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1 ottobre 2013

Quando l’evitamento della sofferenza diventa disfunzionale

Nella cultura umana è fortemente radicata l’idea che il raggiungimento della felicità sia maggiormente disponibile evitando la sofferenza. Un tale concetto ha una sua validità nella misura in cui l’evitamento della sofferenza non dia luogo a una cognizione dogmatica e a comportamenti, da essa discendente, che determinano una sorta del “non vivere”.

Portata alle sue estreme conseguenze, quest’idea conduce a un'implicita negazione della sofferenza come fattore intrinseco e propria della vita umana. 

Pensare che la vita sia possibile senza patemi è come negare il principio della gravità mentre un elefante sta precipitando sulla nostra testa.

Conseguenza dell’idea d’evitamento della sofferenza è l’assunzione di pensieri e comportamenti di controllo nei confronti delle esperienze. 

Carrie Ann Baade - mare di lacrime
Tali assunzioni, sono talmente considerate desiderabili, che l’attuazione di strategie di controllo attraverso pensieri e comportamenti, orientati all’evitamento della sofferenza, sono apprese e incoraggiate negli ambienti sociali e sono ampiamente divulgate nella letteratura passata e presente, nelle arti visive e persino nelle pratiche farmacologiche.

Possiamo osservare che, nella timidezza e in altre forme di ansia sociale, le strategie di controllo per l’evitamento della sofferenza, trovano applicazione assidua e sistemica.

È una delle ragioni per la quale mi sono sempre dichiarato contrario all’idea di sostenere il pensare positivo sistematico, piuttosto che a un pensare possibilista, funzionale o oggettivo; a un pensare, cioè, che apra a una visione più articolata e duttile nell’interpretazione dei fatti, e a una loro valutazione con una logica in grado di prendere in considerazione la pluralità degli scenari possibili e costruire, così, un paniere diversificato di modelli interpretativi.


Non bisogna dimenticare che l’evitamento costituisce il comportamento di base delle persone timide e degli ansiosi sociali.

Infatti, i loro pensieri automatici negativi, nel valutare le proprie presunte inabilità, incapacità, non amabilità, o la supposta avversione altrui, sviluppano scenari negativi di previsione degli eventi, delle situazioni o dei comportamenti.

Questo pensare predittivo attiva l’emozione della paura e i sintomi d’ansia, ma soprattutto prevede conseguenze portatrici di ben altra sofferenza concepita come catastrofica, apocalittica per il sé come entità individuale, ad esempio la drammatica idea del fallimento assoluto, la mancanza di valore della propria persona, o come soggetto sociale, ad esempio la conferma esplicitata pubblicamente delle proprie supposte carenze, l’idea dell’isolamento, della solitudine, dell’esclusione, dell’emarginazione, della discriminazione.

La strategia di controllo per l’evitamento della sofferenza, per i soggetti timidi e gli ansiosi sociali, muovendosi nel solco dell’idea espressa come esordio di quest’articolo, raggiunge un più alto livello di tragicità, essi non adottano l’evitamento per il raggiungimento della felicità, bensì per evitare di soffrire ancora di più, per restare nel loro status quo che, di per sé, esprime già una qualità della vita assolutamente insoddisfacente e che li costringe a vivere in una condizione segnata dalla malinconia, dalla paura, dalla solitudine, dalle carenze affettive, da una vita sociale limitata o fortemente condizionata, da sentimenti d’inadeguatezza, diversità o di rancore.

Il problema del soggetto timido o dell’ansioso sociale, è che nel tentativo di evitare a se stesso una prevista sofferenza, con le strategie di controllo e con i comportamenti di evitamento, non fa altro che arrecare danno a se stesso, e a perpetuare la propria condizione di sofferenza di fondo che può anche essere di alta intensità. Fatto che si verifica per effetto del meccanismo di rinforzo delle credenze disfunzionali.

In queste situazioni l'evitamento della sofferenza o la fuga da essa, si delinea come scelta disfunzionale per il raggiungimento degli obiettivi, come strumento di negazione delle possibilità adattative, come strategia che allontana la realizzazione del sé nei contesti sociali, come conferma delle credenze negative riguardanti il sé e gli altri.

Un altro aspetto della disfunzionalità delle strategie di controllo è che, a livello cognitivo, i comportamenti di affrontamento, che si manifestano attraverso l’evitamento, non sono determinati su dati oggettivi, ma da valutazioni che poggiano, la propria struttura logica, su credenze che, anziché essere modelli interpretativi della realtà obiettiva, sono interpretazioni emotive degli eventi, delle situazioni e dei comportamenti.

Ciò implica che la previsione di sofferenza non è sorretta da fatti concreti, non tiene conto di un più ampio paniere di scenari possibili, anzi, i pensieri automatici negativi insistono in un’unica direzione che ha sempre una chiave negativa. 

In pratica ciò che si va a evitare non è la sofferenza, ma la possibilità della sofferenza trasformata in certezza.

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