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27 maggio 2015

Strategie per timidezza e ansie sociali: Come approcciarsi alla mindfulness


Le tecniche meditative utilizzate nella psicoterapia, s’infrangono spesso contro un modo mentale e psicologico, di approcciarsi a esse, non idoneo.

Queste difficoltà scaturiscono da errati modi di concepire lo strumento stesso della meditazione e/o da atteggiamenti disfunzionali, tipici delle ansie sociali, di applicarsi a esse.

Nelle forme di ansia sociale, come la timidezza, la tendenza al perfezionismo, il ragionamento dicotomico, la tendenza ad astrazioni selettive, spingono spesso la persona a praticare queste forme meditative con estrema rigidità.

In altri casi si pensa alla meditazione come a un modo di non pensare, ma ciò è impossibile. 
Giorgio De Chirico - Meditazione Autunnale

Questi fattori, quando interagiscono con la pratica della mindfulness, sono causa di sensi di colpa, sentimenti di fallimento, atteggiamenti giudicanti e ipercritici, verso se stessi. 

In pratica, proprio quel che si vuole debellare.
Vissuta in questi modi la mindfulness, non solo diventa inutile, ma persino dannosa. 

Approcciarsi alla pratica della mindfulness implica comprendere cosa sia la meditazione e liberarla dai sensi "lati" e da quelli mistico - religiosi.


Innanzitutto la meditazione non comporta “letteralmente” lo svuotamento della mente. Questo non può mai verificarsi per la semplice ragione che funzione della mente è il pensare. Detto in altro modo, la mente esiste in quanto pensa o, ancora, la mente è il dominio del pensare.

La mente non può non pensare.

Anche i maestri buddisti lo sanno molto bene. Infatti, per loro, svuotare la mente, significa solo evitare che specifici pensieri diventino dominanti su altri. 

Per loro la mente è come un paesaggio composito in cui tutti i pensieri possono trovar spazio, ma allo stesso tempo, un pensiero è solo uno dei tanti elementi del paesaggio mentale.
In questa logica c’è tanta praticità. 

Non a caso il buddista non si preoccupa di cercare o affrontare la causa del pensiero che produce sofferenza, preferisce adottare una pratica che sottrae importanza a quel pensiero senza ricorrere alla sua soppressione che sa, essere difficile.

In un certo senso, quando s'incontra un pensiero invadente, gli si dice: ” Ah! Ci sei anche tu? Bene, sta pure qui, io intanto ho delle cose da fare!”. 

In pratica, si prende atto dell’esistenza di quel dato pensiero, se ne acquisisce consapevolezza. Si segue lo stesso consiglio che Virgilio dà a Dante “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. 

Queste tecniche meditative, mutuate dalla tradizione vipassana, sono chiamate “meditazione consapevole”.

La psicologia contemporanea, oltre a perseguire gli obiettivi della meditazione consapevole, si spinge anche oltre: osserva e descrive il pensiero invadente come farebbe un etologo o un botanico, dinanzi a una nuova specie, e lo fa con il distacco dello studioso, o come a volte senti dire al killer nei film, “niente di personale... ”. 

Questa nuova famiglia di tecniche meditative è chiamata “consapevolezza distaccata”.

La meditazione è osservazione. In quanto tale, è legata al momento presente, all’attimo preciso in cui le cose accadono. 

Essendo osservazione, si osservano anche i pensieri invadenti venire alla mente nel momento in cui vengono. 

Va notato che una cosa è osservare un pensiero, altro è pensare sul pensiero (meta pensare), se lo si fa, si resta prigionieri del pensiero e si esce dal presente.

Nella meditazione, la nostra attività pensante si limita a osservare, a prendere coscienza di quel che accade, a essere consapevoli dei fatti. L’osservazione non è un giudizio, non è una valutazione, è semplicemente un prendere atto dei fatti in quanto tali, così come sono.

La meditazione consapevole, e la consapevolezza distaccata, non sono giudicanti. 

L’essere non giudicante è essenziale, in quanto nella tendenza a giudicare, a valutare, si celano le deviazioni emotive che conducono le persone timide, ansiose, depresse, ad autodefinirsi in negativo, a colpevolizzarsi, a cadere prigionieri di rimuginìo e ruminazione.

Gli esercizi della mindfulness non hanno una regola “del come si fa”, né è prescritta una formulazione ottimale.

Durante gli esercizi meditativi i pensieri invadenti sopraggiungono in continuazione, e quindi si è distratti da questi con molta frequenza. Questo significa che non bisogna rammaricarsi o dannarsi se non si riesce a mantenere la concentrazione sull’oggetto dell’esercizio, e nemmeno per il fatto che i pensieri negativi vengano alla mente.

Un concetto importante, da tenere a mente, e che bisogna lasciar fluire i flussi di pensieri negativi o invadenti.

Nella meditazione i pensieri non sono combattuti o repressi, ma nemmeno subiti, diciamo che si entra in una condizione di non belligeranza. Detto in altro modo possiamo dire che si entra in un rapporto di coabitazione, di convivenza con i pensieri che ci vengono alla mente.

Del resto pensare di poter reprimere i pensieri, o di fermarli, è pura illusione, anzi, più si tenta di reprimerli, più essi si ripresentano e più sono invadenti.

Volendo esporre la cosa in termini metaforici o ironici, se i pensieri invadenti fossero persone, con esse, potremmo avere questi tipi di approccio: “Toh, eccoti qua, beh, ti conosco, ma sai, in questo momento, o delle cosucce da fare, perciò by by, ci si rivede e?!” Oppure, in chiave distaccata, “Ah! È tornato questo pensiero, mi sta dicendo questo … Ah! Fa leva su queste cose … vedo, però adesso ritorno a quel che stavo facendo”.

Nella meditazione bisogna usare pazienza, accettare quel che viene perché nel momento in cui accade, è già dato, è parte dell’accadere. Dato che non lo puoi modificare, vale l’esclamazione di Riccardo III nell’omonima opera di Shakespeare: “Quando i fatti sono ineluttabili, mi lasciano completamente indifferente”.

Non a caso tra gli insegnamenti fondamentali che si apprendono nella pratica della mindfulness, c’è l’accettazione.





Per affrontare l’ansia,  i pensieri negativi e le emozioni dolorose

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