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13 novembre 2013

Ansia sociale e timidezza: quando non si cerca aiuto

Molte persone timide restano bloccate di fronte a difficoltà e a situazioni di problem-solving, per via dei loro pensieri emotivi. 
Una tale condizione di stallo conduce spesso a comportamenti di rinuncia, di abbandono, di resa e a vivere emozioni negative come la tristezza o lo sconforto.

Jorn Asger - il timido orgoglio
Uno studente delle superiori, evita di porre domande all’insegnante su ciò che non ha capito, e uno studente universitario non se la sente di rivolgersi all’assistente per avere delucidazioni; un altro non osa nemmeno chiedere supporto ai compagni di studio; un impiegato non ha ben compreso cosa fare, ma si tiene ben lontano dal chiedere ulteriori chiarimenti; una persona che non riesce a orientarsi in città, non osa chiedere informazioni ai passanti; in un negozio di strumenti ottici, un individuo ha paura di chiedere spiegazioni sul funzionamento di una macchina fotografica. 

Sono tutti casi di soggetti timidi, di ansiosi sociali in generale, che considerano, in chiave negativa e per varie motivazioni, la possibilità di chiedere aiuto o informazioni ad altre persone.

Quest’atteggiamento non solo è radicato in tali individui, ma è anche foraggiato da opinioni e distorsioni cognitive che forniscono la struttura logica per la giustificazione e l’esecuzione di tali comportamenti. 

Il suo divenire parte dal profondo, nell’inconscio, e con una concatenazione di processi cognitivi, raggiunge anche il livello cosciente.

Ma come si svolge un tale processo? 

Alla sua origine sono da collocare le credenze di base, definizioni sintetiche e lapidarie di sé e degli che, nel soggetto timido e nell’ansioso sociale, sono anche rigide. 

Il sistema cognitivo, per rendere operative tali credenze, ne costruisce di un secondo livello, quelle intermedie, le cui funzioni sono di stabilire i criteri attuativi di quelle di base, e lo fa determinando assunzioni, regole, opinioni e motti.

In questo modo si è costruita una catena cognitiva strutturata, formata di pensieri inconsci e che si manifestano attraverso un altro insieme di pensieri che operano a un livello più prossimo a quello cosciente, i pensieri automatici che, nella persona timida, sono in chiave generalmente negativa. 

L’intero insieme di questo sistema di pensieri, riferiti a una singola credenza di base o una specifica casistica situazionale, va a costituire uno schema cognitivo.

I comportamenti sono, sostanzialmente, la fase finale, e la concreta attuazione dell’intero processo cognitivo. Riguardo al tema che stiamo trattando, la strategia di affrontamento si risolve, in massima parte, con comportamenti evitanti.

Le credenze di base che, generalmente, si attivano nell’evitamento del ricorso all’aiuto altrui, possono essere sia riferiti a se stessi che agli altri; per fare qualche esempio sono del tipo:

  • Sono inadeguato/a.
  • Sono stupido/a.
  • Sono un fallito/a.
  • Sono un incapace/a.
  • Sono una persona inferiore.
  • Sono una persona sgradevole.
  • Gli altri sono inaffidabili.

A queste possono collegarsi credenze intermedie del tipo:

  • Chiedere aiuto è segno di debolezza.
  • Se chiedo aiuto gli altri, si accorgono che sono inadeguato/a.
  • Fare richieste agli altri può provocare fastidio o essere inopportuno.
  • Se non si riesce a far da soli, si è falliti.
  • Se chiedo qualcosa, dimostro la mia stupidità.
  • Sarebbe terribile se gli altri si accorgessero della mia inadeguatezza.
  • Chiedere aiuto a qualcuno è segno d’inferiorità.


E dei pensieri automatici negativi collegabili alle precedenti credenze possono essere del tipo:

  • Se faccio una richiesta di aiuto, potrebbero sminuirmi.
  • Se gli chiedo questa cosa, penserà che sono stupido/a.
  • Se gli chiedo un aiuto, si rifiuterà.
  • Se vado al chiedergli un’informazione, ne sarà infastidito.
  • Penserà che sono un fallito/a se gli chiedo di aiutarmi.


Come si può vedere anche da questi esempi, credenze di base, intermedie e pensieri automatici negativi sono sempre collegati tra loro da una sequenza logica. 

Qualunque sia lo schema cognitivo alterato, l’individuo timido gli conferisce sempre grande validità, anche perché egli non ha una cosciente consapevolezza della natura disfunzionale ed emozionale delle sue credenze. A volte, egli si sente anche conto dell’irragionevolezza di queste sue convinzioni, ma viene comunque sistematicamente travolto dal carattere emotivo di pensieri automatici, e dall’ansietà generata dal processo cognitivo.

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