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13 agosto 2015

La timidezza, il rossore al volto e la paura di arrossire


Nell’immaginario collettivo, la rappresentazione della timidezza è spesso legata all’immagine di un volto con il rossore sulle guance. Ne ritroviamo una rappresentazione iconografica anche nelle emoticon.

Chi mi legge da tempo, sa già che l’ansia, da una parte è, esternamente, l’indicatore dell’esistenza di uno stato emotivo e di pensieri collegati al senso d’inadeguatezza; dall’altra, come esperienza interna, è un segnale che ci avverte di una minaccia che incombe su di noi.

Il rossore al viso è la manifestazione fisiologica dell’ansia, e la conseguenza delle emozioni di vergogna o d’imbarazzo.

Questo significa che il rossore al viso è l’espressione di un variegato insieme di sentimenti di disagio. 

Luigi Zizzari - Ahi ahi... se ne sono accorti
Mentre la vergogna è da collegare alla convinzione di una personale inadeguatezza, vera o presunta che sia, l’imbarazzo è da collegare a un senso di colpa.

Ma perché l’arrossire è così frequente nella timidezza?

Sappiamo che la timidezza è uno stato mentale basato sull’idea dell’inadeguatezza e sulla conseguente paura di essere giudicati negativamente dagli altri.


Molti considerano la vergogna come un segnale che si ha subito, o si sta per subire, un’umiliazione che, spesso, è vissuta per mezzo della percezione del giudizio negativo altrui, mentre l’imbarazzo è un segnale che si è commesso un errore che dimostra la nostra inadeguatezza.

Ecco dunque che nel rossore si ritrovano tutti gli elementi che caratterizzano la timidezza.

La persona che arrossisce, però, lo fa anche perché tutti questi fattori lo rendono particolarmente trasparente ed esposto. Si sente senza difese e, contemporaneamente, colpita nei suoi punti nevralgici. È la nudità che sfronda violentemente il proprio pudore.

L’arrossire, pertanto, è vissuta come significativa di una propria condizione di debolezza che appare come icona ed emblema della propria personalità.

Infatti, non va dimenticato che i soggetti timidi, e gli ansiosi sociali in generale, hanno problemi di base riguardanti l’accettazione sociale e/o della competenza. Questo li spinge a focalizzarsi su se stessi.

Imbarazzo e vergogna, spesso, scaturiscono da quest’auto focalizzazione che più che essere orientata a un’analisi oggettiva dei propri comportamenti, sembrano essere indirizzati a individuare qualsiasi elemento che possa essere interpretato come dimostrazione della propria anomalia. 

La particolarità è che tale interpretazione è intrasoggettiva.

Il rossore, in questo caso, diventa espressione diretta delle cognizioni disfunzionali e disadattive.

Nei timidi, il desiderio di appartenenza è molto marcato, proprio in virtù di credenze di base e metacognizioni, riguardanti l’inadeguatezza, che li fanno sentire a rischio di accettazione sociale.

Le persone timide, come tutti gli ansiosi sociali, temono fortemente di apparire come tali. Ciò produce un altro fenomeno, la meta paura. Ecco, quindi, che il rossore diventa esso stesso oggetto di metapensieri e della paura di arrossire.  
Il rossore al viso è una forma particolarmente vistosa di ansia, la sua manifestazione è un’esplicita comunicazione di disagio, anche se involontaria. Proprio per questo è particolarmente temuta dal soggetto timido, l’evidenza del suo manifestarsi lo rende una minaccia cui non c’è scampo.

Gli individui timidi sensibili a questo problema, soprattutto quando non possono evitare situazioni di diretta esposizione sociale, già prima dell’evento espositivo e/o prestazionale, sono pervasi da flussi di pensieri dominati dalla preoccupazione e dalla paura di arrossire. I pensieri automatici previsionali e le immagini mentali si focalizzano sulla minaccia del rossore.

Purtroppo per loro, maggiore è l’attenzione prestata al rischio di arrossire, maggiori sono l’intensità, la frequenza e la pervasività del rossore. 

L’eritrofobia non si consuma solo con i pensieri e l’ansia anticipatoria. La persona timida, come ogni altro ansioso sociale, focalizzando su se stessa, dirigere la propria attenzione anche durante e dopo l’esposizione. 

Controlla i propri eventi interni e presagisce costantemente quella che considera l’imminente manifestazione del fenomeno ansioso; quasi aspetta che avvenga, e questo non fa altro che aumentare e alimentare preoccupazione, paura e ansia. 

Nell’attesa che si verifichi il rossore, monitora le proprie sensazioni alla ricerca di un segnale che indichi il suo sopraggiungere.

Quando “finalmente” arrossisce, il soggetto timido, si trova sotto il fuoco incrociato delle emozioni d’imbarazzo e vergogna e della sua attività di controllo che sposta l’attenzione alla ricerca delle reazioni degli altri e, più precisamente, dei segnali che testimoniano le loro azioni giudicanti. 

Ovviamente, giacché nelle ansie sociali gli altri sono percepiti come escludenti e/o giudicanti, qualsiasi tipo di comportamento viene interpretato in tal senso.

L’ansioso sociale è in piena tempesta metacognitiva. Oltre all’imbarazzo e alla vergogna, l’inibizione ansiogena si presenta con maggiore enfasi.

Non va dimenticato che durante l’esposizione, la focalizzazione su se stessi distrae molta energia attentiva dal compito che si sta svolgendo e questo pregiudica la qualità di esecuzione della performance. Ma la persona timida valuterà questa caduta di prestazione come dimostrazione della propria inadeguatezza confermando, così, la validità delle cognizioni disfunzionali che la riguardano.

Finita l’esposizione, il rossore al viso scompare, ma possono protrarsi ancora le emozioni dell’imbarazzo e della vergogna.

Quello che accade dopo è, in un certo senso, il canto del cigno. A imbarazzo e vergogna si sostituiscono rabbia, dolore del fallimento, tristezza e rassegnazione.

Nell’eritrofobia la paura non è tanto quella verso gli altri, ma è, innanzitutto, paura di se stessi. 

Il dopo conferma tutte le cognizioni negative del sé che alimentavano il timore dell’arrossire.




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