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9 dicembre 2013

Viaggio alle radici della timidezza: il livello gerarchico di pensieri

parte seconda


La funzione delle credenze di base e intermedie, nasce dalla necessità dell’uomo di dare senso alle cose e alle esperienze, e di organizzarle in modo coerente, in modo da poter essere le più adattive possibili, garantendo così le migliori condizioni di vita.

Perché una credenza di base possa avere seguito e concretizzarsi nei comportamenti, ha bisogno di altri pensieri, capaci di trasferire il significato originario, in una pluralità di modelli cognitivi, capaci di adattarsi ai contesti della vita sociale. Questa funzione è svolta dai pensieri disposti nel secondo livello gerarchico, le credenze intermedie, che pure sfuggono all’attenzione dello stato cosciente dell’individuo.


Paul Delvaux - la scala
La loro, è una funzione sostanzialmente disciplinante, devono determinare le regole del gioco e, al tempo stesso, dovendosi adattare alla variabilità e alle numerose configurazioni degli eventi reali, devono anche interagire in modo variegato. 

Tale diversificazione è assicurata dagli stili del pensiero, infatti, essi si presentano sotto la forma di motti, leitmotiv, precetti, condizionali, doverizzazioni, assunzioni che possono avere carattere perentorio, e/o concettuale. A questi sono poi da aggiungere altre forme di pensiero che determinano le modalità del ragionare. Tra queste ultime troviamo anche le distorsioni cognitive, schemi del ragionare viziati da pulsioni emotive e, in qualche caso, manipolative.

Le credenze intermedie sono suddivisibili in tre aree tematiche: l’accettazione riferita al bisogno della gregarietà, di appartenenza ad ambienti sociali, di legami affettivi; la competenza relativa alle abilità sociali e alle capacità di far fronte agli eventi che investono, in modo diretto o indiretto, l’individuo come soggetto sociale; il controllo come bisogno di verifica, di garanzia, di qualità.

A seconda dell’area tematica e dello stile, le credenze intermedie determinano un insieme normativo orientato a indirizzare le scelte comportamentali.

Posti al terzo livello di questo sistema gerarchico, c’è il grosso dei pensieri emotivi che attraversano, quotidianamente, la mente delle persone. I pensieri automatici sono un po’ la sintesi finale delle credenze di base e intermedie ma, allo stesso tempo, sfuggono o una categorizzazione funzionale vera e propria, così come le abbiamo viste nel caso delle credenze. 

Pur essendo quelli che più frequentemente si presentano a un livello cosciente, sfuggono alla nostra attenzione proprio per la loro automaticità; si pensi, ad esempio, a tutte le volte che mettiamo in funzione il nostro pilota automatico, quando percorriamo le strade abituali della nostra città senza neanche pensarci su. Una cosa del genere avviene con i pensieri automatici. 

Possono anche sfuggirci perché si presentano, nella nostra mente, come immagini mentali, raffigurazioni, sogni ad occhi aperti, rappresentazioni visive. 

In tutte le forme di ansia sociale, e quindi anche nella timidezza, i pensieri automatici si caratterizzano per la negatività delle loro visioni. 
In questi casi sono, perlopiù, orientati verso due direzioni funzionali: la previsione, chiaramente pessimista, e l’attualizzazione negativa delle capacità e abilità personali; mentre nella prima classe esprimono previsioni d’insuccessi, di giudizi negativi altrui, di rifiuti, nella seconda classe sotto accusa sono l’incapacità nel riuscire negli obiettivi.


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