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1 settembre 2015

Comportamenti e stili cognitivi di protezione nella timidezza e nelle ansie sociali


Tutti quanti noi, nel momento in cui percepiamo una situazione in cui sia insita una minaccia, che valutiamo come concreta e altamente probabile, assumiamo comportamenti che o ci pongano nelle condizioni di controllare gli eventi nel caso decidiamo di affrontare tale situazione, oppure che ci permettano di evitare il concretizzarsi dei rischi. 

Mariarita Renatti - follie 2
In breve, per rispondere a questi rischi, ricorriamo a comportamenti e processi mentali di difesa detti “coping”.

Dunque, tutti facciamo ricorso ai coping.

Nell’ansia sociale tali comportamenti di protezione costituiscono lo stile operante, abituale e sistematico che caratterizza e determina il riconoscibile tratto caratteriale del soggetto ansioso.

Perché questa differenza tra persone ansiose e non?

Gli ansiosi sociali, e le persone timide, hanno tutti, in comune, alcune paure: essere giudicati negativamente dagli altri, mostrarsi inadeguati agli occhi degli altri, andare incontro a un insuccesso certo.


Tutte queste paure costituiscono solo un primo anello di un sistema di timori che è strutturato su più livelli. Nel primo anello, incontriamo i timori più immediati che corrispondono a previsioni di rischi che, nella gerarchia consequenziale e previsionale, corrispondono “alla prima onda” di effetti causali e/o di previsione degli eventi.

Nei successivi anelli del sistema di timori, che corrispondono a un livello di maggiore profondità, le conseguenze immaginate sono più catastrofiche, meno dettagliate e ineriscono più da vicino il tema della perdita di appartenenza.

Dopo questa c’è la solitudine e la concretizzazione della natura fallimentare del sé. Queste corrispondono, in modo più diretto, alla conferma del valore delle credenze disfunzionali di base.

Infatti, non va dimenticato che, nelle ansie sociali e nella timidezza, alle paure sottendono sempre credenze che ineriscono all’idea d’inadeguatezza.

Spesso certi timori esprimono, in modo diretto, la credenza stessa. In un certo senso potremmo parlare di credenza camuffata da paura. Ad esempio, se temo di non essere capace di affrontare una determinata situazione, con buona probabilità, ho una credenza che mi definisce incapace di fronteggiare con efficacia quelle date tipologie di situazioni.

Quindi, la persona timida ha timori che corrispondono a idee di proprie inadeguatezze, e queste sono percepite e considerate causa della perdita di appartenenza sociale e delle conseguenti condizioni di solitudine e fallimento.

Si tenga sempre presente che quando parliamo di ansie sociali, facciamo riferimento a quell’insieme di disagi e sofferenze psichiche che esistono solo e soltanto se riferite al mondo dell’interazione umana.

Gli scopi immediati di tali coping, generalmente sono di evitare l’esperienza che è stata giudicata contenente l’implicazione di un danno certo; evitare una sofferenza considerata certa e gravosa; interrompere lo stato d’ansia e le intense emozioni negative.

I coping di natura mentale consistono:

  • In attività metacognitive che concernono l’attivazione di stili di pensiero secondo i quali, ad esempio, rimuginìo e preoccupazione sono considerati utili percorsi strategici di soluzione di problemi.
  • In attività metacognitive di controllo, centrate soprattutto su se stessi, come ad esempio l’osservazione di proprie reazioni fisiche (es. sintomi d’ansia, sudorazione, arrossire), l’andamento della propria esposizione (es. in un intervento pubblico verificare proprie incertezze), individuare negli altri segnali di reazioni negative alla propria esposizione, verifica dell’attivazione di propri stati mentali ansiosi.
  • In attività cognitive di strategie di comportamento che implicano l’attivazione di assunzioni e credenze regolanti.
  • In attività cognitive di previsione che implicano anche l’attivazione dei pensieri automatici negativi.

I coping di natura comportamentale generalmente consistono:

  • L’evitamento dell’esperienza tout court.
  • Il ricorso ad azioni di sicurezza (es. stringere un oggetto nella mano, giocherellare con un oggetto, toccarsi frequentemente, imparare a memoria un intervento, evitare gli sguardi, sedersi in fondo a un’aula, bere alcolici o assumere droghe).
  • Assumere atteggiamenti sommessi, evitare di esporsi il più possibile, non partecipare alle conversazioni e/o l’estraniarsi da esse, non assumere iniziative, il disimpegno nelle relazioni.
  • Il ritiro sociale nelle ansie sociali patologiche.

Il repertorio dei coping nelle ansie sociali è piuttosto limitato e ristretto, non prevedono comportamenti e attività mentali indirizzati all’apertura verso le relazioni sociali, sono anzi, espressione della chiusura in sé, della focalizzazione su se stessi.

Tali repertori tendono a essere quelli già utilizzati in passato e che, pertanto, diventano sempre più abituali e automatici. 

Inoltre, questi hanno prodotto quei vantaggi positivi immediati quali l’abbassamento o l’annullamento dello stato ansioso legato all’evento, la scomparsa delle emozioni di paura, il ritorno a uno stato di “equilibrio squilibrato” in cui viene a trovarsi il soggetto ansioso una volta che il paventato rischio è stato evitato. 

Per evitare una sofferenza, l’ansioso sociale sceglie di vivere una sofferenza costante, più o meno latente però, benché priva di intensi stati d’ansia o di paura, essa è generatrice di sentimenti di odio verso se stessi, sensi di colpa, idee di fallimento, emozione della rabbia e di tristezza, abbassamento dell’autostima.


e tu come ti proteggi?


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