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10 aprile 2015

Quando il timido o l’ansioso sociale dice: gli altri sparlano e pensano male di me – 1° parte


L’immaginazione e il pensiero umano sono molto potenti. Sono in grado di costruire un’idea della realtà anche in assenza di elementi concreti di riferimento: è l’opinione che assume la stessa valenza della realtà. 

È il caso di due distorsioni cognitive molto diffuse tra gli esseri umani: la lettura del pensiero e l’inferenza arbitraria. 

A differenza delle persone non ansiose, i timidi e gli ansiosi sociali utilizzano questi schemi cognitivi in modo ricorrente e, in certi casi, con ossessione. 
Jorn Asger - ainsi on sensor

Un ricorso eccessivo a queste forme logiche, ma irrazionali, è riscontrabile anche nei ragionamenti derivanti dai fanatismi politici o religiosi.

Nella normalità, lettura del pensiero e inferenza arbitraria, costituiscono un’illogicità del ragionamento transitoria, episodica, il frutto di un’elaborazione mentale strumentale o superficiale, ma che tuttavia, può anche risultare utile se poggiano su un repertorio esperienziale funzionale. 

Nel fanatismo sono il risultato della rigidità tipica del pensiero dogmatico e della negazione della conoscenza comune considerata, generalmente, fasulla. 

Nelle ansie sociali, come la timidezza, queste distorsioni cognitive afferiscono all’interpretazione emotiva della realtà, alle credenze di base disfunzionali attivate, ai modelli metacognitivi improntati alla preoccupazione.

Quando una persona timida pensa che gli altri sparlano della sua persona o ne pensano male, la sua mente  è occupata su tre fronti: dell’idea che ha di se stessa rispetto agli altri, dell’idea che ha di sé rispetto a se stessa, della necessità del controllo.

Nel primo prevale il timore del giudizio negativo degli altri e delle conseguenze relazionali che ne possono derivare, ad esempio, “stanno pensando che sono stupida”, “pensano che sono una nullità da tenere a distanza”, “mi hanno preso di mira per torturarmi”, “stanno ridendo di me perché sono ridicolo”.

Nel secondo emergono le qualità negative che si ritiene di avere, ad esempio, “sono il balzello della gente”, “sono uno sfigato”, “sono pieno di negatività”.

Nel terzo fronte prevale il problema del controllo, il soggetto timido cerca costantemente conferma sulla validità delle sue preoccupazioni e delle sue previsioni, conferma sulla fondatezza dell’idea che ha di sé, ad esempio, “gli altri sono sempre pronti ad accoltellarti alle spalle”, “il mondo è pieno d’insidie”, “la gente non mi ama”, “gli altri mi considerano un fallito”, “se mi preoccupo, posso evitare delle inutili sofferenze”.

L’ansioso sociale che si sente osservato, valutato, oggetto  dell’inciucio, prova l’ansia della nudità, avverte se stesso come di una persona trasparente e priva di difese: le sue scomode verità senza veli, dispiegate al sole, pronte a decretare un giudizio di condanna all’emarginazione sociale.

Si verifica, in un certo senso, quel che capita al ladro quando vede poliziotti dappertutto, dopo aver fatto un furto: l’automobilista che transita in quel momento, quella coppia seduta al tavolino del bar, quell’uomo fermo al semaforo rosso, quella donna che guarda nella vetrina di un negozio, tutti poliziotti che lo spiano e lo controllano. In realtà lui vede tutto ciò perché ha rubato.

Nel suo turbinio di pensieri, gli altri pensano e dicono ciò che egli stesso pensa di essere. Il timido trasferisce negli altri l’immagine di sé. Il mondo esterno funziona come eco dei pensieri e degli auto giudizi che brulicano nella sua mente.





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