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5 giugno 2013

Quando il timido dice: sono asociale

Ho più volte fatto notare, nelle mie pubblicazioni, come la sopravvalutazione del rischio, la paura e l’ansia che ne conseguono e i comportamenti che ne derivano, conducono la persona timida o l’ansioso sociale in generale, a un atteggiamento fortemente critico verso se stessa, a un giudizio di auto svalutazione di determinate abilità o capacità.

L’individuo timido misura le proprie competenze sociali soprattutto sulla base dei propri insuccessi che, per la maggior parte dei casi, derivano dai propri comportamenti di sicurezza, da quelli evitanti, di auto estraniazione, di rinuncia, di fuga. 
Amy Kollar Anderson - vision

Riassumiamo sinteticamente la dinamica. Sappiamo che di fronte a una situazione ansiogena, il suo processo cognitivo, attinge dati di conoscenza da propri modelli interpretativi della realtà che sappiamo essere disfunzionali e, le cui definizioni del sé, relativamente a quella specifica tipologia di eventi, delineano configurazioni orientate verso i concetti di inabilità o incapacità. Questo produce previsioni orientate a una valutazione negativa degli effetti e delle successive conseguenze. La percezione del rischio acquisisce maggior valore probabilistico fino anche a diventare una certezza. La mente è pervasa dai pensieri automatici negativi. L’ansia, che svolge la sua funzione istitutiva, che è fondamentalmente inibente, prende il sopravvento. L’accresciuta valutazione del rischio e l’incalzare dell’ansia, inducono i soggetti timidi a mettere in atto quei comportamenti cui ho poc’anzi accennato.

Il risultato finale è lo scoramento che colpisce l’animo delle persone timide. 
La non corrispondenza tra ciò che ritengono dovrebbe essere e ciò che è, li inducono a valutare gli esiti ovviamente negativi, giudicando i propri comportamenti come elementi descrittivi delle proprie peculiarità e capacità relative alla gestione di quelle date tipologie di situazioni. 

È partendo da ciò che si fa strada l’idea di essere asociali.


Quando in un soggetto timido si attivano credenze di base relative a incapacità di relazione, a senso di inferiorità o di non amabilità, i comportamenti diventano evitanti, passivi, subalterni, di estraniazione

Si determinano, quindi, quei comportamenti e  portamenti che riscontriamo nelle scene mute quando si sta in gruppo o si è presenti nelle discussioni, gli stati di distrazione mentale prolungata, le espressioni assenti del viso o degli occhi, le posture dimesse o incurvate, gli occhi puntati al vuoto o al suolo, fino alla rinuncia a partecipare ad attività di gruppo. 

Nel momento in cui confronta il proprio comportamento e modi di fare con quello dei componenti del gruppo di riferimento, (“lui si che ci sa fare”, “quelli riescono in tutto quello che fanno”, “sono più bravi di me”) la differenza tra le forme ideali di relazione cui aspira, e che riscontra negli altri, e la propria presunta inconcludenza, si fa strada - nella sua valutazione -  la convinzione di una loro carenza strutturale della personalità o del carattere relative alla gestione della socialità: di essere un asociale.

Le difficoltà oggettive che gli individui timidi vivono nel relazionarsi con gli altri, si traducono nella loro mente, nella loro logica inevitabilmente emotiva, in carenze nella propria natura fisica o umana.

Così l’essere assenti all’interno del gruppo, il non riuscire a esprimersi o a confrontarsi con gli altri, la tendenza a isolarsi all’interno dei grandi gruppi, a starsene per conto proprio, le conseguenti abitudini a una vita ritirata e casalinga priva di contatti amicali, la difficoltà a costruire relazione, diventano sinonimo di incapacità intime e profonde, proprie di sé in quanto persona, di costruzione di affettività, di apertura alla socialità e ai rapporti interpersonali. Si traduce anche nella convinzione nell’incapacità di amare e, pertanto, di farsi amare, di non suscitare interesse negli altri.

Quando una persona timida finisce col definirsi asociale, ha consumato un processo di svalutazione del sé costruita su un continuum di valutazioni emotive. 
Queste fanno riferimento alle evidenze apparenti, squisitamente materiali, e a credenze di base che sono andate delineandosi, nel corso degli anni, come interpretazioni emotive della realtà. 
In un tale contesto psicologico, le cause oggettive della timidezza che si manifesta nell’apparente asocialità, restano del tutto estranee e lontane dallo stato di coscienza e/o consapevolezza. 
L’attività mentale, i pensieri automatici negativi si indirizzano verso le distorsioni cognitive quali possono essere le astrazioni selettive, il pensiero dicotomico, il ragionamento emozionale, la minimizzazione. Ma anche verso quelle conclusioni che hanno il sapore della resa, della rassegnazione, dello scoramento.

38 commenti:

  1. Parole, parole...parole, ma di fatto la mia timidezza rimane, anzi invece di diminuire cresce sempre più, invece di risolvere i miei problemi, gli ha accresciuti. Sono arrivato a 58 anni e mi sono isolato sempre più. anzi sono arrivato ad avere schifo degli altri. Non mi è servito a niente leggere trattati di psicologia. Vivo in un mondo tutto mio. E non mi frega più di nulla.


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    1. Non so che trattati hai letto. Se hai letto trattati, di quelli in edizione economica (Freud, Yung ecc) hai perso il tuo tempo, purtroppo. La psicologia ha cominciato a occuparsi della timidezza dagli anni 80 in poi, per cui una teoria decente che spieghi le dinamiche psicologiche della timidezza è cominciata a delinearsi solo da quel punto in poi.
      Se hai letto roba di pnl, hai letto scritti di impostori che spacciano tecniche di vendita per altro.
      Comunque sia, per affrontare i disagi della timidezza è necessario conoscere le tecniche terapeutiche, cioè i metodi applicativi della teoria sul campo. La semplice lettura di un trattato non è un buon metodo, non lo è mai stato, e non solo nella psicologia, ma anche in altri campi della conoscenza, in tal caso, si, sono solo parole.
      Sappi anche che pensare di aver capito, non significa aver preso consapevolezza, che è un processo cognitivo ben più complesso non attivabile con la semplice lettura.
      Io spiego le dinamiche psicologiche e le loro implicazioni, nei miei articoli. Ma queste non costituiscono la soluzione del problema, sono solo conoscenze che risultano utili, e anche molto, ma solo a condizione che si inizi un percorso terapeutico che richiede l'applicazione di metodi e tecniche. Non si può pensare di vincere una partita, se non si entra nel vivo del gioco.
      Fare da soli, senza avere un metodo e senza il ricorso alle tecniche specifiche, è come voler scalare l'Everest in calzoncini corti, canottiera e sandali ai piedi.
      E non è neanche sufficiente, ci vuole applicazione, determinazione, pazienza, esercitazione, fiducia nel percorso che si sta facendo, perseveranza. Inoltre, dato che nel percorso che si persegue, ci sono momenti di scoramento, bisogna anche avere quella volontà necessaria a non arrendersi alle difficoltà, inevitabili, che si incontrano.
      Tuttavia, va anche detto che diversi indirizzi della pratica psicoterapeutica non sono adatti alla soluzione delle problematiche connesse alla timidezza. Quindi si tratta anche di individuare quegli indirizzi adatti al caso e alla persona.
      Data la tua età, penso che dovresti cominciare con la pratica meditativa, la mindfulness (meditazione consapevole). Dato che ti sei isolato, forse dovresti anche pensare a un training di gruppo di assertività. E poi, hai pensato mai di fare psicoterapia a indirizzo cognitivo comportamentale (la più idonea per queste cose)?

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    2. La soluzione è il teatro, imparare a figere con gli altri,impersonandosi in un personaggio e sdoppiando la propria persona aiuta a creare una prova, un essere da testare nella vita quotidiana, perchè in realtà si sa di non essere l'alter ego .

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    3. Per me le cose sono migliorate molto da quando ho iniziato, per così dire, ad assecondare gli altri. Partecipo alle loro conversazioni anche se per me sono noiose; a poco a poco, al di là delle parole e degli argomenti, inizio ad apprezzare chi ho di fronte. Naturalmente non si può fare con tutti. In secondo luogo, metto un freno alla mia schiettezza, perché bisogna ricordarsi che ciascuno di noi ha una sensibilità diversa, quindi cerco di capire chi ho di fronte per capire quanto voglio davvero comunicare con quella persona. Ma la cosa più utile per me è stata trovare uno stratagemma per non pensare più che chiunque mi incroci e abbia un volto accigliato, ad esempio sul lavoro, provi fastidio nei miei confronti. Lo stratagemma è dire una frase o fare una domanda gentile, con un sorriso ma soprattutto con serenità, mostrando interesse per l'altra persona senza essere indiscreti; ad esempio: tu e tuo marito partite per il weekend? oppure: è stata una settimana stancante!. Cercando di essere un po' più aperta non solo ho imparato ad apprezzare la compagnia delle persone, ma ho anche capito molte cose di me stessa. Ad esempio, che la mia timidezza è paura del rifiuto, anche se non mi piace ammetterlo; è ansia di perfezionismo, per cui non accetto l'idea che qualcuno possa essere irritato con me, anziché affrontare la cosa; ma, anche, che ho bisogno di difendere il mio modo di essere e i miei spazi mentali, e che posso farlo senza offendere nessuno. Comunque, non posso dire di avere vinto la timidezza ma di averla accettata e ridimensionata. Ho dovuto ammettere molti meccanismi mentali che il mio orgoglio non voleva ammettere esistessero, ma solo così ho potuto crescere, non solo riguardo al mio carattere ma anche riguardo al fatto che talvolta qualcuno può davvero essere irritato nei miei confronti, o non trovarmi simpatica, e io devo semplicemente accettarlo e non farne una tragedia. In fondo, non sono le stesse cose che provo io nei confronti degli altri? Ho concentrato le riflessioni degli ultimi anni in poche righe; spero di essere stata utile. Ho 35 anni; non è mai troppo tardi!

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    4. Decisamente una bella testimonianza e te ne ringrazio. Le ansie sociali sono affrontabili e quanto meno è possibile imparare a gestirle. La tua storia ne è la dimostrazione. È anche la dimostrazione che l’impegno e la perseveranza danno i loro risultati.
      Ottime anche le tecniche che hai adottato. Ti sei servita anche della psicoterapia?
      Per quello che hai raccontato, forse dire che hai iniziato ad assecondare gli altri, non è la descrizione giusta. Più che assecondare, direi che hai semplicemente adattato i tuoi comportamenti in funzione dei tuoi scopi sociali e interiori.
      Non a caso ho più volte affermato che il problema delle ansie sociali è sostanzialmente un problema di adattamento all’ambiente, e non è una questione di resa, di rinuncia alla propria identità, ma il ricorso a comportamenti e stadi mentali che siano funzionali al proprio desiderio di una vita sociale accettabile. L’accettazione di te, l’apertura verso le possibilità di diversi modi di interpretare eventi, situazione e comportamenti altrui, sono aspetti qualificanti che hanno caratterizzato il lavoro che hai fatto su te stessa.
      Penso dovresti concederti qualche premio, che è ben meritato.

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  2. Davvero un articolo interessante, mi rispecchio moltissimo. Da un po' di tempo a questa parte sto vivendo una situazione del genere. Ho 30 anni e sono da sempre stata introversa, secondo me si è predisposti ad esserlo anche se un buon aggravante è il contesto familiare. Avere un genitore che ripete spesso a una bambina che non sa fare niente, che non è capace, che non serve a niente mi ha creato mille complessi. Ho attraversato la fase della cecità più totale, vedendomi la più brutta e orrida del mondo, pensando di suscitare antipatia nella gente, con tutte le varie ripercussioni sulla quotidianità e senza riuscire a capirne fino in fondo le motivazioni. Poi un problema di salute abbastanza serio mi ha aperto gli occhi ed ho capito che i problemi veri sono altri, ed ho fatto grandi passi avanti. Ma alla fine, tra alti e bassi, mi sono volutamente allontanata da tutti. Mi dico che non voglio costringermi a stare con persone che non mi danno nulla, anche se so bene quanto questo in parte derivi dal mio disagio a rapportarmi con loro. Difatti la scena di un timido che esce con un gruppo numeroso è quella descritta: a me capitava di isolarmi dalla conversazione e limitarmi ad ascoltare gli altri, pensando alle mie cose, estraniandomi completamente..è come ascoltare una conversazione alla quale non si partecipa, come se si è lì da spettatore.. Finchè qualcuno poco carino fa la classica battuta:"ma parla, dì qualcosa!" oppure "non parlare così tanto che mi fai venire mal di testa" che crea proprio quella situazione che un timido mai vorrebbe: diventare per un momento il centro dell'attenzione! Tutto il gruppo che precedentemente sembrava non aver fatto caso a te, si gira a fissarti. Credo che questo atteggiamento non sia da imputare a cattiveria ma all'incapacità di comprendere lo stato d'animo di una persona timida. Io sono consapevole di essere come sono, sono consapevole di evitare volutamente le uscite per un duplice motivo: disinteresse verso la compagnia di quelle persone e paura di sentirmi a disagio. Sicuramente le due cose sono legate. Quello che mi chiedo spesso è: dovrei sforzarmi di fare una cosa che so già (magari io accentuo il tutto in negativo) che mi farà sentire a disagio? O va bene evitare le situazioni di possibile fastidio? Ultimamente penso spesso a come appaio alle persone che incontro per strada e magari visto che quando cammino fisso il vuoto sembrerà loro che faccio finta di non vederli.. E so che se qualcuno non mi conosce penserà di me che sono una che se la tira, che per superbia non saluta e non dà confidenza. E mi è pure stato detto.. Sono talmente tanti i disagi che la timidezza crea che forse alla fine si sceglie la via più comoda..e cioè di essere soli per scelta.. Chiedo scusa per il commento così lungo. R.

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    1. Mia cara, ti ringrazio per l’apprezzamento.
      Ti risponderò pubblicando due commenti consecutivi per via dei limiti del sistema

      prima parte
      Permettimi alcune osservazioni e considerazioni su quanto hai raccontato di te.
      Innanzitutto qualche precisazione. L’introversione è cosa ben diversa dalla timidezza e dalle altre forme di ansia sociale. Mentre nell'ansia sociale, la riservatezza, la tendenza a uno stile di vita non espansivo o evasivo, sono il risultato di un disagio sociale, nel soggetto introverso costituiscono caratteristiche elettive della personalità. L'introverso non nutre paure verso gli altri o verso le proprie capacità, ha una buona autostima di sé e non teme il confronto, è conscio dei propri limiti e delle proprie abilità. Quando l'uomo opera secondo la modalità estroversa, aderisce al mondo esterno senza passare per un processo di rielaborazione interiore, al contrario, se lo fa secondo la modalità introversa, filtra il mondo esterno attraverso la propria individualità, l'universo percettivo interiore. Se nella prima l'esperienza è oggettivizzata, nella seconda è soggettivizzata.
      [vedi http://www.addio-timidezza.com/2012/07/introversione-ed-estroversione-prima.html (introversione ed estroversione - prima parte)]
      Non esistono ancora prove certe su un’origine genetica dell’ansia sociale, ma gli studi fatti sinora fanno supporre una possibile origine genetica del temperamento ansioso, in tal caso, vi è una maggiore reattività ansiosa agli eventi e ciò potrebbe rendere le persone maggiormente predisposte a sviluppare forme di ansia sociale, ma perché questa si sviluppi, devono intervenire necessariamente fattori ambientali.
      [scarica dal sito e nella sezione “i gratuiti” i pamphlet “come si forma l’ansia sociale” e “Le cause della timidezza”]
      Nel dire “avere un genitore che ripete spesso a una bambina che non sa fare niente, che non è capace, che non serve a niente mi ha creato mille complessi” direi che hai praticamente descritto le esperienze che hanno determinato la formazione di quell’insieme di credenze di base che sono alla radice della tua timidezza. Ma ci dà anche un indirizzo di ricerca per individuare quelle che possono essere le credenze disfunzionali di base, le possibili credenze intermedie e la tipologia dei pensieri automatici negativi.
      [ vedi http://www.addio-timidezza.com/2010/11/bambini-e-timidezza-parte-prima.html e
      http://www.addio-timidezza.com/2010/11/il-mondo-dei-bimbi-parte-seconda.html ]
      A mio parere, non hai fatto nessun passo in avanti se, come dici tu, ti sei “volutamente allontanata da tutti”. Quest’atteggiamento, questa scelta, non è da considerare una derivazione solo parziale del tuo disagio, ma LA conseguenza del tuo disagio sociale.

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    2. seconda parte
      Alla tua domanda dal sapore un po’ shakespeariano “dovrei sforzarmi di fare una cosa che so già (magari io accentuo il tutto in negativo) che mi farà sentire a disagio? O va bene evitare le situazioni di possibile fastidio?” Vorrei rispondere facendoti prima notare il caratteristico modo con cui l’hai esposta. Innanzitutto quel “magari io accentuo il tutto in negativo “ in quel contesto diventa del tutto superfluo. In ambedue le soluzioni c’è un’unica visione delle cose, quella negativa. Nel momento in cui dici “che so già che mi farà sentire a disagio” , hai operato una valutazione previsionale negativa, e in tal modo, hai già connaturato il contenuto di sofferenza di un’esperienza ancora da venire. Non che la tua previsione sia necessariamente errata, anzi, è probabile; ma è l’idea di pensare esclusivamente all’aspetto negativo di un’esperienza, che fa del tuo ragionamento, un pensiero negativo e perdente a priori. Quella frase non contiene una speranza, una volontà d’uscita, un desiderio di liberazione, un’istanza di cambiamento, la valutazione che possa esistere anche una minima possibilità che le cose possano andare diversamente. Affrontare una esperienza con lo spirito del perdente, non può che produrre un insuccesso. Per come hai impostato questa frase, si intravede già che l’opzione che preferisci, e che in definitiva scegli, è la seconda, cioè il comportamento evitante, quindi, la conferma e il rafforzamento delle credenze negative che ti fregano, e la conseguente perpetuazione della tua condizione di vita attuale. In parole povere hai posto due opzioni, esprimendole in modo tale che conducono alla stessa scelta. Per fare un parallelo è come se tu stessi partecipando a una partita di basket, in cui sei uno dei cinque giocatori sul campo, ma fai sempre segno alla compagna di squadra che ha la palla, di passarla ad altri e non a te, fai solo finta di giocare, ma non stai nel gioco.
      Infine, quella di decidere di rimanere sola non è una libera scelta, è un comportamento evitante, figlio della paura della sofferenza, del disagio, dell’ansia.
      Una via d’uscita c’è sempre, certamente non è facile, ma è decisamente possibile. Presuppone, però, la tua determinazione e la coscienza che non si superano vent’anni di timidezza in quattro e quattr’otto, ma è necessario un percorso di lavoro.
      Articoli che trattano dei tuoi problemi:
      http://www.addio-timidezza.com/2011/05/i-timidi-e-lesposizione.html
      http://www.addio-timidezza.com/2010/08/parlare-in-pubblico-valutazioni-e.html
      http://www.addio-timidezza.com/2010/09/problemi-di-timidezza-le-azioni-nei.html (le azioni nei comportamenti sociali )
      http://www.addio-timidezza.com/2012/02/lattenzione-nellansia-sociale.html (l’attenzione nell’ansia sociale)
      http://www.addio-timidezza.com/2012/03/le-abilita-sociali.html (le abilità sociali )
      http://www.addio-timidezza.com/2012/04/lestraniazione-nelle-persone-timide.html (l'estraniazione)
      http://www.addio-timidezza.com/2012/04/timidezza-e-paura-dellinsuccesso.html (timidezza e paura dell’insuccesso)
      http://www.addio-timidezza.com/2012/08/timidezza-e-motivazione.html
      http://www.addio-timidezza.com/2012/08/timidezza-quando-si-fa-scena-muta-parte.html (quando si fa scena muta - prima parte)
      http://www.addio-timidezza.com/2012/08/timidezza-quando-si-fa-scena-muta-parte_20.html (seconda parte)
      http://www.addio-timidezza.com/2012/09/aspetti-della-timidezza-il-timore-del.html (timore del giudizio altrui)
      http://www.addio-timidezza.com/2012/10/aspetti-della-timidezza-paura-del.html (paura del rifiuto e timore del fallimento)
      http://www.addio-timidezza.com/2012/10/aspetti-della-timidezza-le-previsioni.html

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    3. Grazie per la risposta, per i link e le precisazioni. Non conoscevo la differenza fra i termini "introverso" e "timido", tanto che li ho sempre utilizzati come sinonimi. Ho scoperto questo blog per puro caso ed è inutile dire che leggendo velocemente i vari articoli, sono poche le cose in cui non mi rispecchio. È l'analisi del mio modo d'essere. Sarà una piacevole lettura. R.

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    4. ciao mi rispecchio totalmente in cio che dici anchio mi sento cosi ormai mi sn isolata completamente!

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    5. L’auto isolamento è la reazione a una condizione di scoramento che discende dal perpetuarsi delle condizioni di disagio sociale. Ma è anche il risultato di una demotivazione latente che discende dall’idea negativa di non avere chance.
      Considera, però, il fatto che quest’idea che nega l’esistenza della possibilità nella tua vita sociale è una cognizione discendente da una credenza di base, disfunzionale e negativa, che si è andata costituendo non come interpretazione del tuo “io” oggettivo, ma come visione emotiva del tuo “io”.
      È chiaro che se hai una credenza di base che ti definisce negativamente, uno o più, aspetti della tua persona, stabilendo che sei inadeguata in qualche cosa, finisci con l’affrontare le relazioni sociali con il fiato sul collo dell’insuccesso, la paura di essere giudicata negativamente, la paura di essere rifiutata, la paura di non essere all’altezza della situazione o inferiore agli altri, la paura di non essere sufficientemente interessante o attraente. A quel punto, non sai cosa fare, come fare, che dire, come agire. L’ansia prende il sopravvento e tu avverti tutto il peso del disagio.
      Però, i tuoi evitamenti, i tuoi blocchi psicologici, i tuoi silenzi e le tue estraniazioni, sono l’effetto dell’inibizione ansiogena che entra in gioco per via del processo cognitivo cui ho accennato. In breve, il tuo insuccesso non è causato da una tua incapacità, dalla tua persona in sé, ma dalla timidezza (o altra forma di ansia sociale) che fa capolino nel tuo animo e che alimenta, per l’appunto, l’inibizione ansiogena.
      Tuttavia ti suggerisco di avere sempre bene in mente il fatto che i pensieri e le emozioni non sono te, sono soltanto pensieri ed emozioni. Non solo. Pensieri ed emozioni, non sono la realtà, né la esprimono, sono solo attività della mente.
      Ti sei talmente abituata a pensare negativo che, probabilmente, non prendi mai in seria considerazione, l’esistenza concreta delle altre possibilità. Si tratta solo di intraprendere un percorso, attraverso il quale, puoi individuare tali alternative e percorrerne quella più prossima al tuo scopo.

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  3. Ho 46 anni, sono sempre stato molto sensibile e timido, balbetto da quando avevo 6 anni, vivo tuttora con i miei. Durante l'adolescenza mi è successo di sentirmi come un ergastolano, prigioniero dei miei limiti a vita senza speranza. L'unico modo per conservare la salute mentale era cominciare ad apprezzare la mia prigione e disprezzare la libertà. Sono diventato un vero asociale, passano settimane o mesi senza che io parli con qualcuno, e non ne soffro, non provo disagio. Questo mi ha salvato dalla disperazione ma successivamente mi ha impedito di trovare una forte motivazione per cogliere le occasioni di cambiamento che mi si sono presentate. Così ho fallito diverse terapie. Ma ciò che mi fa soffrire non è la mia condizione ma l'impossibilità di vivere in una società dove le relazioni sono tutto. Non trovo più lavoro (anche perché balbetto ai colloqui), non so che sarà di me quando i miei non ci saranno più...

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    1. Quello di starsene in casa, di non entrare in relazione, in pratica di rinunciare, si chiama comportamento evitante. In questa condizione non soffri e non provi disagio semplicemente perché non ti esponi. Ma più fai così, più peggiorerà la tua condizione poiché rafforzi le credenze e le metacognizioni disfunzionali (vedi nell’archivio articoli su invalidazioni e rinforzi). Riguardo il balbettìo, se in casa non balbetti o balbetti pochissimo, è un fenomeno fisiologico di origine psicologica.
      Le terapie che si fanno funzionano se:
      il metodo utilizzato è adatto al soggetto
      se ci si impegna nella terapia
      se si ha fiducia nella terapia
      Il percorso migliore, in via generale è una psicoterapia a indirizzo cognitivo comportamentale integrata con una terapia di logopedia a indirizzo comportamentale: le due cose devono andare insieme. Quindi ti serve un psicoterapeuta a indirizzo cognitivo comportamentale e un logopedista a indirizzo comportamentale. Ma in queste cose ti ci devi proprio impegnare.
      Si tratta di fare una scelta: o continui a piangerti addosso, o ti impegni seriamente a fare qualcosa.
      Fino a ora hai scelto di piangerti addosso: è conveniente?
      Guardati un film, “il discorso del re” che racconta di un fatto vero riguardante il re Eduardo VIII d’Inghilterra e che tratta proprio del problema della balbuzie.

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  4. Nel 1999 ho fatto una psicoterapia cognitivo comportamentale e dopo un mese lo psicologo mi ha detto che era meglio sospenderla perché ero troppo teso. Non avevo mai niente da dire, la mia mente era come un foglio bianco. Ovviamente uscito dallo studio mi venivano in mente mille cose che avrei dovuto dirgli. Un po' come quando ero studente; mentre mi interrogavano non ricordavo niente, terminata l'interrogazione ricordavo tutto. E pensare che provenivo da 8 anni di corsi di rilassamento e meditazione. Non credo fosse una questione di impegno, assolutamente...comunque allora ho provato a fare da solo, leggendo testi di autoipnosi, pnl, terapia strategica, omeopatia, fiori di bach. Ho avuto progressi e ricadute, finché non ho mollato tutto esasperato.

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    1. Secondo me, nel 99, ti rivolgesti ad un pivellino o a un psicologo che è un ansioso a sua volta. Inoltre dato che hai anche un problema di balbuzie, la psicoterapia dovrebbe essere affiancata da una terapia di logopedia comportamentale.
      Supponendo che ti riferivi alla meditazione di consapevolezza, se dopo 8 anni di meditazione, non sei riuscito ad acquisire un minimo di autocontrollo nelle situazioni ansiogene, probabilmente non hai compreso a fondo né la filosofia, né il modo di fare meditazione.
      Inoltre se si fa meditazione avendo in mente uno scopo, si è già fallito in partenza. Nel tuo caso penso siano più utili gli esercizi di meditazione distaccata che non fanno parte della tradizione buddista, ma della psicoterapia metacognitiva (MCT).
      Impegnarsi nella psicoterapia cognitivo comportamentale (TCC) e in quella metacognitiva (MCT) significa eseguire gli home work assegnati.
      Gli alti e bassi sono normali anche durante la psicoterapia. Ma forse hai fatto queste terapie senza nutrire speranze, senza avere fiducia o senza credere nella loro reale utilità.

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  5. Salve sono Alessandro P., 20 anni, e credo di essere rimasto solo. Mettendo da parte tutta la mia vita piena di "fallimenti sociali" (anche perché non mi sono mai aperto agli altri) parlo della mia vita adesso. Dico innanzitutto che sono stato bocciato tre anni (in 3 scuole diverse) per via della mia timidezza e chiusura allo studio, ma credo di aver superato la cosa. Il problema è che, in tutti questi anni, non ho avuto rapporti sociali degni di nota.. A parte il primo anno che ho vissuto al liceo artistico (dopo la seconda bocciatura) ma ormai ho perduto anche quegli amici, visto che hanno preferito farsene degli altri perché sono molto introverso. Tornando ad oggi, mi ritrovo in una classe di 17, 18enni (e anche un paio di coetanei) e non ho alcun interesse a frequentarli, perché li trovo infantili. Ma il vero problema è che non ho relazioni con nessuno al di fuori della scuola, a parte in qualche forum di videogiochi (che sono diventati parte integrante della mia vita, è come se provassi sentimenti solo per essi). Praticamente le mie interazioni più importanti sono con mia mamma, mia sorella e i miei gatti, è come se provassi una sorta di misantropia per tutti gli altri. La scuola non aiuta, visto che le poche ragazze che hanno provato interesse per me poi mi hanno mollato. Ma la cosa peggiore è che sono pure maledettamente presuntuoso con tutti e anche sarcastico e saccente. Ma la cosa non mi ha mai toccato completamente perché avevo "la mia vita(i videogiochi)" e "la mia arte nel disegno" (perché a scuola disegno sempre), fino a oggi, il primo dell'anno 2016. Sono stato con parenti perché non mi chiama nessuno perché credo di stare sulle balle a tutti e comunque perché non sono un loro vero amico, e mi sono messo a piangere. Io ho paura di stare solo, ma non trovo soluzioni. Mi avvicino agli altri (a quelli che considero inferiori) insultsndoli e criticandoli e alle poche che hanno provato interesse per me non parlo finché non mi parlano loro, non so se per superbia o timidezza a 'sto punto. La cosa più brutta è che vengo perculato pure in famiglia perché mio cugino 17 enne esce e io no. Ma non so più che fare. C'era una ragazza che mi piaceva e che provava interesse per me (per tipo due tre giorni alla settimana ma è un record per me) ma si è un po' allontanata per via della mia pesantezza nel dialogo (parlo spesso di cose filosofiche e di cagate che mi invento , ma se a volte le piace il giorno dopo non mi caga più), con una tizia che considero un'idiota è un grassone. Praticamente con gente che credo peggio di me, ma ormai non so più chi sia meglio o peggio di me. Sono stato fuori da qualsiasi ruolo da troppo tempo e ho paura che saprei vivere di soli videogiochi, ma credo che l'unica soluzione per me a questo punto per ritrovare interesse negli altri sia di fidanzarmi con questa tizia, ma mi sento troppo brutto e inferiore a lei..
    Sono confuso, se ha capito qualcosa e mi può rispondere la ringrazio moltissimo anche se ho postato dopo 3 anni

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    1. Ciao Alessandro
      ti rispondo con due commenti consecutivi per via delle limitazioni del numero di caratteri inseribili nei commenti

      I PARTE

      Non si capisce chi è il grassone: tu, la ragazza con cui “non ti resta” che fidanzarti, o un lui non identificato?
      Dal modo con cui ti rapporti agli altri, sembrerebbe che tu abbia sviluppato convincimenti inconsci negativi sugli altri e sul mondo umano ma, allo stesso tempo anche su te stesso. In termini transazionali si potrebbe dire che il rapporto tra te e gli altri oscilla tra i tipi “io sono ok e tu non sei ok” (consideri gli altri infantili, inferiori, li insulti, li critichi e ritieni che la scuola non ti aiuti) oppure “io non sono ok, tu non sei ok” (sei disposto a metterti con una che non ti piace e al tempo stesso ti senti inferiore a lei). In breve o bocci te stesso e gli altri o bocci solo gli altri.
      Le conseguenze si ripercuotono su diversi aspetti.
      Non riuscendo a integrarti finisci col percepirti come non accettato, proprio perché gli altri sono considerati “non ok”, non affidabili, per cui reagisci sviluppando o senso di rancore o senso di superiorità. Talvolta capita che senso di superiorità e d’inferiorità si manifestino insieme. In questo caso il comportamento è ambivalente.
      Non confondere introversione con timidezza: l’introverso non è per nulla timido e non ha problema a integrarsi [vedi: http://www.addio-timidezza.com/2012/07/introversione-ed-estroversione-prima.html (introversione ed estroversione - prima parte)].
      Se sei timido, significa che hai avuto poche opportunità (o in quantità insufficiente) per apprendere modelli di comportamento relazionali, ciò implica che hai insufficienti abilità sociali. La conseguenza è che hai difficoltà a discutere su un ampio ventaglio di temi e quindi non riesci a rapportare (o ad adeguare) la tua comunicazione a un livello condiviso.
      Anche il fatto di avere difficoltà a parlare con le ragazze è indicativo di questa difficoltà alla comunicazione relazionale, oltre anche al fatto di percepirti comunque inadeguato.
      La tua solitudine ti spinge a scegliere la logica del surrogato, ma mi chiedo se veramente coloro che pensi siano peggio di te, lo sono per davvero: tieni conto che il tuo modo di concepire o percepire gli altri è viziato o compromesso e condizionato da convincimenti inconsci disfunzionali.
      La chiusura allo studio è, probabilmente, dovuta a due fattori:
      - Ai flussi di pensieri negativi che ti passano per la mente, un fattore di cui non hai parlato, ma è chiaro che ne hai e anche di pervasivi e invasivi. Questi flussi di pensieri assorbono il grosso delle energie attentive per cui ti diventa difficile anche concentrarti sullo studio.
      - La demotivazione che scaturisce dai pensieri negativi, dai convincimenti negativi su te stesso, dalla demoralizzazione che credo ti perseguita, dall’idea che forse non vedi vie d’uscita.

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    3. II PARTE

      C’è una regola semplice per misurarsi: se ti senti superiore agli altri, o sei dio o sei un ignorantone; se ti senti inferiore agli altri, credi di esserlo, ma non è detto che lo sia per davvero. Nel primo caso, impara l’arte dell’umiltà, nel secondo caso, impara l’arte di provare.
      Se accetti qualche suggerimento, per affrontare queste tue problematiche, ti consiglierei di agire su tre piani contemporanei:
      1) prova a fare una psicoterapia a indirizzo cognitivo comportamentale in modo da scardinare gli aspetti cognitivi disfunzionali (che sono alla base di tutto) e certe abitudini comportamentali che ti creano inimicizie, distacco ecc.
      2) Fare un training di assertività (meglio se di gruppo) per apprendere nuovi modelli comportamentali e gestire meglio le relazioni con gli altri.
      3) Praticare quotidianamente la mindfulness in modo da superare la tua negativa tendenza a criticare, insultare ecc.; nonché a fronteggiare i flussi di pensieri negativi, la difficoltà a concentrarti.
      Ti ho suggerito la psicoterapia cognitivo comportamentale perché è il modo più efficace, in assoluto, per trovare una via d’uscita dalla tua condizione, ma se non te la senti, se la cosa ti spaventa, puoi provare con i manuali di autoterapia.
      Nel frattempo comincia con lo scaricare due pamphlet gratuiti.
      “Come si forma l'ansia sociale” e “Le cause della timidezza” che trovi nella pagina “i gratuiti” di questo stesso blog.
      Articoli suggeriti:
      http://www.addio-timidezza.com/2011/11/come-si-affronta-la-timidezza.html (come si affronta la timidezza) e anche le altre forme di ansia sociale
      http://www.addio-timidezza.com/2011/08/cose-lassertivita-i-principi-ispiratori.html (i principi ispiratori dell’assertività)
      http://www.addio-timidezza.com/2011/08/cos-l-perche.html (cos’è l’assertività)
      http://www.addio-timidezza.com/2011/03/la-psicoterapia-cognitivo.html (caratteristiche della psicoterapia cognitivo comportamentale )
      http://www.addio-timidezza.com/2011/03/la-psicoterapia-cognitivo_28.html (come si snoda la psicoterapia cognitivo comportamentale)
      http://www.addio-timidezza.com/2014/12/lassertivita-come-modello-di.html (L’assertività come modello di comunicazione)
      http://www.addio-timidezza.com/2014/12/la-mindfulness-come-strategia-per.html (La mindfulness come strategia per affrontare la timidezza – prima parte )
      http://www.addio-timidezza.com/2014/12/la-mindfulness-come-strategia-per_29.html (La mindfulness come strategia per affrontare la timidezza – seconda parte )
      http://www.addio-timidezza.com/2015/01/la-mindfulness-come-strategia-per.html (La mindfulness come strategia per affrontare la timidezza – terza parte )
      http://www.addio-timidezza.com/2015/01/la-mindfulness-come-strategia-per_12.html (La mindfulness come strategia per affrontare la timidezza – quarta parte )
      http://www.addio-timidezza.com/2015/05/strategie-per-timidezza-e-ansie-sociali.html (Come approcciarsi alla mindfulness)
      http://www.addio-timidezza.com/2015/06/strategie-per-superare-la-timidezza-e.html
      (L’utilità della mindfulness )
      http://www.homomentis.it/fronteggiamento-di-ansia-sociale-e-timidezza-i-principi-cardine-della-mindfulness/
      ( i principi cardine della mindfulness )
      Manuali:
      Manuale di autoterapia per la timidezza e altre forme di ansia sociale a indirizzo cognitivo comportamentale
      http://www.addio-timidezza.com/p/vinci-la-timidezza_30.html
      Manuale teorico e pratico di assertività
      http://www.addio-timidezza.com/p/assertivita.html
      Manuale di mindfulness, meditazione consapevole, distaccata, attentività, defusione ecc.
      http://www.addio-timidezza.com/p/mindfulness-e-oltre.html

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    4. La tua capacità di mettere spietatamente a nudo le tue contraddizioni ti rende ai miei occhi sicuramente superiore a molti in qualcosa. Non sono una psicologa, ma un'insegnante di mezza età, realizzata come madre, ma non esente da sfiducia e sconforto.

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  7. Io ho 21 anni, la gente mi giudica un bel ragazzo, all'università vado come un treno, faccio sport a livello agonostico con buoni risultati a livello nazionale... eppure mi sento così scoraggiato da intraprendere relazioni al di fuori degli ambienti più familiari (centro sportivo). A casa parlo pochissimo con i miei. Ho un gruppo di amici con cui esco il week end, di cui uno molto invadente e che tende inconsapevolmente a voler entrare di forza in tutti i miei rapporti. Quando arriva il week end non vedo l'ora che arrivi il lunedì (o la domenica mattina quando mi alleno), perchè non riesco a relazionarmi con altre persone e specialmebte con le ragazze (soprattutto se belle), anche se so che molte farebbero a gara per avere un qualche rapporto con me. Viste le mie giornate impegnate (5 ore di studio e 3.5 di allenamento) ci penso poco a questi aspetti... ma quando ho del tempo libero penso sempre tra me e me di come la mia situazione "sociale" sia complicata.

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    1. Bé direi che se sei approdato su questo sito, hai fatto una ricerca su un motore di ricerca, è ciò indica che la tua situazione complicata occupa decisamente i tuoi pensieri.
      Comunque sia, fai benissimo a dedicarti agli studi e a fare sport, sono attività che funzionano da scudo, proteggendoti da una deriva cognitiva in cui potresti precipitare se dedicassi più tempo a pensare alla tua situazione sociale.
      Essendo timido cominceresti a rimuginare e ruminare in modo eccessivo, e questo proietta la mente in un vortice di negatività.
      Se parli pochissimo a casa, probabilmente, l’ambiente è poco assertivo o poco comunicativo; un genitore ansioso, o a sua volta timido; un ambiente dove non si usa esprimere emozioni (che vengono represse), genitori protettivi o al contrario troppo severi.
      Una dei fattori della difficoltà a interagire è il mancato apprendimento di modelli di relazionamento sociale. In questo caso, un training di assertività fatto bene, potrebbe essere di grande aiuto.
      Ti suggerisco di scaricare, nella sezione “i gratuiti” pamphlet “Come si forma l'ansia sociale” e “Le cause della timidezza” così cominci a capirci di più.
      Dovresti cominciare a chiederti perché ti senti scoraggiato a relazionarti, perché non riesci a relazionarti e quali sono i pensieri che ti vengono quando pensi a queste cose.
      Il problema con le ragazze lo descrivo in questi articoli
      http://www.addio-timidezza.com/2010/08/le-persone-timide-e-laltro-sesso.html (le persone timide e l’altro sesso)
      http://www.addio-timidezza.com/2013/09/timidezza-e-corteggiamento-un-problema.html (Timidezza e corteggiamento, un problema con l’altro sesso)
      http://www.addio-timidezza.com/2011/10/affettivita-sesso-e-timidezza.html
      (affettività sesso e timidezza)

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  8. Salve, ho 19 anni, e sono spesso e volentieri immerso nei miei pensieri, ho molte difficoltà a relazionarsi con un il gruppo in generale, anche perché ritengo che spesso si sprechiamo parole parlando di cose stupide, non è che mi credo superiore, o forse un pochino, è solo che i loro atteggiamenti non suscitano interesse, per mia natura preferisco ascoltare piuttosto che parlare, per tenere un discorso ho bisogno di concentrarmi e allenarmi molto, non sono per nulla spontaneo, e questo mi crea gravi problemi quelle rare volte in cui penso di interagire con una ragazza, osservo tutto dei suo viso, ma non riesco a dire nulla che abbia senso, e le poche relazioni che ho avuto in fondo si bastavano sul nulla. E soprattutto arrivo ad un ponto in cui mi blocco, divento passivo e ignoro tutto e tutti, resto per ore sul pavimento a guardare il soffitto.

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    1. Carissimo
      Ti ringrazio per aver postato questa tua testimonianza di vita. Alcune tue affermazioni mi danno l’occasione di fare alcune osservazioni rispetto a una questione che tocca un po’ tutti gli ansiosi sociali.
      Permettimi di provare a sfatare un tabù che insiste, tantissimo, proprio tra gli ansiosi sociali: lo scarso valore delle “banalità”, delle cose stupide che si dicono e che fanno parte della conversazione tra persone. [ vedi http://www.addio-timidezza.com/2011/04/utilita-e-danno-delle-conversazioni.html (utilità e danno delle conversazioni banali) ]
      Il conversare, la comunicazione non si risolve nella semplice trasmissione della conoscenza, né nel solo concetto del confronto delle idee. La comunicazione è molto di più e la possiamo sintetizzare dicendo che è relazione, e questa ha molte funzioni. Comunicando si trasmettono emozioni, sentimenti, pensieri, conoscenze, intenzioni esplicite, intenti impliciti o nascosti, si stabilisce il tipo di relazione, il rapporto gerarchico, la modalità di relazione, il livello di scontro o d’incontro, il grado di disponibilità alla relazione, la volontà di relazione o la sua negazione.
      Nella quotidianità delle interazioni umane la conversazione “banale” ha la finalità di tenere in vita la relazione interpersonale, di mantenere un contatto, e anche di affermare un’appartenenza sociale (di gruppo, di coppia, eccetera). Il razionale di quanto ti dico non opera nel nostro livello cosciente, e quindi non conversiamo con argomenti stupidi o banali avendo consapevolezza della sua finalità strutturale, infatti, tale finalità nasce da un bisogno inconscio ma decisamente oggettivo e pregnante.
      Ti suggerisco di prestare attenzione quando sei in queste situazioni, è possibile che la tua difficoltà stia proprio nell’inserirti in conversazioni generiche. È probabile che questa difficoltà generi in te una sorta di reazione di rigetto, unitamente a un sentimento d’impotenza o qualcosa del genere. E ciò, probabilmente, è dovuto a quella serie di pensieri negativi che attraversano la tua mente in quei momenti, a quelle sensazioni negative che provi, a quel dato “sentirsi”. Si tratta di un’attività mentale che toglie energie e capacità elaborative e attentive, finalizzate al problem solving o, se preferisci, in questo caso, all’inserirti nella discussione. Un’altra causa che potrebbe insistere, è la mancanza o insufficienza di apprendimento di modalità di relazionamento sociale, questa in genere si manifesta in ambienti familiari anassertivi o comunque difficili. Infatti, in tali ambienti i bambini, i fanciulli e gli adolescenti hanno scarse possibilità di interagire in modo sufficiente all’apprendimento del relazionamento sia verbale che fisico.
      Altro fattore che incide in questa difficoltà a relazionarsi è il fatto che pur quando si possiedono abilità sociali, queste non vengono utilizzate e, pertanto, il loro mancato esercizio determina la perdita delle abilità.
      Ma la problematica complessiva che esponi implica un quadro di difficoltà ancora più articolato.
      Se scorri le risposte ai precedenti commenti, noterai che ho indicato altri articoli, presenti in questo blog, che toccano proprio le problematiche che emergono dal tuo commento. Ti suggerisco di darvi un’occhiata.

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  9. Salve, sono una ragazza di quasi 17 anni, e da ormai 2 anni mi segue uno psicologo. Prima avevo degli amici, anni fa, ma tutti falsi, e hanno messo in giro delle voci su di me, così la gente mi evitava, mi sentivo derisa da tutti, camminavo a testa bassa tra gli insulti. Ho avuto dei problemi anche con i miei genitori, mi rifiutavano, spesso avvenivano pure degli scontri fisici abbastanza violenti. Questo ed altro, una serie di eventi negativi, mi hanno portata ad essere depressa e autolesionista. Adesso sto meglio, ma sono rimasta sola. Il mio migliore amico abita lontano, possiamo vederci solo 2 settimane d'estate. Vi ho raccontato queste cose di me perché sono convinta che il mio passato mi abbia resa così. Odio le persone, in particolare i miei compagni di classe, eppure sento di aver bisogno di qualcuno vicino. Intanto se non ho amici non esco e se non esco non ho la possibilità di conoscere altre persone.. Come devo fare? Abito in un piccolo paesino nel sud Italia, non mi piace la gente di qui, trovo siano stupidi e ignoranti. Non mi reputo migliore di loro, alla fine odio pure me stessa. In classe sto sempre da sola, non riesco ad esprimere la mia opinione, ma non ci tengo ad avere come amiche le mie compagne, persone che non stimo e che vedo come esempi negativi, come dimostrazione dello schifo che c'è nel mondo oggi. Capitemi eh, sono le classiche bimbette che passano le giornate a farsi selfie, e i loro argomenti di discussione sono solo pettegolezzi, mai nulla di intelligente. Non vengo esclusa perché sono brava a scuola, sia ben chiaro, vado bene solo in matematica dato che è l'unica materia di cui stimo la prof e quindi studio. Certe volte, come adesso, vorrei solo sparire. È sabato. Sicuramente sono tutti in giro con gli amici. Ed io qui,da sola a casa. Vorrei avere un gruppo di amici, ma so di non esserne capace, non so starci, e pretendo troppo dagli altri (come anche da me stessa). I prof dicono che sono troppo immatura e per questo non riesco a legare coi compagni. Ma se ci fosse uno che mi stesse simpatico proverei a parlarci, no?! Intanto l'anno scorso si sono comportati male, tutti, dal primo all'ultimo. E non sono cambiati. A sto punto, meglio sola che male accompagnata. Ecco, ma la mia coerenza? Sono così lunatica... in un commento ho cambiato idea mille volte. . È pure per questo che evito di esprimermi, cambio idea un attimo dopo..e non sono capace di fare un discorso, non sono abituata. Okay, scusate, avevo bisogno di sfogarmi... con lo psicologo non riesco più ad essere sincera..
    Che problema ho? Che devo fare? Non posso continuare a vivere così, sono come una pianta..

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    1. Ciao Claudia
      Non preoccuparti, hai fatto bene a sfogarti. Anzi, hai portato una esperienza che molti troveranno interessante, e molti si ritroveranno nelle cose che hai scritto. Sappi che si sentiranno meno soli.
      Mi spiace per come te la passi, per la solitudine che vivi. Certo, nel passato c’è l’origine della sofferenza delle persone afflitte da depressione e ansie sociali, o meglio, nella storia dell’interazione interpersonale e, soprattutto, nel modo emotivo in cui è stata vissuta. Quella storia ha condotto la tua mente a elaborare cognizioni inconsce (credenze) negative su te stessa e sugli altri. Tali credenze si sono costituite come interpretazioni emotive della realtà, anziché essere interpretazioni oggettive del reale. Queste credenze innescano un processo articolato e complesso che coinvolge, l’emotività, l’umore, l’ansie, gli stili del pensare, i comportamenti, i pensieri abituali e automatici. Tutto questo poi produce le sofferenze interiori devastanti come l’ansia sociale e la depressione.
      Tuttavia, considera il fatto che tu stai nel presente, e se quelle credenze negative le hai ancora, significa che nel presente non le hai fronteggiate a sufficienza e non le hai superate. Queste non sono più le credenze del passato, ma sono quelle del presente. Ciò perché la nostra mente rielabora costantemente la propria memoria, ricostruendola attraverso il filtro delle ultime esperienze (emotive, logiche, valutative, fisiche, sociali).
      Ti suggerisco di non fermarti troppo sul passato e di concentrarti di più sul presente: come percepisci, OGGI, te stessa in termini di abilità sociali (d’interazione), di capacità di fronteggiare con efficacia gli eventi, di amabilità? Come percepisci, oggi, gli altri in generale? Come vivi, dentro di te, le esperienze che vivi oggi? Questo è importante. Non puoi cambiare il passato, ma puoi cambiare il tuo futuro e condizionare il presente.
      Così come non hai il potere di cambiare gli altri, ma hai la capacità e possibilità di imparare a gestire meglio le tue emozioni del presente in modo da non roderti il fegato, di diventare più resistente senza rinunciare alle affettività e alle emozioni.
      Hai scritto: “Vorrei avere un gruppo di amici, ma so di non esserne capace, non so starci, e pretendo troppo dagli altri (come anche da me stessa).”
      Non è vero che non ne sei capace, semplicemente non sei allenata a farlo. L’idea d’incapacità che si è determinata nella tua mente, è il risultato di una elaborazione emotiva della realtà, a scapito di quella oggettiva: sono le credenze di cui parlavo. Ora prova a superarle.
      I tuoi prof non sono psicologi e non sanno un tubo della mente umana, purtroppo lo stato non si preoccupa di formare gli insegnanti.
      Permettimi un paio di suggerimenti: anche se cambi spesso idea, tu prova a esprimerle lo stesso. Non ti riesce di fare un discorso perché non sei allenata a esprimerti. Anche in questo è importante l’esercizio, col tempo diventerai più sicura di te.
      Il segreto delle abilità sociali sta nell’esercitarle e nel continuo esercizio. Non porti il problema di far brutte figure. Tanto i ragazzi con cui ti relazioni oggi non saranno quelli di domani. Da ragazzo ne facevo molte di brutte figure, oggi, sono molte le persone che non si sentono all’altezza di confrontarsi con me.
      Infine ti consiglio la pratica quotidiana della mindfulness, che è di grande aiuto per sminuire il potere e la pervasività dei pensieri negativi, per diventare più resistente verso le cose che oggi ti procurano sofferenza interiore.
      Di questo problema di sincerità ne hai parlato con lo psicologo? Sono meccanismi che si verificano con grandissima frequenza. Magari potete riuscire a risolvere. Lo psicologo è lì per aiutarti, non per giudicarti, arrabbiarsi o altro, queste cose le capisce e anche molto bene. Ma se proprio poi vedi, fra un paio di mesi, che non ti riesce, prova con un psicoterapeuta a indirizzo cognitivo comportamentale.


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  10. Non tutti possono essere i re della festa,si è diversi,c'è chi è introverso,chi estroverso....bisogna essere se stessi,io non mi sforzo di piacere agli altri,non faccio battute,non parlo di cazzate,per il semplice motivo che non fa parte di me,e se a qualcuno non gli va bene sono problemi suoi.

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    1. Chiarisco che nell’articolo non mi riferisco agli introversi. L’introverso, questi tipi di problemi, non se li pone proprio, non è un asociale, né ha problemi di asocialità. Inoltre anche gli introversi parlano di cazzate e fanno battute, sfatiamo dei miti! Al riguardo suggerisco un articolo in cui faccio chiarezza sulla differenza tra timidezza, le altre forme di ansia sociale e introversione.[vedi: http://www.addio-timidezza.com/2016/07/differenza-tra-timidezza-e-introversione.html]
      Non so perché hai letto quest’articolo sull’asocialità. Però se ti percepisci asociale, non sei un introverso, ma un ansioso sociale. E ciò perché percepirsi in un certo modo (in questo caso asociale) implica la presenza di schemi cognitivi disfunzionali.
      Usando il termine “cazzate” dentro la frase “… non faccio battute, non parlo di cazzate…” esprimi un giudizio. Ora resta da capire quali sarebbero queste “cazzate”. Comunque sia, tieni presente che il pour parler è un fondamentale esercizio di socializzazione, per questo è così tanto diffuso. Il pour parler svolge diverse funzioni: è l’invio di messaggi di disponibilità e apertura alla relazione interpersonale; come aspetto di relazione nella comunicazione, stabilisce un piano di uguali a dispetto di quello gerarchico; tenendo in vita la comunicazione verbale rafforza il rapporto di relazione con l’interlocutore (o interlocutori); rafforza l’identità di gruppo; rafforza il senso di appartenenza.
      In genere, chi esprime giudizi sul pour parler, ha dei reali problemi a relazionarsi. La risposta è l’evitamento, che nel tempo, diventa abituale e, quindi, un tratto caratteriale.
      Voglio qui ricordare che il carattere è, per definizione, l’insieme dei comportamenti abituali di un individuo. E dato che i comportamenti si apprendono, il carattere è anche l’insieme dei comportamenti appresi.
      Certamente sei liberissimo di adottare il tuo stile comportamentale, ma sei tu che hai fatto questo commento e mi sorge un dubbio: non è che, magari, il problema sia tuo? Altrimenti, perché porre la questione? Perché leggere il mio articolo che è scritto per chi ha problemi di asocialità? E perché il tuo pensiero va all’essere, o dover esser “il re della festa”?

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  12. Si può definire un articolo utile fino ad un certo punto, perchè se non hai dimistichezza con certi termini "tecnici" difficilmente riuscirai ad estrapolarne il messaggio che certi articoli vogliono dare. Si è già fortunati se non ci si deve munire di vocabolario per leggere il testo, visto che c'erano parole che io ad esempio non avevo mai sentito prima.
    Negli ultimi tempi non ho fatto altro che leggere numerosi messaggi in cui le persone che si ritengono asociali presentano tutte la stessa situazione: Non hanno amici perché i pochi conoscenti che hanno non li frequentano abbastanza, ma se volessero basterebbe partire da loro per riuscire ad inserirsi (anche se con difficoltà) in una qualsiasi comitiva.
    Io invece parto proprio da 0 dal momento che da quando sono nata fino ad adesso che ho 20 anni non ho mai avuto nemmeno un amico. Zero spaccato proprio.
    I compagni di scuola? Non siamo mai andati oltre il saluto. Loro a chiacchierare in un angolino dell'ultima fila, io per i fatti miei nell'angolino opposto della prima fila.
    Loro non hanno mai cercato di coinvolgermi nelle loro conversazioni, e io non ho mai chiesto che lo facessero. Anzi, quando capirono che ero timida, non ci misero molto a sparlare di me alle mie spalle o a prendermi giro rafforzando in me la consapevolezza che avevo fatto bene a star loro alla larga. Tutto questo si ripetè come un circolo vizioso partendo dalle elementari, passando per le medie e terminando con le superiori.
    Una terapia cognitivo comportamentale con uno psicologo? La farei volentieri, se ci fossero soldi che io non ho.

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    1. Mia cara, avrai notato che ai termini “tecnici” che utilizzo, corrispondono anche dei link. Servono a spiegare a cosa ci si riferisce. Se non li usassi, sarei costretto a scrivere articoli di 3.000 parole (che difficilmente verrebbero letti) e non articoli che puntano ad avere una lunghezza “sostenibile” (500 – 700 parole).
      Anch’io, ancora oggi, a volte mi trovo a leggere parole che non conosco, ma mi occorrono una quindicina di secondi (l’ho cronometrato proprio adesso!) per andare nella pagina web del vocabolario Treccani e verificare il significato della parola.
      Mi spiace per la tua situazione, mi fa supporre l’esistenza di due fattori concomitanti: una predisposizione genetica a sviluppare ansia e un ambiente familiare non adatto a te e che ha fatto sopraggiungere la timidezza nella bambina che eri: i bambini sono sempre indifesi e, perciò, facile preda delle ansie sociali. Ma non inseguire il passato, se vuoi il cambiamento, devi agire sulla persona che sei adesso.
      La tua solitudine (ti invito a non considerarla asocialità) ha radici profonde che affondano nell’infanzia. Prova a vedere se all’ASL locale o nei consultori della zona ci sono psicoterapeuti a indirizzo cognitivo comportamentale (o anche razionale emotiva), in queste sedi le psicoterapie sono gratuite. Ma non accettare farmaci.
      Ma permettimi qualche osservazione. Non sono gli altri che devono coinvolgere te, sei tu che dovresti provare a farti coinvolgere. Vedi, dato che non puoi cambiare il mondo o gli altri, allora devi trovare un modo, delle strategie, che ti mettano in condizione di poter interagire in maniera soddisfacente o che ti mettano nella condizione di non farti dominare dalle emozioni negative. In breve, si tratta di individuare un approccio pratico che non guardi in faccia ai principi e alle teorie su cosa sia o debba essere la vita, ma che punti solo agli obiettivi concreti della tua vita sociale.
      Molto probabilmente, essendo ansiosa e timida, e avendo (credo) una famiglia che non riesce a darti i supporti necessari, non hai avuto l’opportunità di apprendere modelli comportamentali di relazionamento e comunicazione efficace. Se ciò è vero, diventa ovvio che tu abbia difficoltà a relazionarti con gli altri: è come trovarsi in un paese in cui non si parla la tua lingua. Non sai che dire, come iniziare.
      Ti sarebbe utile un training di assertività, fare molta esercitazione con la tecnica del copione. Hai provato a fare teatro?
      Se non puoi permetterti queste cose, prova con qualche buon manuale sia per le ansie sociali, sia per l’assertività o la comunicazione: ma ti ci dovrai impegnare e non aver fretta: se sei timida sin da bambina, hai una storia di ansia sociale di una ventina d’anni (suppongo) alle spalle, non puoi pensare di risolvere i tuoi problemi in pochi mesi.
      Però ce la puoi fare. Non è affatto facile, ma decisamente possibile. La timidezza è di natura cognitiva, per cui si poggia fondamentalmente su cognizioni inconsce apprese: ciò che s’impara si può disimparare, ma soprattutto, si può apprendere quel che è destinato a sostituire il vecchio.

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    2. Mi creda,ho cercato in tutti i modi di farmi coraggio e provare a fare il primo passo,a farmi coinvolgere ma è stato tutto inutile: ho un blocco che mi impedisce di dire o fare qualsiasi cosa e che non riesco a superare. Ho cercato di contattare (tramite i social network)una ragazza che non vedo da tempo, interagire con lei,farci amicizia ma nel momento in cui devo mandare il messaggio vado nel panico,comincio a sudare freddo,la mano si blocca e riesco a respirare solo se cancello il messaggio e cambio idea su quella che era la mia intenzione e questo un po' mi spaventa anche perché sono una persona che teme troppo il giudizio degli altri. Appena mi accorgo che qualcuno mi guarda mi impanico, e penso che mi stiano criticando per la camminata impacciata, per lo sguardo basso che tengo quando cammino, a volte credo di essere costantemente criticata da tutto e da tutti.
      E' vero che sono timida fin da bambina, ma in passato ero un po' più aperta,se gli altri mi rivolgevano la parola due frasi di senso compiuto riuscivo a pronunciarli. Ma crescendo la parte estroversa di me è svanita.
      Adesso se vedo gente che conosco cambio strada, a costo di girarmi l'intera città per arrivare a casa,scelgo sempre di entrare in negozi dove so di non conoscere nessuno, se vedo i miei vecchi professori da qualche parte sguardo basso e fingo di non vederli, entrare nel panificio dove c'è una ragazza che mi saluta spesso? L'indecisione mi assale: sto li a farmi mille paranoie sull'entrare o meno,molte volte rinuncio e me ne vado a casa, altre riesco ad entrare ma sono talmente imbarazzata che non mi escono neanche le parole, non mi viene nulla da dire. Poi però tornata a casa mi maledico perché mi vengono in mente milioni di frasi che avrei potuto dire in quel momento e per aver perso l'ennesima buona occasione.
      3 mesi fa un ragazzo mi ha fermata dicendomi di avermi visto (andavamo nella stessa scuola) e io invece di farci amicizia ho inventato una scusa e sono scappaa via, e poco ci manca che mi impanico anche quando devo chiedere semplici informazioni alle commesse del supermercato.
      Ho paura di tutto,e sono quelli i momenti in cui mi rintano nella mia camera in cui mi sento subito meglio, ma al tempo stesso soffro perché vorrei degli amici.

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    3. Mia cara non sei riuscita nei tuoi propositi di socializzazione perché, con molta probabilità non hai adottato un metodo, né una precisa strategia, né ti sarai servita di tecniche di fronteggiamento. E poi per perseguire risultati positivi in queste cose, bisogna procedere con gradualità, iniziare con una fase di preparazione, imparare a gestire l’ansia, avere tanta pazienza e volontà perseverante.
      Tu ci provi, ma ottieni lo stesso risultato di chi vuol correre la maratona senza essersi allenato. E poi finisci che ti smonti ancora di più, che fai aumentare il tuo pessimismo e rafforzare la pervasività dei pensieri negativi. Inoltre rafforzi le idee negative che hai su te stessa e sugli altri.
      Inoltre da quello che scrivi, direi che la tua non sia timidezza, ma fobia sociale (se non disturbo evitante della personalità). Ma su questo preferisco non esprimermi in modo definito perché sono diversi i fattori da verificare per stabilire da cosa sei afflitta.
      Tuttavia, comunque lo si voglia chiamare il tuo disagio o disturbo, si tratta di una forma di ansia sociale, e questo basta per dirti che il tuo problema è di natura cognitiva, è nel tuo modo di vedere e interpretare le cose che riguardano l’interazione sociale.
      Non è una questione di abilità o capacità, è che non sai come gestire paura ed ansia, e quindi non hai neanche potuto allenarti a farlo.
      Che da bambina eri meno timida è cosa normale, la timidezza esplode con l’adolescenza, per due motivi principali.
      La prima perché l’adolescenza è la fase di crescita in cui si cerca di definire sé stessi, sia come identità sociale, sia come identità individuale. E qui che le credenze sul sé, che si sono formate sin dalla nascita sotto la pressante influenza dei messaggi genitoriali, cominciano a presentare il conto, e a influenzare la percezione di sé stessi e la definizione della propria identità.
      La seconda è data da un fattore di sviluppo Il nostro cervello da infanti, bambini e da fanciulli, non ha ancora raggiunto un livello strutturale e di capacità che permettono una vera autodifesa dai messaggi negativi che giungono dall’esterno (genitori, scuola ecc.), in queste età si assumono i messaggi come se fossero verità assolute e si memorizzano come tali. Ma nell’adolescenza, acquisiamo capacità di astrazione del pensiero, ma soprattutto di meta pensiero (il pensiero che ragiona sul pensiero stesso). Siamo capaci di valutare, ma se, nel periodo dalla nascita all’inizio della prima adolescenza, il nostro inconscio ha costruito definizioni, descrizioni di noi stessi in negativo, partiamo da queste informazioni, assumendole come vere. Individuandoci in chiave negativa, andiamo in crisi, le nostre paure aumentano perché ci sentiamo inadeguati e, quindi incapaci di affrontare il mondo, le persone, le situazioni. La paura ci blocca, ci fa evitare di fare quelle esperienze necessarie per sviluppare le nostre abilità sociali ecc. ecc. Così ci si trova a non saper come interagire o a farlo in modo non funzionale ai nostri obiettivi e all’interazione stessa. L’inibizione ansiogena sale in cattedra e finisce col prendere il predominio su di te.
      Per finire. Se re incontri quel ragazzo, posto che ti piaccia, digli subito una cosa tipo: “guarda che ho una timidezza che mi blocca, e fra un po’ mi bloccherò anche con te, se mi dici che sono timida ci resto male, se mi dici che devo reagire ci sto male”. E vedi cosa ti risponde. Potrebbe svignarsela e in tal caso chiudi un capitolo, ma potrebbe anche diventare l’uomo della tua vita.
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    4. Gli insegnanti fanno molti danni, a volte in combutta alcuni psicologi (non tutti gli psicologi sono preparati, come non lo sono tutti gli insegnanti o tutti i medici), perché danno per scontato che i cerchi vadano quadrati e mettono in atto vere e proprie persecuzioni nei confronti degli introversi, anziché dei bulli che li provocano o li molestano.

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  13. ciao sono un ragazzo di 15 anni ed anch'io ho difficoltà a relazionarmi, come molti di voi sento sempre che la gente parla di cose poco sensate(quante canne fumi-a quali feste sei andato ultimamente-quanto costa quella maglietta di marca che hai addosso o ancora peggio il nuovo video di qualche youtuber), a volte non mi va nemmeno di far parte dei discorsi, preferirei parlare di cose serie infatti molto spesso mi trovo a mio agio nei discorsi con gli adulti. Una cosa che non sopporto proprio della gente è la pigrizia dico che ogni giorno è buono per migliorare ed essere una persona migliore di ieri ma qua tutti non vogliono farne un cazzo della loro esistenza. Negli ultimi tempi sto credendo di piu in me stesso anche se è dura andare avanti quando nessuno apparte tua madre crede in te, quando provi a costruirti degli ideali perche non vuoi essere uguale agli altri o semplicemente perchè ti va di crederci perchè a te sembrano giusti ma poi ti ritrovi il mondo intero che ti guarda come per dire:^che sfigato non segue la massa fa tante cose che non fa nessuno^. Nonostante la solitudine so che un giorno forse molto lontano incontrerò delle persone che condividono i miei disagi, leggendo questi commenti ho provato una sensazione di sollievo, almeno so di non esere l'unico ad essere estremamente selettivo con le amicizie. Penso tutti noi aventi gli stessi "problemi" dovremmo fare scuadra e supportarci lun l'altro.

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  14. belle parole..
    Io sono stufo di essere chiamato "timido", un modo gentile per dire che sei solo un povero sfigato. Io non sono timido, sono asociale. Lo riconosco, non ho paura di dirlo in faccia agli altri e quasi me ne vanto. Non ho disistima di me stesso, anzi credo di essere meglio degli altri per molte cose.. per tale motivo sono spesso definito, alle mie spalle, anche in un altro modo meno gentile. Io non mi considero uno sfigato, perche´so per certo che se sono diventato cosi asociale al punto di non riuscire manco piu a considerarvi miei simili e´ solamente colpa vostra, della vostra falsita´ e cattiveria

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Grazie per il commento