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10 febbraio 2014

Quando il timido minimizza i propri successi

parte seconda


Questo particolare schema mentale si verifica, per lo più, nelle persone timide, e in generale, negli ansiosi sociali che hanno credenze di base disfunzionali, attinenti al problema della competenza, cioè definizioni del sé, secondo cui, queste, sono inabili nelle relazioni sociali e/o incapaci a fronteggiare con efficacia determinate situazioni, inadeguate in determinate attività.

Se una esperienza si risolve con un successo totale o parziale, contrariamente a quanto previsto dalle credenze disfunzionali attivate, inerenti la competenza, si verifica un conflitto cognitivo.


Matias Klarwein - albero concettuale
Da una parte ci sono le credenze disfunzionali che definiscono il soggetto timido come inadeguato; dall’altra, c’è l’esperienza oggettiva, conclusasi positivamente, che dimostra il contrario della definizione di base del sé. 

L’esperienza, in questo caso, si pone come invalidazione della credenza attivata. 

Il conflitto, tra il valore della credenza disfunzionale e la sua invalidazione, si risolve in funzione di quanto è radicata la credenza posta in crisi di validità. 

Maggiore è la quantità dei rinforzi che questa ha ricevuto nel corso del tempo, minore è la possibilità che tale credenza venga invalidata.

Una credenza fortemente ancorata, rappresenta uno schema di memoria, il cui venir meno, pone il sistema cognitivo, nella condizione di trovarsi con un vuoto interpretativo che non sa come riempire. 

In queste situazioni, si attivano i meccanismi mentali votati alla difesa degli schemi cognitivi esistenti, cioè gli stili di crescita della conoscenza; in questo contesto si inserisce la minimizzazione.

Tizia, che ha la credenza “io sono inferiore”, supera un esame all’università con 30 e lode, ma ritiene di essere stata semplicemente fortunata. Caio, che ha la credenza, “sono un incapace”, esegue una buona performance canora e riceve gli applausi dei presenti, ma pensa che si trattasse di applausi di cortesia. Giorgio, che ha la credenza “io sono un fallito”, conclude con successo il compito che gli era stato affidato, ma ritiene che la mansione era semplicemente facile. Vanessa, che ha la credenza “io sono brutta”, conosce un uomo che le dice che è molto bella, lei pensa che tale affermazione è stata fatta per evitarle un dispiacere.

La minimizzazione, svalutando il valore positivo dell’esperienza, conferisce, agli effetti risultanti dal comportamento attuato, una valenza negativa. (ricordo che per comportamento s’intende sia ciò che si fa, sia ciò che si dice)

Cambiando segno alla valenza, si chiude alla prospettiva dell’invalidazione e, avendo trasformato ciò che è positivo in negativo, la si trasforma nella conferma dello schema cognitivo disfunzionale.

Tizio conferma la sua idea d’inferiorità; Caio, rafforza la sua convinzione di essere un incapace; Giorgio, convalida il suo percepirsi come un fallito; Vanessa, ribadisce la sua bruttezza.
Gli esempi che ho appena fatto, rendono bene l’idea di come, ciò che può apparire come semplice riduzione di valore di una positività anche minima, sia in realtà, un potente processo di svalutazione del sé, di rinforzo degli assetti cognitivi disfunzionali, di perpetuazione dello stato di crisi interiore.

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