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30 gennaio 2014

Ansia sociale e timidezza: il problema dell’identità

Ogni persona pensa a se stessa in funzione dei propri convincimenti profondi, le credenze, che riguardano la definizione del sé, degli altri e del mondo sociale (credenze di base), nonché i criteri di affrontamento sociale e le regole di comportamento (credenze intermedie). 


Frida Kahlo -  la colonna spezzata
Queste determinano, quindi, il modo di percepire la propria persona, pertanto, un individuo si attribuisce un’identità condizionato da tale percezione.


In ogni forma di ansia sociale, compresa la timidezza, l’auto assegnazione dell’identità è influenzata da credenze disfunzionali che si pongono come interpretazione emotiva della realtà, in cui le definizioni del sé, sfociano nella negazione di prerogative positive, che delineano gradi e campi d’inadeguatezza.

La persona timida è oggetto di credenze che possono riguardare: 

  • L’inabilità nella gestione delle relazioni sociali; 
  • L’incapacità a far fronte, con efficacia, nelle situazioni in cui si è soggetti sociali; 
  • La non amabilità; 
  • Il non essere interessante e/o attraente come persona agli occhi degli altri; 
  • L’essere inferiore ad altri, a vario titolo.


Nell’attribuirsi la propria identità, l’individuo timido subisce il condizionamento della percezione negativa del sé sociale. Egli si assegna valenze negative.

Se l’attribuzione d’identità è un trasferimento di significato, l’assunzione dell’identità rappresenta il riconoscimento di tale significato. L’identità acquisisce i valori che gli sono stati assegnati.

Nel momento in cui l’identità diventa un problema, si fa strada la non accettazione di sé, che si manifesta sotto forma di auto repulsione, autopunizione, esasperata autocritica, negazione di auto compassione e auto comprensione, focalizzazione giudicatrice e condannante sul corpo o sugli aspetti caratteriali, la vergogna di sé sia rispetto a se stessi sia rispetto agli altri.

Tuttavia, non esiste una corrispondenza automatica tra l’auto assegnazione di una identità negativa e la sua non assunzione. Il sentimento di perdita, le stesse credenze indirizzate verso l’idea di fallimento, di nullità, di bruttezza, possono produrre un’assunzione rassegnata e passiva di un’identità percepita come negativa.

Nonostante ciò, assegnazione e assunzione dell’identità non determinano un processo di accettazione. Anzi, costituiscono un fattore primario nella generazione del conflitto interiore.

L’assunzione di una identità negativa assegnata, che si è costituita sulla base di credenze emotive, si pone come conferma della validità delle credenze disfunzionali che sono all’origine dell’assegnazione d’identità. Al tempo stesso, si pone come riconoscimento del pensiero, come realtà oggettiva. 

In pratica, accade che a un pensiero negativo, si assegna la valenza di realtà: pensieri, percezioni, sentori sono assunti come elementi di dimostrazione, a priori, della realtà. I pensieri diventano la realtà.

Le persone timide, ansiose sociali, vivono l’identità che si sono assegnati e che hanno assunto, come qualcosa di ufficiale, e quindi, riconoscibile all’esterno.

La visibilità dell’identità e la sua riconoscibilità,  costituisce il problema principale di tutti gli individui timidi, e degli ansiosi sociali in generale.

Vivono con la costante paura che ogni il loro comportamento, ogni movimento, ogni atteggiamento, ogni parola, possa tradire il loro tentativo di nascondere le inadeguatezze che sono convinti di avere. Quei sentirsi stupidi, falliti, incapaci, inferiori, banali, insignificanti, sono tutti lì, lì, per disoffuscarsi, per rendere chiaro, al mondo intero, la loro presunta pochezza.  È in questo che si consuma il conflitto generato dall’assunzione dell’identità che ci si è assegnati.

4 commenti:

  1. Blog fatto bene.
    Forse a volte sei un'pò troppo cervellotico ma complessivamente c'è molta ricchezza di contenuti.
    Ti seguo regolarmente.

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  2. Forse si. Ma bisognerebbe intendersi bene su cosa intendi. Se mi fai qualche esempio concreto, potrei cogliere questa cervelloticità che pensi abbiano i contenuti che pubblico.
    Quando scrivo, obbedisco a tre regole tutte mie:
    1) scrivere in modo comprensibile
    2)inserire qualche termine “tecnico” perché le persone devono anche apprendere contenuti e vocabolari (fatti non foste per viver come bruti ma per conoscer virtute e conoscenza)
    3)scrivere liberamente senza vincoli d’impostazione del discorso.
    Io sono un osservatore meditativo, m’interessano i fenomeni e cerco di interpretarne anche le implicazioni occulte e non: almeno questo è il mio intento.
    Forse è questa mia ricerca delle implicazioni, spesso, per niente ovvie o appariscenti, che può dare la sensazione della cervelloticità del mio lavoro.
    Sai, quando leggo i post di tanti teorici del writing, con le loro regole di estrema semplicità sintattica (come se la gente fosse tutta incapace di capire e apprendere) e la standardizzazione nell’impostazione dei contenuti, e poi noto lo scialbore dei loro articoli, nella forma e nei contenuti, dico a me stesso: io non voglio scrivere come loro, preferisco scrivere come sento di fare.
    D’altra parte, se dovessi negare a me stesso, il piacere di scrivere contenuti nelle forme che mi sono proprie, rinuncerei ad avere questo blog. Perché è vero che scrivo per trasmettere le mie conoscenze ad altri, ma lo faccio anche per me stesso, per il bisogno di fare qualcosa di mio, che appartenga al mio spirito, alla mia indole, alla mia cultura, al mio istinto espressivo.
    Ma permettimi di porti una domanda. Sei sicuro che senza la cervelloticità, che ritieni ci sia, i contenuti, potrebbero mantenere la ricchezza di cui parli?

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  3. Questo non lo so dipende dalla tua abilità .
    Per cervellotico intendo dire che a volte si fa fatica a seguire il filo del discorso e ad afferrare il concetto perchè la frase è troppo elaborata.
    Giusto l'utilizzo di termini "tecnici" ma sarebbe anche giusto facilitare la comprensione.
    La mia vuole essere solo una piccola critica costruttiva, se non apprezzassi il tuo blog non ti avrei postato.

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  4. Allora ti riferisci alle frasi incidentali. Io avrei detto "di difficile lettura", e cose così. Diamo significato diverso alla parola "cervellotico", io gli do il significato di campato in aria, frutto della fantasia, senza ragione, senza senso, stravagante, illogico. Infatti, avevo sospettato che trovassi "astrusi" certi contenuti.
    Comunque, prendo atto della tua osservazione. Dato che non ho intenzione di rinunciare alle frasi incidentali, che considero importanti, cercherò di utilizzare un sistema che permetta di poter individuare la frase principale, all'interno di un periodo più articolato. Credo che lo farò utilizzando diversamente i colori del testo. Tipo il blu, la frase principale (in un periodo articolato) e tratti del testo che ritengo vadano letti; il grassetto per definizioni e tratti del testo da leggere assolutamente.

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Grazie per il commento