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12 giugno 2015

Scelta e razionalità nelle ansie sociali e nella timidezza


Spesso mi capita di ascoltare pareri di persone ansiose, sulla razionalità o irrazionalità dei loro comportamenti. Alcuni considerano le loro decisioni, generalmente evitanti, come mancanza di scelta e, quindi, privi di razionalità, ma come il risultato di processi automatici determinati dalla propria patologia.

L’impressione che ne, ho da questa valutazione, è che la patologia venga, in un certo senso, personificata. 

Penso sia bene notare che le patologie psichiche, come le ansie sociali e i disturbi dell’umore, sono dinamiche che si originano in un contesto cognitivo. 

Probabilmente, l’errore sta nel fatto di non considerare i pensieri come fattori del processo elaborativo razionale. 


Enzo Carnebianca – Riflessione - cm 60×80, tempera su tela, 
copyright Enzo Carnebianca by S.I.A.E  Roma 1986- 2105
La razionalità non comporta l’automatica giustezza o efficacia oggettiva negli esiti prodotti dai comportamenti decisi e attuati. 

Quello razionale è un processo di analisi, valutazione e decisione, indipendentemente dal risultato finale che si esplica nell’azione.

La scelta dell’evitamento è razionale, e il suo scopo è di evitare una sofferenza prevista, e tra l’altro, nell’immediato, quello scopo è quasi sempre raggiunto. 

Pincopallino, ad esempio, ritenendo che un suo approccio verso una sconosciuta sia destinato a una figura di merda e/o non idoneo alla sua indole attuale, evita di farlo, e la prevista brutta figura non si verifica: in questo egli raggiunge l’obiettivo che si è dato.
Pensare che il ragionamento di Pincopallino non sia logico è un errore. 
Vediamo perché.


Cosa fa la nostra mente dinanzi a un problema da risolvere?
  • Analizza la situazione che deve fronteggiare. 
  • Attinge informazioni di base dalla sua memoria,  e valuta i rischi che sono connessi alla situazione. 
  • Passa ad analizzare gli strumenti necessari per far fronte alla situazione.
  • Verifica se possiede le capacità e gli strumenti occorrenti, e fa questo sempre attingendo alla sua memoria dove sono “archiviate” le credenze.
  • Valuta, sulla base di tutte queste informazioni, il grado di possibilità di successo. Processo che si esplica con i pensieri previsionali.
  • Decide il comportamento da attuare. Se la valutazione e la previsione, è positiva o possibilista, entra in gioco, se è negativa o ad altissima probabilità di fallimento, non entra in gioco.

Se questo processo valutativo si è svolto più volte, lo memorizza come routine per economizzare in situazioni analoghe future.
Tutto questo è un processo razionale. Dunque, i comportamenti evitanti, elusivi, di fuga, sono sempre una scelta, indipendentemente dai risultati che producono. 

Il fatto che tali comportamenti siano fortemente condizionati anche dai fenomeni ansiogeni e dalle emozioni, o che vengano attuati in modo automatico, non dimostra l’assenza di una scelta: del resto, anche la non scelta, è in sé, una scelta!

La scelta implica l’essere consci, ma non necessariamente consapevoli, di ciò che si fa. 

Va, quindi, anche fatta una distinzione tra due diversi stadi della conoscenza, tra l’essere consci e l’essere consapevoli. Mentre la prima è la presa d’atto di un’esperienza, la seconda è la maturazione di quell’esperienza. 
Su tale questione vi rimando a un mio precedente articolo pubblicato su homomentis.it.

Inoltre, si tenga presente che ciò che per una persona è razionale, o meglio, sbagliato, per qualcun altro è razionale, o meglio esatto.

Giudicare razionale un processo elaborativo della mente, è un atto soggettivo. 

Comunque quello della relatività di un giudizio o di un pensiero è tema che esula dal mio intento di oggi.

In definitiva, il problema nel processo logico, sta nelle informazioni che si posseggono: è partendo da esse che si ragiona. 

Se le informazioni che ho nella mia memoria sono contraddittorie, se sono errate, o imprecise, o incomplete, il ragionamento è inevitabilmente diretto verso conclusioni contraddittorie, o errate, o imprecise, o incomplete, ecc., ma il processo che faccio è comunque logico.

Quindi il fatto che le conclusioni non conducono a una soluzione efficace, non significa che non si sia svolto un processo razionale. 

È per queste ragioni che ritengo sia bene separare la valutazione di un processo logico, dagli elementi che lo vanno a condizionare.

Spesso si considera che un ragionamento razionale, che trova compiutezza anche nell’azione, comporti inevitabilmente un risultato funzionale e giusto. Nella realtà non è così. Non sempre, nel mondo delle relazioni sociali, ciò che sembra giusto, produce risultati positivi, a volte, comporta anche dei danni. 

Un ragionamento, e il conseguente comportamento, è funzionale, se raggiunge gli scopi prefissati. 

In conclusione, è molto meglio protendere verso il pensiero funzionale.

Tu cosa ne pensi?




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