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10 luglio 2015

Timidezza e ansia sociale: quando si pensa che la persona amata sia fuori portata


Molte persone timide al cruccio di approcciarsi a quelle dell’altro sesso per una relazione affettiva, vedono l’oggetto dei propri desideri come inarrivabile.

Quest’idea d’irraggiungibilità di un obiettivo è direttamente collegata a quella dell’incapacità.

Quando il progetto di una relazione affettiva si trova allo stadio di dover passare attraverso l’esplicitarsi dei ruoli di genere, propri della pratica del corteggiamento, nella mente dell’individuo timido e dell’ansioso sociale, si attivano le credenze disfunzionali sul sé e, talvolta, sugli altri. 

Paul Delvaux - venere dormiente
Queste sono relative: 

  • Alle abilità nel relazionarsi con efficacia nell’interazione. 
  • Alle capacità di fronteggiare l’insieme di situazioni che possono scaturire in seno al corteggiamento. 
  • All’essere persona amabile. 
  • All’essere attraente o interessante come persona. 
  • All’essere abile nell’esercitare fruttuosamente il ruolo prescritto dalle usanze sociali. 
  • Alla disponibilità altrui.

L’esercizio del ruolo di genere, e il corteggiamento nel suo insieme, pongono, quindi, problemi di competenza e di accettazione. 


Il corteggiamento implica la conoscenza di modelli comportamentali e l’abilità nell’esercitarli.

Nei casi d’ansia sociale e di timidezza, storicamente conclamate, l’inibizione ansiogena ha già prodotto, una sequenza di esperienze di corteggiamento e di esercizio del ruolo di genere, conclusasi con insuccessi.

Con una tale storia di fiaschi alle spalle, la persona timida, riconducendo gli insuccessi a proprie inabilità o capacità o inattraibilità, ha già più volte confermato e rinforzato la validità delle credenze negative e disfunzionali inconsce riguardanti se stessa. 

Ha anche già sviluppato un insieme di assunzioni, credenze regolanti, meta credenze che svolgono la funzione di rafforzare le cognizioni di base con un sistema d’idee e concetti, funzionali al mantenimento dello status quo cognitivo. 

Soprattutto le metacognizioni possono dar luogo a schemi di ragionamento disfunzionali fortemente caldeggiate e considerate, dai soggetti timidi o ansiosi, espressione di ragionevolezza, intelligenza, cultura, in breve, verità inoppugnabili. 

Si tratta di un sistema protettivo del repertorio cognitivo disfunzionale che, in realtà, è una resistenza all’idea del cambiamento.

Spesso, tale schema protettivo, si manifesta nella sua forma più subdola tra gli stili di crescita della conoscenza, l’ostilità.

Questo stile tende a invalidare la credibilità di concetti, principi e modelli ampiamente dimostratosi funzionali nella pratica del comportamento umano e sociale. 

Nei maschi, ad esempio, è sistematicamente contestato il ruolo maschile, tipico del corteggiamento, che prefigura l’assunzione di compiti ispirati a iniziativa, sicurezza e forza. 

Nella realtà, essi tendono a mettere al riparo se stessi dalle loro presunte o reali inabilità nella pratica del corteggiamento.

Nel corso della loro vita disagiata, gli individui timidi e gli ansiosi sociali, hanno radicato, nel substrato inconscio, schemi cognitivi che descrivono se stessi come soggetti inadeguati, e costrutti logico assuntivi che giustificano le definizioni d’inadeguatezze che li riguardano, e individuano nei comportamenti evitanti la forma più adeguata di risposta alle situazioni ansiogene.

Percependosi negativamente, il soggetto timido attiva le funzioni di controllo alla ricerca di conferme delle inadeguatezze che ritiene o teme di avere.

Giacché il suo obiettivo è stabilire le probabilità di essere accettato/a dalla persona amata, l’attività di controllo si esplicita nella confrontare le qualità dell’oggetto del desiderio con quelle proprie. Naturalmente, data un’auto percezione negativa, nel confronto l’individuo timido si vede come privo di qualità positive.

Fenomeno simile, ma invertito, si verifica quando si attivano schemi cognitivi orientati a una definizione degli altri in chiave negativa. In questi casi, dal confronto, l’ansioso trae conclusioni che confermano le proprie idee riguardanti l’indisponibilità altrui.

In tali contesti psicologici, la persona timida e l’ansioso sociale vede, e percepisce, come fuori dalla propria portata, l’oggetto del proprio bisogno o desiderio di relazione affettiva. 


4 commenti:

  1. Salve Luigi, volevo farle i complimenti per il blog. Leggo spesso gli articoli e li trovo molto utili ed interessanti, soprattutto per chi come me segue una terapia cognitivo comportamentale e quindi ha già familiarità con certi concetti. Essere consapevole delle dinamiche che attivano l'ansia sociale è importante, ma ho capito che che per cominciare a percepirsi e ad agire in modo diverso, ci vuole un grande impegno e una forte motivazione. Quando queste scarseggiano, cosa si può fare? Forse anche sotto queste due forme di resistenza ci sono varie credenze, ad esempio che non sia possibile cambiare o si ha paura di farlo.

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  2. Grazie Linda per questi bei complimenti che mi fai. Mi fa molto piacere sapere che i miei articoli risultano utili e interessanti.
    Il tuo commento introduce una problematica ben nota agli psicoterapeuti, la “resistenza al cambiamento”. Devo dire che hai stimolato le mie intenzioni da writer. Infatti, a tale tema indirizzerò il prossimo articolo, e lo dedico a te che sei stata la musa ispiratrice. Prendilo anche come risposta a questo tuo commento. Credo che coglierai anche il mio suggerimento sull’affrontamento motivazionale del tuo dilemma.
    Qualcosa, però la dico anche qui. Le ipotesi che hai avanzato centrano la radice del problema. Infatti, le resistenze al cambiamento fanno riferimento alle credenze disfunzionali. Qui, in più, entra in gioco un altro fattore. E cioè il sistema di difesa che l’apparato cognitivo mette in campo per difendere lo status quo del proprio insieme di credenze e metacredenze. Posso ipotizzare che, l’idea d’impossibilità di cambiare (che è un metapensiero) e la paura di farlo, abbiano credenze sottostanti che si richiamano all’idea d’inadeguatezza. Ma tu, su te stessa, sei la persona che, in assoluto, si conosce meglio di chiunque altro, psicologi compresi. Se hai appreso le tecniche indagatrici della psicoterapia cognitivo comportamentale, le strategie per il cambiamento, e se saprai avere un atteggiamento non giudicante verso te stessa, troverai anche un modo tuo per fronteggiare la demotivazione.
    Tieni sempre presente che non è questione di capacità, ma di tenere le distanze dai pensieri invadenti.
    A proposito. L'articolo che ti dedico si intitolerà "Ansia sociale e timidezza: la demotivazione al cambiamento".

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  3. Luigi, la ringrazio molto per la risposta e soprattutto per l'articolo che ha intenzione di scrivere. Sapere che il mio commento l'ha addirittura ispirata non può che rendermi contenta e onorata!
    Immagino che l'argomento della resistenza sia complesso e dipenda da persona a persona. Di sicuro nel mio caso ha ipotizzato bene, c'è un sentimento di inadeguatezza alla base, che evidentemente si ripercuote anche sulla fiducia di poter raggiungere un significativo miglioramento. E sicuramente una certa ritrosia e difficoltà a "mollare" e ricostruire in pochi mesi degli schemi cognitivi radicati da anni.
    Poi, credo ci siano altri elementi che non mi aiutano, ad esempio la mia difficoltà a impegnarmi (in generale) e il continuo procrastinare, che quindi non mi ha permesso di svolgere con molta costanza i compiti ed esperimenti che mi erano assegnati. Dunque pur conoscendo bene la "teoria", non mi sono esercitata troppo sulla pratica (e, ovviamente, in conseguenza al mio scarso impegno, si rafforzano le idee di inadeguatezza e le colpevolizzazioni, il sentimento di “fallimento”).
    Altro elemento che ritengo abbia influito, è la tendenza ad affezionarmi al terapeuta, perdendo di vista gli obiettivi iniziali e la motivazione a cercare fuori altre forme di appagamento e di affetto. E quindi anche la difficoltà nel gestire le emozioni in seduta, sempre tesa verso il desiderio di essere accettata e apprezzata. Riesco ad essere attiva e concentrata, ma non a sciogliermi del tutto, ad essere spontanea, si manifesta comunque un po’ di timidezza. Ci sarebbero tante riflessioni da fare, ma non vorrei dilungarmi troppo.
    Comunque ha ragione, nessuno meglio di me può conoscermi profondamente, e io credo che queste difficoltà non siano insormontabili, so di avere comunque delle buone risorse. Devo trovare, come dice lei, la mia motivazione.
    La saluto e attendo con ansia (positiva in questo caso!) il prossimo articolo.

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  4. Anch'io mi sento onorato dell'attenzione che presti verso la mia attività, per me è motivo di soddisfazione.
    L'articolo l'ho già scritto e pubblicato:
    http://www.addio-timidezza.com/2015/07/ansia-sociale-e-timidezza-la.html (la demotivazione al cambiamento ).
    È vero, l'argomento della resistenza al cambiamento è complesso e varia da persona a persona. Io, però, non posso che parlarne nei suoi aspetti generali.
    Penso sia bene che tu sappia che la ricostruzione degli schemi cognitivi disfunzionali non è cosa di pochi mesi, è un lavoro certosino. Ti suggerisco di lavorare sull’accettazione di te per come sei, in tal modo, riuscirai ad avere più pazienza, e la perseveranza diventa più concreta.
    Te la senti di praticare la mindfulness? Per farti un’idea di cosa sia, puoi leggere questi articoli:
    http://www.addio-timidezza.com/2014/12/la-mindfulness-come-strategia-per.html (La mindfulness come strategia per affrontare la timidezza – prima parte )
    http://www.addio-timidezza.com/2015/05/strategie-per-timidezza-e-ansie-sociali.html
    (Come approcciarsi alla mindfulness)
    http://www.addio-timidezza.com/2015/06/strategie-per-superare-la-timidezza-e.html
    (L’utilità della mindfulness )
    http://www.homomentis.it/fronteggiamento-di-ansia-sociale-e-timidezza-i-principi-cardine-della-mindfulness/ ( i principi cardine della mindfulness ) questo l’ho pubblicato sull’altro blog che ho.
    Hai parlato di queste tue difficoltà col psicoterapeuta? Sarebbe utile a te, ma anche a lui, che così ha modo di adeguare le strategie.
    Tranquilla, lo psicoterapeuta non ha un atteggiamento giudicante, lui ti accetta sempre. Comunque sappi che la tendenza all’affezione del paziente verso lo psicoterapeuta è cosa assai comune, direi quasi sistematica, e lui è allenato a queste situazioni.
    A presto.

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