I pensieri negativi sono il frutto di credenze disfunzionali, ma fanno anche parte della quotidianità della persona ansiosa, in quanto sono automatici, abituali e sono più o meno quasi sempre gli stessi.
      La realtà è distorta alla radice, poiché tutta l'elaborazione cognitiva di un evento, di uno stimolo, si svolge sulla base di dati di conoscenza, interpretativi della realtà, che provengono dalle informazioni trasmesse dalle credenze.
      Quindi la realtà è già stata distorta a monte, i pensieri automatici negativi ne sono la loro appendice prossima allo stato di consapevolezza.
      I pensieri automatici negativi non hanno una funzione di distorsione, essi stessi sono distorti poiché sono l'emanazione delle credenze e dei processi cognitivi di valutazione. Dovresti considerarli più che altro come se fossero i portavoce delle credenze disfunzionali.
      Comunque sia, essi esprimono l'assegnazione di significati emotivi, non oggettivi, degli eventi; l'assegnazione errata di causa del proprio malessere, la valutazione a senso unico e negativo di ogni forma di previsione degli effetti successivi all'evento.
      Quindi leggi la realtà sulla base di un'interpretazione emotiva ma non oggettiva. Quella sorta di sicurezza interiore cui accennavi, non la trovi nei pensieri automatici negativi, ma nei comportamenti evitanti o elusivi che poni in essere, sono queste le reazioni di difesa nella creazione della stabilità interiore, che come giustamente dicevi, è illusoria. Nella costruzione della risposta difensiva, i pensieri automatici negativi costituiscono l'input motivante nella decisione dei comportamenti da assumere.
      Il mio articolo però, voleva essere un ragionamento sull'analisi delle motivazioni che sottendono l'attenzione, la volontà e il comportamento profusi nel raggiungimento di un determinato obiettivo. Volevo far notare come i processi di valutazione cognitiva di segno negativo, possano incidere in modo determinante e decisivo nella motivazione all'azione e ai comportamenti in generale. Se percepisci che i mezzi a tua disposizione (abilità, capacità, competenza) non ti rendono in grado di raggiungere un obiettivo che ti prefiggi, e che quindi si prefigura un tuo fallimento, la motivazione ad agire per perseguire quello scopo perde consistenza, cioè ti demotivi.
      La demotivazione o, come ho scritto nell'articolo, la motivazione verso un obiettivo diverso da quello originario, finisce col consumarsi nei comportamenti evitanti o elusivi.
      La tua percezione di perdere qualcosa, che forse definirei più come una constatazione, la misuri sulla base delle tue insoddisfazioni, sulla base dei risultati deludenti della tua vita sociale, in parole povere, su ciò che provi sulla tua pelle e, chiaramente, percepisci il fatto di avere il freno tirato. Il problema è che tale percezione (il freno tirato) costituisce una tua presa di coscienza del fatto di avere un problema, ma non la consapevolezza di quel problema. E ciò perché non c'è una messa in discussione costante e sistematica della validità dei pensieri e delle credenze negative, tale da poter avere accesso a credenze e pensieri in grado di oggettivizzare la realtà.

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