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23 ottobre 2013

Timidezza e ansia sociale: pensare in modo possibilista

Timidezza e interpretazione

Timidezza e ansia sociale hanno le loro radici nell’interpretazione degli eventi, delle situazioni, dei comportamenti.

L’attribuzione di causa e di significato, che concorre nel processo interpretativo degli avvenimenti, in quanto attività di pensiero, è una variabile dipendente non solo dalla storia propria esperienziale della persona timida, ma anche e soprattutto, dagli stati emotivi vigenti al momento dell’esperienza da interpretare.

Nel caso degli ansiosi sociali (e dei timidi), anche la storia esperienziale è fortemente caratterizzata dagli stati emotivi, e ciò rende ancora più radicale la loro tendenza a pensare con ragionamento emotivo.


Ma cosa comporta il ragionamento emotivo?


Joan Miro - metamorfosi
Un fattore determinante è senz’altro l’assegnazione del carattere probante a tutto ciò che è di esclusiva pertinenza del dominio personale e, in particolar modo, ai pensieri, alle emozioni, ai sentimenti.

Nel momento in cui queste attività, frutto del dialogo interiore, assumono carattere probante, i dati di fatto, propri della realtà, perdono la loro valenza oggettiva, cioè si verifica una confusione, una commistione nella distinzione tra gli avvenimenti reali e ciò che è mentale. 

Certo, noi sappiamo che il ragionamento emotivo, le attribuzioni di causa e significato, sono il risultato dell’interazione tra gli schemi interpretativi attivati e le dinamiche valutative ed elaborative dell’attività cognitiva. Così come sappiamo anche, che gli stessi schemi interpretativi, sono il risultato dell’interazione tra lo stato emotivo del momento presente e l’esperienza vissuta nello stesso momento.


Le modalità del pensare



Il pensare negativo

Corroborate dai fenomeni da essi derivanti, come l’emozione della paura e l’insorgere dei sintomi dell’ansia, le credenze disfunzionali e i pensieri automatici negativi, nella funzione di definizione del sé e degli altri, in chiave negativa, determinano anche il pensare predittivo volto al pessimismo. 

In pratica i pensieri automatici negativi orientati alla previsione degli eventi nel futuro, non possono che assumere il carattere del pensare negativo. 

In questo contesto, le credenze, i processi cognitivi, che a queste si riferiscono, sono fortemente rigidi; così anche il repertorio degli scenari delle realtà possibili, previste dal pensare negativo, è estremamente ridotto, tale da escludere, con una logica “a priori”, prospettive proficue o neutre. 

Ciò che è possibile si trasforma in ciò che è altamente probabile. Mentre noi sappiamo che la possibilità non è un concetto statistico, mentre la probabilità invece lo è: ciò che è possibile può essere sia altamente probabile, sia altamente improbabile.

Le conseguenze del pensiero negativo, che ricadono sul soggetto timido, sono da questo ben conosciute, visto che sperimenta sulla propria pelle il pesante costo della propria vita sociale: difficoltà a relazionarsi nei contesti sociali, difficoltà a creare relazioni di coppia, nell’esercitare performance di varia natura, difficoltà negli ambienti di lavoro, comportamenti evitanti o elusivi, solitudine, senso di esclusione sociale, percezione di essere oggetto del giudizio e dell’osservazione altrui.


Il pensare positivo

In risposta al pensare negativo si contrappongono due scuole di pensiero che, pur partendo da considerazioni iniziali di base simili, propongono soluzioni quasi contrapposte.

Una di queste è il pensare positivo inteso come esclusione aprioristica della considerazione di scenari neutri o comunque non positivi. 

Ma la vita non è tutta rose e fiori. Il pensare positivo inteso in tal senso può anche dare di risultati fruttuosi, ma a lungo termine rischia di generare un pesante fattore boomerang. 

Questa logica è l’esatto opposto del pensare negativo, a mio parere, significa passare da un eccesso a un altro. In questa modalità, le persone timide, non sono proiettate verso un sistema equilibrato di valutazione degli eventi, pertanto, se si trovano a vivere un insuccesso o, peggio, una serie d’insuccessi, precipitano nelle logiche cognitive precedenti l’adozione del pensiero positivo. 

Infatti, una strutturazione cognitiva non è indelebile, il pensare negativo e le credenze negative possono solo essere sostituite nel senso che vengono poste in uno stato di disuso, ma non cancellate; il ripresentarsi di condizioni traumatizzanti o di eventi ripetuti negativi, possono spingere gli ansiosi sociali a una rivalutazione emotiva delle credenze superate, che così vengono ripristinate nell’attivazione quotidiana.


Il pensare possibilista

L’altro percorso è quello che io chiamo il pensare possibilista. Cioè più agganciato alla realtà oggettiva, piuttosto che a quella ideale: le persone non devono liberarsi per andare nel mondo di Alice, ma per restare e vivere nel mondo reale, per vivere il presente.  

La vita è fatta da successi e insuccessi, momenti esaltanti e momenti bui. Questa varietà e/o diversità, delle caratteristiche qualitative degli eventi, deve essere ben presente nei processi cognitivi delle persone, perché questi possa gestirli al meglio e con efficacia. 

L’individuo timido, e l’ansioso sociale in generale, ha bisogno di acquisire la capacità di non farsi dominare emotivamente dagli eventi negativi o che possano apparire tali, deve puntare ad avere schemi cognitivi capaci di contenere un repertorio di scenari delle realtà possibili quanto più ampio ottenibile. 
Solo in questo modo si può giungere alla formazione di credenze duttili e di pensieri automatici caratterizzati da elasticità interpretativa. 

Quello possibilista è un pensare che non preclude la strada alle alternative, è un pensare aperto alla pluralità delle ipotesi interpretative. 
Conferendo relatività a impressioni ed emozioni contingenti, il pensare possibilista evita lo schiacciamento cognitivo in logiche unidirezionali e, soprattutto, dominate dall’emotività interpretativa, ma, ancor di più, apre lo spazio ipotetico dell’interpretazione a un vasto ventaglio di possibilità.

Nel pensare possibilista, la possibilità non è più subordinata al fattore probabilistico, nè dà valore probabilistico: essa diviene un’opportunità, indipendentemente dalla probabilità di successo o insuccesso.

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