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20 gennaio 2015

Timidezza, ansie sociali e cognizione

In psicologia, per cognizione s’intende, per una parte, la facoltà di assumere informazioni sul proprio ambiente, di immagazzinarle, studiarle, farne valutazioni, elaborarle, modificarle; dall’altra l’atto stesso del conoscere.

La finalità ultima della cognizione è di permettere all’organismo di adattarsi all’ambiente o di modificarlo in funzione dei propri scopi, bisogni e necessità. Al tempo stesso ha anche la funzione di adattare se stessa per il raggiungimento degli obiettivi.

La cognizione è, pertanto, la capacità che ci permette di interpretare il mondo reale e di acquisirne consapevolezza. Essa è, dunque, attinente al dominio della descrizione.

Intesa come facoltà, la cognizione è un insieme di funzioni che determinano l’attività della nostra mente, quali il ragionamento, l’intelligenza, la percezione, il linguaggio, la memoria a lungo e breve termine, il sapere, il pensare.

Quando l’interazione tra le funzioni della cognizione, è rivolta verso se stessa, si ha un salto di livello: essa è capace di auto analizzarsi e auto direzionarsi. Questa forma più complessa di cognizione è chiamata metacognizione. È, allo stesso tempo, un costrutto teorico e uno strumento di apprendimento.

È attraverso la metacognizione che possiamo indagare sui nostri pensieri. In quanto costrutto teorico ci permette di riflettere sul fenomeno conoscitivo, sulle motivazioni che ci inducono all’apprendimento, su cosa apprendiamo e come lo facciamo. In quest’ottica, la metacognizione si configura anche come stile del pensare, cioè come modo di indirizzare il pensiero o, detto in altri termini, il modo di disporsi della mente nell’elaborazione dei propri dati di conoscenza e di esperienza.

La peculiarità del fenomeno metacognitivo permette all’uomo di distanziarsi dai propri stati mentali, di potersi auto osservare.

Possiamo dire che la metacognizione è una cognizione di secondo livello votata alla gestione dei processi cognitivi. Da questo puntò di vista si potrebbe affermare che mentre la cognizione è conoscenza o pensiero di base, la metacognizione è conoscenza della cognizione o pensiero di base.

Ma cosa c’entrano timidezza e ansia sociale con cognizioni e metacognizioni?

Sappiamo che buona parte delle nostre cognizioni e metacognizioni sono rivolte alla conoscenza del sé, degli altri (l’altro da sé) e del mondo come consesso sociale. 

Le credenze, di cui ho scritto con grande frequenza, che sono costrutti interpretativi della realtà riguardanti se stessi, gli altri e il mondo, sono cognizioni di base che costituiscono il nocciolo fondante su cui si basano tutte le nostre elaborazioni mentali.

Le credenze condizionali, quelle doverizzanti, i motti, i leitmotiv, le assunzioni, sono sostanzialmente metacognizioni.

Ora, tutto ciò che noi pensiamo gli altri e di noi stessi, si ripercuote sul nostro modo di pensare, su come interpretiamo eventi, situazioni, comportamenti (intesi come ciò che si dice e ciò che si fa) ed esperienze interiori. Tutte le nostre decisioni e, di conseguenza, i comportamenti che poniamo in essere, sono il risultato esternalizzato e finale dei nostri processi cognitivi.

Cognizioni e metacognizioni, essendo fattori di elaborazione di stimoli (informazioni grezze che ci pervengono), ci permettono di valutare se una determinata esperienza ha contenuti utili o dannosi per la nostra vita o i nostri obiettivi. 

Ciò significa che da loro partono le valutazioni di minaccia o pericolo che fanno scattare le emozioni (paura, panico, tristezza, eccetera) e della conseguente attivazione delle condizioni fisiologiche di stato di allerta (ansia) per la fuga o la lotta (evitamento, elusione, estraniazione, fuga, affrontamento diretto).

Molte cognizioni sono di natura inconscia e ciò implica, che di esse, non abbiamo una reale consapevolezza, ma possono pervenire al nostro stato cosciente in forme di difficile intelligibilità, in genere come pensieri automatici negativi.


Anche molte metacognizioni sono di natura inconscia. Molte di queste hanno carattere di automaticità, queste pur essendo in certi casi, modi del pensare persino espresse anche in modo esternalizzato, non raggiungono un livello di consapevolezza reale soprattutto perché operano come se fossero delle routine e, pertanto, by passano una diretta elaborazione cosciente della loro formulazione. Traccia della loro esistenza è visibile, dall’esterno, nei comportamenti.

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