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15 ottobre 2012

Aspetti della timidezza: paura del rifiuto e timore del fallimento


Molti modi dell'agire delle persone timide pregiudicano le loro possibilità di relazione interpersonale, in primo luogo gli evitamenti, ma anche comportamenti impacciati o di fuga.
Nella determinazione finale di tali comportamenti concorre, da un lato il subentrare dell'ansia, dall'altro la manifestazione delle emozioni, di cui la paura ne è l'espressione principale: fondamentalmente del rifiuto e del fallimento.

Nel mondo dei pensieri degli individui timidi, i timori del rifiuto e del fallimento tendono a intrecciarsi e a essere vicendevolmente, l'uno, conseguenza dell'altro: si può essere rifiutati perché si è falliti, e si può fallire perché rifiutati. 

S. Dalì - segnali di angoscia
Ciò implica che ci sono due modalità attraverso cui il soggetto timido si rapporta all'esterno: la focalizzazione prevalente introversa e quella prevalente estroversa.

Se il timore del fallimento muove principalmente in direzione delle percezioni negative di sé, la paura del rifiuto si riferisce in primo luogo a come gli altri ci percepiscono.

Nel dialogo interiore, con la paura del fallimento, l'individuo, come soggetto sociale, si auto pone in balia di se stesso, delle proprie inabilità o incapacità e gli altri appaiono come enti operanti di seconda istanza; nel timore del rifiuto, la logica si capovolge, l'altro diventa l'elemento centrale da cui discendono valutazione e giudizio, mentre l'auto percezione di sé tende ad assumere la connotazione di fattore riflesso.


In questi processi cognitivi sono in gioco, da una parte l'io annichilito come soggetto individuale, dall'altra l'io annientato o umiliato come soggetto sociale.

C'è differenza sostanziale, nell'attribuzione di causa o significato, tra l'essere rifiutati in virtù di un proprio fallimento, e l'essere dei falliti in virtù di un rifiuto. 


  • Nel primo caso il fallimento è un fattore antecedente che chiama in causa la propria individualità; il valore personale è a prescindere dalla socialità, la quale entra in gioco solo come ente ratificante un dato di fatto: qui l'attenzione della persona timida, ha una focalizzazione prevalente introversa, e ciò si traduce nell'auto valutazione negativa, nell'auto condanna, nell'auto biasimo, in breve nel giudizio negativo di sé.
  • Nel secondo caso, il fallimento avviene per volontà e risoluzione della risposta sociale, è il mondo esterno che ne determina la sussistenza: in questo contesto chi è oggetto della timidezza è immerso in una modalità di focalizzazione estroversa, la sua attenzione è rivolta al giudizio degli altri.

L'analisi delle due modalità che ho descritto finora, non è da riferirsi a cause o origini oggettive della timidezza, né ai processi di elaborazione cognitiva di partenza che sottintendono la stessa timidezza, ma descrivono le dinamiche che esprimono l'agire e il pensare, più o meno cosciente, dell'individuo timido: in un certo senso, le sue modalità percettive esteriori che giungono anche a determinare le attribuzioni di causa o significato.

Nella realtà, le due modalità di focalizzazione sono indicative dell'ambito disfunzionale relativo all'insieme delle credenze, in cui assumono valenza diversa, a seconda del caso, sia le definizioni cognitive di sé e degli altri, sia la definizione del rapporto gerarchico tra sé e gli altri.

Se ragioniamo partendo dalle credenze, la paura del rifiuto, come fattore di riflesso di sé, non è molto dissimile dal timore del fallimento come dato antecedente: ambedue i casi hanno in comune una definizione di sé come soggetto inabile o incapace in uno o più ambiti della propria individualità o del vivere sociale. Ma la paura del rifiuto, come risposta proveniente dall'esterno, è maggiormente collegabile a una definizione dell'altro come soggetto non disponibile a vario titolo, cosa che può essere considerata in comune con il timore del fallimento come conseguenza dell'interrelazione sociale. 
Ciò, però, non significa che le une o le altre definizioni siano necessariamente contrapposte o antitetiche, anzi, la compresenza di credenze negative sia del sé, sia degli altri, è piuttosto frequente.

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