informazioni

                                            
per informazioni e contatti scrivi a:

4 agosto 2014

Ansie sociali e timidezza: il comportamento evitante

Sofia è insieme con amici e amiche, conversano, discutono, ma lei sente che gli altri sono tutti più intelligenti di lei, così se ne sta zitta.

Alberto ha il cuore in fermento per la donna di cui si è innamorato; lei è lì, a pochi passi. Lui vorrebbe approcciarla, ma alla sua mente giunge un’immagine che presuppone un rifiuto e inquadra le facce dei conoscenti che ridono di lui. Pensa: “Se mi va male, non posso più farmi vedere in giro”. Mesto mesto si allontana.

Rene Magritte - la magie noire
Ingrid vorrebbe fare un po’ di vita sociale, ma si sente esclusa, ha difficoltà a relazionarsi con gli altri, e anche con i suoi amici e amiche. Così sceglie di starsene rintanata nella sua cameretta a trascorrervi le sue giornate.

Oreste teme di arrecare disturbo nel relazionarsi con alcune persone, nonostante desideri farlo, se ne sta sulle sue, senza intervenire, distanziato da quel gruppo.

Angelina è terrorizzata all’idea di arrossire, così se ne sta lontano da tutte le situazioni che ritiene possano metterla in tale spiacevole situazione.

Matteo ha paura di sentirsi triste, fa di tutto per evitare di trovarsi in una condizione di tristezza. Anche se poi non ci riesce comunque.

Sono alcuni esempi di comportamento evitante. Di fronte all’idea di una conseguenza negativa al proprio agire o di situazioni in cui possono diventarne attori, le persone timide, e gli ansiosi sociali in generale, preferiscono ritrarsi, evitare l’evenienza.


Il pensiero che la sola possibilità, in sé, che qualcosa di spiacevole possa verificarsi, li induce a una strategia di fuga.

Diversi sono i fattori che producono i comportamenti evitanti. 

Il timore della sofferenza e la volontà di evitarla nascono da un costrutto cognitivo basato sulla concezione che tutto ciò che è spiacevole sia assolutamente da evitare. In realtà la sofferenza non è evitabile in modo sistematico, essa fa parte della vita dell’uomo, tanto vale imparare a conviverci.

L’idea che le emozioni negative siano interminabili, si fa spesso strada nella mente di un ansioso sociale o di un timido, eppure le emozioni sono un evento temporaneo.

Ma il fattore che, più di tutti, essendone alla base, impone il comportamento evitante, è il convincimento della propria inadeguatezza.

Una credenza su se stessi che ha come contenuto il principio d’inadeguatezza, produce un’impressionante quantità d’implicazioni, su tali convincimenti si formano numerosi schemi cognitivi e tutti di natura disfunzionale. 

Schemi che si traducono, nella vita materiale, in emozioni e sintomi d’ansia. 

Innanzitutto, nella mente degli individui timidi, intrappolati da questi convincimenti, vanno formandosi credenze regolanti che costituiscono il cuore pulsante dello spirito inibitorio, e che hanno nelle loro appendici cognitive prossime allo stato cosciente, un flusso di pensieri e immagini che prevedono al ribasso, o che rammentano e sottolineano la propria inadeguatezza.

Gli schemi cognitivi sono solo l’aspetto mentale, se vogliamo istruttorio e decisionale nella vita di una persona. 

Poi ci sono i fattori che la mente cosciente percepisce con grande chiarezza, le emozioni e i moti dell’ansia. In realtà la cosa ancor più complessa, poiché ansia ed emozioni producono altri processi cognitivi, mettendo così in moto un fenomeno circolare.

L’idea d’inadeguatezza produce la paura del fallimento, dell’insuccesso, del giudizio negativo degli altri, di rendere visibile all’esterno quell’incapacità o inabilità che si presume di possedere, di rendere evidente, non solo agli altri, ma anche a se stessi la mancanza di attraibilità come persona. 

La convinzione d’inadeguatezza produce anche l’idea dell’insolubilità dei problemi che si pongono all’attenzione della persona timida, dell’impossibilità di un mutamento sia nel presente, sia nel futuro.

Il pessimismo diventa il tema centrale, il filo conduttore dell’attività pensante che riscontriamo nella timidezza e nelle altre forme di ansia sociale.
L’evitamento, come strategia di fuga dalla sofferenza, dal denudare il sé, dall’esclusione sociale, finisce inevitabilmente col configurarsi come rinuncia alla vita e al presente, come abbandono dell’idea di opportunità e possibilità.

Nessun commento:

Posta un commento

Grazie per il commento