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16 febbraio 2015

Aspetti della timidezza: L’evitamento della sofferenza che produce sofferenza


Agli esseri umani non piace soffrire, e ciò è del tutto comprensibile. 

Nella nostra società si ritiene che l’evitamento, tout court, della sofferenza conduca, con maggiore facilità, alla felicità. Così si sono sviluppati stili metacognitivi che tentano di attuare un controllo verso le proprie esperienze interne. La cultura che ne è conseguita, considera tali logiche assolutamente perseguibili e positive, tant’è che l’evitamento è trasmesso, appreso e incoraggiato.

È da qui che nasce la cognizione dell'evitamento

Un giocatore di scacchi sa che, talvolta, è preferibile sacrificare la regina per vincere la partita.

La timidezza fa, di questo evitamento, uno stile di vita che la caratterizza e che è, al tempo stesso, boia e prigione.

Maria pensava che non impegnandosi nello studio, non avrebbe sofferto la delusione se all’esame le fosse andata male. Un parere simile lo esprimeva anche Alba sostenendo che è meglio fare una previsione in negativo di un evento da affrontare, perché in tal modo, se le cose non vanno bene, non ci si sta male. Andrea è dell’idea che non avere interessi aiuti a non soffrire. Michele non si approccia alla donna che ama da mesi perché, se fosse respinto, la sofferenza del fallimento sarebbe troppo forte. Adele rifiuta ogni invito a fare da relatrice in convegni e consessi vari, perché, se non riuscisse a essere perfetta, il suo fallimento, l’accompagnerebbe per tutta la vita.

Ennio Calabria - il vento si scaglia contro le cose
Così Maria continuava a mietere bocciature, a sentirsi una fallita e a star male per questo. Alba arrivava al momento clou, talmente convinta di fallire, che si bloccava per la paura e, di conseguenza, ci restava male e le venivano anche i sensi di colpa. Andrea non avendo interessi, è piombato nell’apatia, se ne sta chiuso nella sua stanza in preda ai pensieri negativi, a sentirsi un asociale e a star male per questo. Michele ha visto la sua amata accoppiarsi e ora sta male da morire. Adele non ha fatto carriera, vede altri colleghi meno bravi di lei scavalcarla nell’organigramma dell’azienda, si sente una fallita e vede nero il suo futuro.

Tutte queste persone hanno sperimentato, sulla propria pelle, che la paura della sofferenza produce, di per sé, altra sofferenza. 
Che senso ha soffrire per una vita intera per evitare il rischio, neanche la certezza, di soffrire per una sola ora o un solo giorno? 
Che senso ha arrabattarsi per evitare una sofferenza presunta, quando poi il risultato è comunque sofferenza?

Nello stesso momento in cui si pensa di dover evitare una sofferenza, si ragiona sulla base di una previsione, cioè su fatti non ancora accaduti e di cui non è ancora dato l’esito, poiché riguardano il futuro.

Nella timidezza il pensiero previsionale negativo la fa da padrone.

Lo sforzo di voler evitare la sofferenza esprime la mancata considerazione del fatto che la vita è mutevole, e che quindi riserba, per ciascuno di noi, una vita fatta di momenti felici e di momenti infelici. 

È la non accettazione della varietà insita nella vita umana. 

È anche scollegamento, discrepanza, tra realtà e pensiero, tra vita reale e interpretazione della vita come fenomeno di base.

Da questo puntò di vista, le ansie sociali, come la timidezza, con l’evitamento della sofferenza, decretano il mancato adattamento strutturale, in termini cognitivi, alla vita sociale.


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