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2 febbraio 2015

L’aspetto cognitivo del non sapersi esprimere – seconda parte



Il sentirsi inabile nell’esprimersi, fenomeno tutto cognitivo, ha come conseguenza visibile, l’inibizione ansiogena. 

Quest’ultima scaturisce da un turbinio di pensieri automatici negativi che, in quanto tali, tendono a sfuggire alla presa d’atto dello stato cosciente e possono presentarsi anche sotto forma d’immagine mentale. 

I pensieri automaticinegativi rappresentano la sintesi cognitiva finale di un processo che coinvolge credenze e metacognizioni, una volta che pervengono alla mente, attivano diverse aree del nostro cervello. 

L’amigdala, centro nevralgico che controlla le nostre emozioni, produce il sentimento della paura, della sopravvalutazione del rischio e delle minacce. In questo stato emotivo, anche la pur minima probabilità che possa accadere qualcosa di spiacevole, appare più che una semplice possibilità, diventa l’unica ipotesi plausibile, una certezza. 

Marco Landi (Tenax) - dentro il mio silenzio 
L’ipotalamo, che ha la capacità di porre l’organismo in stato di allerta e predisporlo alla fuga o alla lotta, attiva i sintomi dell’ansia fisiologica che, normalmente, svolge la funzione di sentinella di allerta ma che, in una persona ansiosa, ha l’effetto di un terremoto.

In queste situazioni, l’individuo timido, convoglia tutta l’attenzione dell’attività cognitiva, sull’esistenza del problema in sé e sulle convinzioni d’inadeguatezza riguardanti se stesso. 

Con una tale disposizione mentale, le abilità cognitive relative al problem-solving, vengono messe fuori gioco. La facoltà del ragionamento viene a trovarsi in una condizione d’imbrigliamento e, così, le conoscenze di cui si è in possesso, non vengono attinte in quantità e frequenza sufficiente, tanto che gli elementi presi in considerazione costituiscono un repertorio estremamente esiguo e inadeguato per valutazioni efficaci.

L’ansioso sociale, qual è la persona timida, resta, quindi, bloccata sull’idea di avere un problema senza riuscire a disporsi verso la sua soluzione. 

Una tale condizione di stallo alimenta il fenomeno circolare delprocesso cognitivo iniziale, delle conseguenti emozioni negative e dei sintomi dell’ansia, accentuando le successive evocazioni negative dei pensieri e delle immagini mentali, e il permanere degli stati ansiogeni.

Ho accennato, poc’anzi, al fatto di come l’organismo si sia preparato, per mezzo dei sintomi dell’ansia, all’azione della lotta o della fuga: la scelta comportamentale del soggetto timido è la fuga. 

Quando si trova in situazioni che prevedono conversazione o comunque forme di comunicazione interpersonale, l’individuo timido attua la fuga per mezzo dell’evitamento, dell’astensione a prendere parte alle conversazioni, nell’estraniarsi da esse, nella scena muta. 

A volte, però, sceglie la strategia della cosiddetta fuga in avanti, cioè il buttarsi nella mischia nonostante l’ansia; purtroppo, in questi casi, l’inibizione ansiogena gli tira brutti scherzi: lo induce a farfugliare, a esprimersi in modo confuso, a perdere il continuum del discorso, a non trovare le parole, al borbottio, a balbettare, a riconoscibile insicurezza nel tono della voce, ad apparire poco convinto o conscio di ciò che dice, a vuoti di memoria.


In conclusione possiamo dire che la difficoltà nell’esprimersi è l’espressione della permanenza di uno o più schemi cognitivi disfunzionali. 

Questi, in certi casi, quando afferiscono a definizioni negative del sé, impediscono, all’ansioso sociale, di praticare abilità sociali possedute, per via delle inibizioni ansiogene; in altri casi possono anche essere il risultato di mancato o errato apprendimento di modelli relazionali. Di questi aspetti tratterò nel prossimo articolo.

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