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23 marzo 2015

Timidezza e svalutazione di sé


Cos'è la timidezza? 

È un disagio che si manifesta solo e soltanto nei vari settori dell'interazione sociale. Fuori dal contesto sociale la timidezza non sussiste. È di natura cognitiva, ma la si percepisce, consciamente, solo per gli effetti che produce sulla qualità della vita e delle relazioni di vario ordine e tipo, per i sintomi d'ansia che produce e per l'emozioni di paura che fa provare.

La timidezza ha anche implicazioni sugli stili del pensare, le metacognizioni, che vediamo all’opera con l’insistenza sul rimuginare, sul ruminare (rimuginìo rivolto al passato), con l’idea che preoccuparsi o rimuginare sia utile per risolvere i problemi, per capire.

Mario Tessari - le strade del destino
Implicazioni anche sul modo di pensare quando coinvolgono, direttamente o indirettamente, i sistemi di relazione.

La timidezza ha le sue radici in convincimenti inconsci negativi su se stessi. In pratica riguardano la definizione del sé, in termini di abilità di relazione, capacità di far fronte (in toto o in parte) con efficacia alle situazioni (soprattutto quando riguardano la socialità), amabilità, essere interessanti o attraenti come persona. 

Questi convincimenti negativi, che in psicologia cognitiva sono chiamate “credenze”, nel loro insieme, costituiscono l’ossatura principale del sistema informativo cui la mente ricorre per svolgere le sue attività elaborative di valutazione, previsione e decisione. 
Sono schemi mentali di rappresentazione della realtà. 


L’impianto di base di quest’insieme si forma nei primi dodici - tredici anni di vita, ma soprattutto nell’età neonatale e nella prima infanzia.

Le credenze si formano sulla base delle esperienze derivanti dall’interazione con l’ambiente umano (soprattutto la famiglia). 

Risentono, pertanto, anche dello stato emotivo intercorrente nel momento dell’esperienza. Ed è proprio quest’ultimo aspetto il fattore che determina l’insorgenza della timidezza. 

Essa emerge quando una o più credenze anziché essere interpretazione della realtà oggettiva, si forma come interpretazione emotiva della realtà. 

In pratica quando descrive il sé, sulla base di un’esperienza vissuta emotivamente. In questo caso si parla di credenze disfunzionali. Così si fanno strada pensieri rapidi come: “Sono un fallimento”, “non ci so proprio fare”, “non sono capace di…”, “mi faccio schifo”.

Dato che il sistema cognitivo ricorre all’insieme di credenze riguardanti il sé, gli altri e il mondo per il suo processo di elaborazione, tutte le valutazioni svolte sulla base di una credenza disfunzionale, diventano disfunzionali a loro volta: l’interpretazione dell’esperienza e dei mezzi propri disponibili, non coincide con la realtà oggettiva. 

L’interpretazione diventa servo delle credenze di base e dei pensieri negativi, non è il mondo reale quello che si vede e si percepisce, ma un mondo pervaso dall’emotività, dalla paura di non essere ciò che si vorrebbe, e allora, il mondo assume connotati “personali”.

In alcuni casi, l’interpretazione della realtà può anche essere logica, ma non funzionale al raggiungimento dei propri obiettivi. In questi casi, l’interpretazione oggettiva acquisisce valori e significati assoluti, si consuma in una logica monocolore (“è proprio così, non ci sono alternative”), nel ragionamento dicotomico (o bianco o nero), nella rigidità del pensiero. Anzi, il pensiero stesso si sostituisce alla realtà.

Gli effetti esterni della timidezza sono determinati dai comportamenti. 

Questi sono, perlopiù, condizionati da pensieri negativi e all’inibizione ansiogena (l’impaccio, il blocco, il mutismo nelle conversazioni, l’aporia). 

Ciò implica che la persona timida comunica in maniera non funzionale ai propri obiettivi, aspirazioni, desideri, intenzioni.

Giacché la persona timida si percepisce in qualche modo inadeguata, vive profondamente il problema dell’accettazione sociale. 

Questo tipo di problema è alla base delle paure tipiche della timidezza: paura di essere giudicati negativamente dagli altri, timore di fallire, di manifestare le proprie presunte debolezze o inadeguatezze, di fare brutte figure, di apparire incapaci, di non essere all’altezza delle situazioni, persino di essere inferiore agli altri.

È chiaro che queste paure sono emanazione delle credenze di base: si temono conseguenze negative perché si pensa in negativo di sé. È un po’ come il ladro che si sente braccato, vede poliziotti ovunque, il tizio seduto al bar che beve il caffè e guarda nella sua direzione, la coppia che lo incrocia in strada, l’autista che sta passando in auto e guarda fuori dal finestrino, si sente circondato perché si ritiene colpevole.

Le paure e i sintomi d’ansia, che ne sono la conseguenza, inducono a comportamenti che ben presto diventano abituali e automatici. Il carattere automatico, sia di tali comportamenti, sia dei pensieri negativi, fa sì che essi sfuggano dall’attenzione cosciente dell’individuo che difficilmente si rende conto del flusso di pensieri automatici negativi e dei comportamenti disfunzionali che pone in essere.

La persona timida attua comportamenti evitanti e, quando prova ad affrontare una situazione, diventa ostaggio dell’inibizione ansiogena che vanifica i suoi sforzi.

In questo contesto complesso s’inseriscono i comportamenti anassertivi che sono l’espressione del tentativo di essere o sentirsi socialmente accettati. 

In realtà, questo tentativo, il cui fine sfugge allo stato cosciente dell’individuo timido, non determina una reale accettazione sociale, ma comportamenti manipolativi o di esclusione, oppure di deprezzamento da parte degli altri. 

I soggetti passivi non godono della stima degli altri, e lo stesso accade per gli individui aggressivi.

Ciò si verifica perché il comportamento anassertivo è la negazione dell’affermazione di sé e dei propri diritti nel contesto sociale. 

Dato che il comportamento, come ho avuto più volte occasione di scrivere, è comunicazione, l’agire anassertivamente comunica la rinuncia all’affermazione di sé, quindi, favorendo la svalutazione della propria personalità.



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