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4 ottobre 2012

Aspetti della timidezza: quando ci si sente osservati


In molti casi, quando si trova in strada, in luoghi o locali dove c'è la presenza di altri individui, la persona timida si sente osservata, ha la spiacevole sensazione che gli occhi degli altri siano puntati sulla propria persona. In queste circostanze, la mente dell'individuo timido, sentendo su di sé lo sguardo altrui, è pervaso da pensieri automatici che lo pongono in una condizione di dubbio o d’inadeguatezza. 

Molti sono i tipi di pensieri che possono balenare nella sua testa: dalle più banali come il pensare che il proprio abbigliamento non sia adatto o che i suoi movimenti possano essere scomposti, alle idee più complesse come quelle di credere che dalla propria persona, possano trasparire aspetti della propria personalità o qualità, che esprimono un senso d’inidoneità in un qualche campo del proprio essere soggetto sociale, o addirittura semplicemente umano. 

Eugene De Blaas - la spiona
E ciò non accade solo per gli individui timidi, ma a tutti coloro che sono afflitti da qualsiasi forma di ansia sociale, anzi, quella del sentirsi osservati, può trasformarsi anche in fobia sociale.

Gli individui timidi nel momento in cui si calano negli spazi sociali, cominciano a percepirsi strani, distorti, diversi, senza rendersene conto cercano, nel mondo popolato di uomini, conferme al proprio negativo sentire. È come se la loro presunta diversità sia una divisa riconoscibile, un marchio di qualità decadente ed evidente, un segno dimostrativo di essere fuori dalle regole, dai costumi, talvolta persino fuori dai canoni etici o morali, fuori dalla società positiva.

La nudità del proprio mondo interiore esposta alla mercé del giudizio altrui, con le sue nefaste conseguenze.


Nel turbinio di questi pensieri negativi, le persone timide diventano facile preda di sentimenti ed emozioni anch'essi negativi. L'imbarazzo, la vergogna li spingono a giudicarsi impacciati, ridicoli, schifosi.

Ma davvero la gente non ha null'altro da fare che andare in giro a buttar sentenze sugli individui di cui magari, fino a qualche istante prima, non sa nemmeno della loro esistenza?

Certo che no. La timidezza induce le persone a ritenere le inadeguatezze, che sono convinti di avere, talmente evidenti da rendere inevitabile l'interessamento altrui. Nella realtà si convincono che gli altri li osservano perché essi stessi lo fanno verso la propria persona, e si ha auto giudicano anche. Il giudizio che dà danno di sé, la percezione di proprie inidoneità, costituiscono un aggregato capace di trasformare gli altri in uno specchio: quando un ansioso sociale è tra la gente, e si sente nudo e trasparente, legge negli sguardi e nelle sagome umane, la propria immagine riflessa, non quella fisica ed esteriore, ma il suo mondo interiore, i suoi difetti, le sue mancate qualità, tutto il male che pensa di se stesso.

Il soggetto timido si sente osservato perché ha un'elevata focalizzazione su se stesso, perché si percepisce inadeguato. 

A quel punto, il sentimento della perdita, vissuta attraverso la paura della solitudine, dell'isolamento, dell'emarginazione, del rifiuto e dell'indisponibilità altrui, dell'esclusione umana e sociale, gli gioca un brutto scherzo: trasferisce ciò che prova sugli altri, nel processo di assegnazione di causa, di effetto o di significato, considera come proveniente dall'esterno, il proprio sentire, percepire, pensare di sé.

I pensieri automatici negativi, che talvolta coincidono con le credenze di base, sciorinano le proprie verità, che sono quelle di una realtà interpretata emotivamente e mai in modo oggettivo. 

Se il timido si sente una nullità, si convincerà che gli altri lo considerano tale. Se si considera un incapace, riterrà che gli altri lo giudichino in tal senso. Se si considera stupido, penserà che gli altri lo guardino accorgendosi della sua stupidità. Se si sente impacciato, si convincerà che gli altri si accorgono del suo impaccio. Se è convinto di essere un individuo insignificante, guarderà gli altri e leggerà nei loro volti una sorta di smorfia di disgusto. Se crede di essere ridicolo, chiunque ride o sorride, lo fa sulla sua pelle. 
Egli concentra la propria attenzione sul sentirsi osservato, un'attenzione che diventa ossessiva, prorompente, che attrae a sé tutte le energie mentali e i pensieri. Quando la sua attenzione si concentra sulla convinzione di essere osservato, i suoi sentimenti possono anche spostarsi verso forme di rancore o di odio altrui, verso quel mondo che si prende gioco di lui, lo deride, lo confina nel ghetto degli esiliati dalla società.

Qualunque sia là credenza negativa che ha di sé, la persona timida la legge negli altri perché, sostanzialmente, è di loro che ha paura: dei loro giudizi, dei loro comportamenti consequenziali, del loro rifiuto, del loro allontanamento, di loro che lo condannano alla solitudine, al fallimento sociale definitivo.

4 commenti:

  1. I timidi si sentono osservati e giudicati per un semplice motivo:loro stessi non fanno altro che osservare o giudicare chi gli sta intorno,quindi pensano che tutti facciano così!
    una delle prime strade per vincere questa forma di disagio è far capire al timido che gli altri non lo stanno scrutando nè ispezionando,hanno di meglio da fare!!

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    1. Grazie del tuo commento, Germana. Permettimi, però, di dissentire dalla tua considerazione contenuta nella prima parte del commento. Proverò a confutare la tua tesi, con qualche argomentazione.
      Giudicare gli altri è una tendenza comportamentale che si riscontra anche in soggetti non ansiosi ed è ampiamente diffusa. La si può spiegare con l’apprendimento che l’uomo acquisisce nell’ambiente sociale in cui è cresciuto e ha vissuto, con gli esempi dei comportamenti genitoriali, in prima istanza, e con gli esempi dei comportamenti sociali: è un fatto culturale (inteso in senso antropologico). È, però, anche un comportamento estimativo utile all’uomo per valutare le scelte dei propri comportamenti nelle situazioni sociali.
      Negli ansiosi sociali, la tendenza a giudicare gli altri, si caratterizza nel suo avere una chiave valutativa negativa pressoché costante. Essi sentendosi esclusi, avvertendo un sentimento di non appartenenza sociale non dipendente dalla propria intenzionalità, avvertono il mondo esterno come non disponibile, avverso, escludente, discriminante.
      Criticano perché si sentono esclusi.
      Ci sono persone in cui l’ansia sociale si è sviluppata come conseguenza di comportamenti genitoriali (o comunque tutoriali), “distratti”, assenti, “squilibrati” o violenti. In questi casi, essi sviluppano credenze negative verso l’altro da sé, poiché vengono percepiti come inaffidabili, da controllare (poiché considerati induttori di danni); la conseguenza è lo sviluppo di modi di percepire e concepire gli altri in forme che gli psicologi transazionali descrivono sinteticamente con le forme mentali “io sono ok, tu non sei ok” e “io non sono ok, tu non sei ok”.
      Come vedi, dietro la tendenza del timido a giudicare negativamente gli altri, ci sono fattori cognitivi.
      Essi non si sentono osservati o giudicati dagli altri perché hanno l’abitudine, come dici tu, di giudicare gli altri, ma per ben altre ragioni. Sarebbe più corretto affermare il contrario, cioè, giudicano perché si sentono giudicati.
      Sulle ragioni del sentirsi osservati e giudicati, l’ho ampiamente descritto nell’articolo.
      Permettimi anche di osservare che in questo commento, tu stessa sei stata giudicante.
      Riguardo invece alla seconda parte del tuo commento, è vero quanto dici, che gli altri “non lo stanno scrutando né ispezionando, hanno di meglio da fare”. Ma non si tratta di farglielo capire. I timidi non sono stupidi. Sono prigionieri di una visione esclusivamente negativa del mondo delle relazioni sociali e del modo di interpretarlo. Questo li induce ad avere un ventaglio valutativo tutto indirizzato sulla polarità negativa dell’interpretazione. Quindi il problema non è spiegare le non intenzioni altrui, ma aiutarli ad ampliare i loro modelli interpretativi anche alla polarità positiva.

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  2. Caro Luigi, trovo le sue argomentazioni veramente valide e parecchio aderenti alla realtà, almeno a quella mia. Credo che dipenda tutto dalla sensibilità più o meno marcata di noi timidi e che se (noi timidi)avessimo il coraggio di superare le impressioni negative in cui viviamo le nostre esistenze, avremmo delle splendide vite e saremmo utili positivamente alla società. Per quel che mi riguarda, sto imparando a superare il bisogno di essere capito dagli altri. È una prigione narcisista che ha alterato la mia visione della realtà per troppo tempo. La saluto e le auguro il meglio. Marco Pedretti

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    1. Molte grazie per i complimenti, Marco. Ma permettimi qualche osservazione.
      Imparare a superare il bisogno di essere capito dagli altri? Mi sa che inquadri il problema, e la sua soluzione, nel modo sbagliato.
      Per essere compresi bisogna imparare a farsi comprendere. Ti può sembrare un gioco di parole, ma è dannatamente vero. La timidezza è caratterizza da comportamenti peculiari: quello che si dice (e come lo si dice) e ciò che si fa, sono improntate a modalità espressive non funzionali alla efficace comunicazione e, dunque, all’interazione interpersonale.
      Con la frase che hai scritto, involontariamente o inconsapevolmente, parti dall’idea che debbano essere gli altri a comprenderti, ti chiami fuori dall’avere un ruolo attivo nelle relazioni. Ciò mi fa sospettare che tu assuma ruoli passivi, o che non assuma iniziative. Ovviamente le mie sono solo supposizioni.
      Inoltre, bisogna sempre tener presente che l’essere umano non ha il potere di leggere nella mente degli altri, nessuno è in grado di sapere cosa ti passa per la testa.
      Se sei abitualmente triste, malinconico o altro, anche le mimiche facciali che esprimono tali stati emotivi, possono essere interpretati come stati caratteriali di base. Purtroppo la timidezza si caratterizza anche per l’abitudinarietà ad assumere sempre le stesse mimiche facciali, posture corporee, ecc.: sono comportamenti che diventano automatici, per cui non si si accorge neanche di metterli in atto.
      Quindi, non si tratta di rinunciare al bisogno di essere capiti, ma di apprendere modi efficaci che permettono di essere capiti dagli altri, e tutto questo, senza avere la pretesa che gli altri abbiano il “dovere di…”.
      Permettimi di suggerirti un training di assertività e di allenarti molto per diversi mesi anche dopo che il training si sia concluso.
      http://www.addio-timidezza.com/2011/08/cose-lassertivita-i-principi-ispiratori.html (i principi ispiratori dell’assertività)
      http://www.addio-timidezza.com/2011/08/cos-l-perche.html (cos’è l’assertività)
      http://www.addio-timidezza.com/2014/12/lassertivita-come-modello-di.html (L’assertività come modello di comunicazione)
      Riguardo alla sensibilità, forse è bene sfatare dei miti. La sensibilità di una persona è inquadrabile in due assetti: Avere una predisposizione di tipo genetico a manifestare stati ansiosi e l’essere reattivi verso quegli stati emotivi che si sono già provati sulla propria pelle. Diverso è, invece, il discorso sull’empatia che è una abilità nel sapersi mettere nei panni dell’altro. Ma quest’ultima non è una caratteristica riconoscibile nella timidezza.
      L’ansioso sociale è sostanzialmente sensibile, sì, ma verso sé stesso, non è detto che lo sia verso gli altri. Le tue peculiarità personali non possono essere assunte come elementi fondanti per generalizzare sulle caratteristiche di una pluralità di soggetti timidi. In breve, il fatto che tu sia persona sensibile verso gli altri, non significa che gli altri timidi lo siano.
      Molti ansiosi sociali sono talmente assorbiti dalla propria condizione interiore da avere grandi difficoltà nella percezione del mondo esterno. Del resto, non esiste una sola forma di timidezza, ma una vasta gamma. È la ragione per la quale non esiste una definizione univoca della timidezza. Gli unici elementi comuni sono: che è di natura cognitiva; che poggia su credenze di base che definiscono il sé, inadeguato in uno o più campi del vivere sociale; che è una forma di ansia sociale non patologica. Buone cose, buon fine anno e buon 2017.

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