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20 ottobre 2015

La mancanza di scenari alternativi in timidezza e ansia sociale


Chi ha a che fare con l’ansia sociale o la timidezza sa molto bene cosa sono i pensieri negativi anzi, vive anche il problema di non riuscire a liberarsene. Sa che sono fattori determinanti della sua condizione, è cosciente che l’imbrigliano e che condizionano i suoi rapporti con gli altri. 

Tuttavia, a parte te, mio lettore attento e altri che si documentano evitando di rivolgersi ai profeti, le persone timide e gli ansiosi sociali in generale, non riescono a spiegarsi perché.

Salvador Dalì
 incontro dell illusione col momento fermo
Qualcuno ci prova, ed elabora teorie personali in una confusa atmosfera.

L’unico contatto cosciente che si ha con quella parte del sé interiore che non si sa raggiungere, sono i pensieri automatici negativi ma anche le abitudini metacognitive come il rimuginìo, la ruminazione, la preoccupazione; in pratica, pensieri e stili di pensiero, o strategia di coping cognitivo, che predicono l’avvicinarsi dei comportamenti ansiosi.

Ho più volte accennato al circolo vizioso delle ansie sociali e della timidezza, di come ogni fattore che interviene nell’attivazione, nel mantenimento e nello stato esecutivo dei processi ansiosi, svolga, al tempo stesso, la funzione d’induttore e di conseguenza.

Gli individui timidi, catturati da questo vortice fatto di paure, sentimenti d’incapacità, manifestazioni d’ansia, e flussi in piena di pensieri negativi, non riescono a far altro che focalizzare la propria attenzione su queste esperienze interne. Si tratta di focalizzazioni condizionate da una serie di fattori primari:


  • Le credenze disfunzionali di base che ineriscono, sostanzialmente, all’idea d’inadeguatezza.
  • Le metacognizioni che indirizzano lo stile e l’organizzazione del pensare in modo funzionale alle credenze di base negative. Colpevoli, queste, della formazione di errori cognitivi.
  • I pensieri automatici negativi che costituiscono il prodotto mentale dell’interazione tra credenze e metacognizioni, organizzati in routine o sotto routine che, pertanto, si automatizzano.
  • Le mancate invalidazioni e aggiornamento di credenze e metacognizioni disfunzionali.

A queste valutazioni vanno aggiunte altre considerazioni: 

Il contenuto emotivo della paura implica una valutazione di pericolo imminente e immanente, per cui una persona timida è indotta a interpretare gli stimoli che le pervengono, da eventi e situazioni, come gravi indizi di conseguenze negative. 


L’abitudine a interpretare gli stimoli in negativo, col tempo, specializza l’ansioso sociale nello sviluppo di un ventaglio d’ipotesi previsionali negative che è più ampio rispetto alle persone non ansiose. Ciò è ancora più marcato nei soggetti ansiosi particolarmente propensi al rimuginìo.

Fasi interpretative insufficienti. Normalmente, nelle situazioni, l’uomo opera una prima valutazione degli stimoli classificandoli come negativi o positivi, a questa prima fase segue l’elaborazione cognitiva deputata a differenziare la tipologia di pericolo e a valutarne la specificità. Nelle ansie sociali, questa seconda fase è insufficiente e, in alcune patologie, addirittura assente. Una tale insufficienza impedisce la rappresentazione cognitiva di un quadro oggettivo degli eventi futuri possibili.

Ragionamento euristico sistemico e distorsioni cognitive si alimentano reciprocamente. L’ampio, esagerato ricorso al ragionamento euristico, applicato sia all’esame delle proprie esperienze interne, sia alle valutazioni degli eventi esterni, favorisce la radicalizzazione di distorsioni cognitive; però, quest’ultime sono il risultato di tendenze metacognitive spesso sostenute da convinzioni di validità, ciò fa sì che il ragionamento euristico possa essere il risultato di tali stili del pensare. Basti pensare, ad esempio, al ragionamento dicotomico, all’astrazione selettiva, all’inferenza arbitraria.


Il rapporto con le proprie esperienze interne è conflittuale, problematico, fortemente condizionato da tutti quei fattori precedentemente indicati. Questo comporta una bassa autostima, un atteggiamento eccessivamente critico verso se stessi, la non accettazione di sé.

Dati questi aspetti, cui ho appena accennato, risulta comprensibile il fatto che un ansioso sociale o una persona timida finisca col focalizzare su se stessa e, in particolare, sulle proprie esperienze interne.

Abbiamo visto come il ventaglio delle ipotesi negative di previsione sia più ampio rispetto alle persone non ansiose, tuttavia, l’attenzione selettiva, focalizzata sulla valutazione ansiosa delle esperienze interne, genera un forte restringimento del campo visivo. 

Il soggetto timido ha grande fiducia sulla validità delle proprie conclusioni: del resto egli ha scarsa consapevolezza delle sue sbrigative e frettolose ricerche e della scarsità di dati e fatti da cui derivano i suoi esami valutativi.

L’individuo ansioso, oramai abituato nella predizione di scenari negativi, non ha mai potuto aggiornare o sviluppare credenze di base e metacognizioni di funzionamento, capaci di costruire delle alternative. 

In altri termini, i suoi schemi cognitivi mancano di elasticità interpretativa e previsionale. 

Data la rigidità e l’uni direzionalità del proprio apparato cognitivo, (inerente interpretazione, valutazione e previsione, riguardanti fatti ed eventi che coinvolgono l’individuo come soggetto sociale) la persona timida si ritrova a essere priva di modelli interpretativi e di stili metacognitivi che le permettono di elaborare scenari alternativi, positivi o neutri, nella lettura della realtà e nella costruzione previsionale.





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