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5 gennaio 2015

La mindfulness come strategia per affrontare la timidezza - parte terza


Spostamento mirato dell’attenzione


Molte persone timide, per fronteggiare i pensieri intrusivi, soprattutto nelle loro fasi ruminanti o rimuginanti, ricorrono alla distrazione, cercano di dedicarsi a qualcosa, si lanciano nelle attività che capitano loro a tiro, alla rinfusa, improvvisando. 

Diversamente da questa distrazione semplice e confusionaria, lo spostamento mirato dell’attenzione punta a trasferire la concentrazione dell’attività cognitiva e metacognitiva sull’obiettivo che ci si propone, sul compito che si va a svolgere, sulla scena del contesto in cui si opera, sui contenuti da esprimere, sulle persone. 

Frida Kahlo - radici
Si tratta, dunque, dello spostamento dell’attenzione verso l’esterno contingente. In questo modo, da un lato, si contrasta l’eccessiva concentrazione su di sé, dall’altro, si tende ad allenare il soggetto a spostare l’attenzione sul compito. Questa strategia è risultata essere particolarmente utile a persone afflitte da fobia sociale, ansia da prestazione, ansia da esame, varie forme di timidezza.

Se lo scopo è aumentare il flusso di dati confutativi nei processi di elaborazione, le strategie attentive dovrebbero servire a concentrare l’attenzione sui dati contrari alle convinzioni. Se il fine è migliorare le prestazioni, l’attenzione dovrebbe essere rivolta alle componenti del compito rilevanti. Quando invece l’obiettivo è riscrivere i piani metacognitivi di elaborazione delle informazioni, è necessario che il paziente si alleni ad applicare le nuove strategie attentive nelle situazioni critiche.” [A. Wells, disturbi emozionali e metacognizione, 2000]

Mentre la distrazione semplice non dirige verso una direzione precisa, e il suo obiettivo finalistico è legato alla temporaneità, senza andare a incidere sui processi cognitivi strutturali, lo spostamento mirato dell’attenzione si pone, come obiettivo, la permanenza attiva e non ansiosa nel presente. Questa peculiarità favorisce la condizione di poter sottoporre, a verifica di validità, gli schemi cognitivi disfunzionali; infatti, favorendo una pratica espositiva, le persone ansiose, possono verificare l’effettiva discrepanza tra realtà e pensiero. Si trasferisce una conoscenza che può essere, al massimo, presente al solo stato cosciente, a uno stadio di consapevolezza profonda.
Si tratta, perciò, di una pratica particolarmente utile ai piani di ristrutturazione cognitiva.

Nuova relazione con l’esperienza


Per una qualsiasi persona timida, uno dei problemi più ostici da affrontare, è il tipo di relazione che instaura con le proprie esperienze interne, con gli stati emotivi, con gli stati ansiosi, con il flusso dei pensieri negativi, con la condizione di stress.
Siamo culturalmente e istintivamente proiettati verso la tendenza a contrastare ciò che non ci piace. Così, l’individuo timido, avverte che la propria mente è invasa da un flusso di pensieri negativi e si sforza di non pensare; si sente pervadere dalle emozioni di profonda tristezza, angoscia, paura e quant’altro, e si ostina a tentare di bloccarle, anche al costo di dolorose rinunce.

Questa volontà di negazione e non accettazione di quel che si prova, si traduce in un atteggiamento di guerra, di avversione, che rende i soggetti timidi, e gli ansiosi sociali in generale, ostinati a voler perseguire la strada del contrasto a tutti i costi.

Quella con le esperienze interne diventa una relazione di conflitto. Il permanere di rapporti di forza vedono, i timidi, perdenti in tale conflitto, li conduce involontariamente addirittura ad alimentarlo. 

Più si sforzano di fermare i pensieri negativi, più essi diventano invasivi e distruttivi; più si adoperano a voler contrastare le tristi emozioni, più esse diventano insistenti e intense. È’ chiaro che c’è qualcosa che non va.

Bisogna cominciare a prendere atto che le relazioni di conflitto con le proprie esperienze interne, non pagano, anzi, danneggiano ulteriormente.

Una distinzione utile è tra dolore e sofferenza. Il dolore occorre naturalmente ed è intrinseco al vivere la propria vita. La sofferenza, invece, è il risultato della lotta per evitare il dolore[Long, Lazzarone, Hayes, l’Acceptance and Commitment Therapy, 2010].

Abbiamo visto come questa relazione conflittuale con le esperienze interne, si manifestano attraverso l’evitamento esperienziale e la fusione cognitiva. Se con la prima forma si concretizza la cultura della rinuncia e della fuga, con la seconda si finisce con l’essere preda del masochismo esistenziale, nonostante l’obiettivo sia quello di cercare soluzioni.

  • Bisogna che le esperienze interne, non siano più ispirate al conflitto. 
  • Bisogna che ci si direzioni verso la conoscenza delle origini della sofferenza, delle sue forme, modalità, dei suoi tempi e le sue caratteristiche. 
  • Diventa necessario ispirarsi alla cultura dell’accettazione, della presa d’atto degli eventi, di diventare consapevoli che il passato non può mutare, che il presente è tale perché si verifica nel momento attuale e, che nel momento in cui si concretizza, è parte costituente e indelebile della nostra realtà oggettiva. 
  • Occorre che si prenda consapevolezza che qualsiasi pensiero e qualsiasi emozione, hanno carattere di finitezza, che hanno una vita temporale molto breve e che, quindi, non possono durare in eterno. 
  • Occorre che si prenda consapevolezza che i pensieri non sono la stessa persona che li pensa.


I pensieri non possono non venire alla nostra mente, poiché la funzione stessa della mente è quella di pensare. Non possiamo evitare che la mente smetta di pensare. Non possiamo evitare che i pensieri negativi si presentano nello scenario della nostra mente.

I pensieri negativi e, di conseguenza, le emozioni negative che ne derivano, sono parte costituente della vita umana, in quanto tali, non sono evitabili.
Il dolore e la sofferenza, bisogna che lo si accetti, sono parte della vita umana e persino di quella animale.

Però, si possono gestire. Le tecniche della consapevolezza distaccata, della meditazione consapevole, quelle attentive, possono modificare la relazione con le esperienze interne.

CONTINUA ALLA QUARTA PARTE

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