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12 ottobre 2015

Scopo e antiscopo nella timidezza e nelle ansie sociali



Ho spesso sentito descrivere, da persone timide, il proprio comportamento come “indossare una maschera”, “recitare” un ruolo non proprio; una descrizione che rende bene l’idea dello stato emotivo che vivono gli ansiosi sociali e anche lo spirito che gli spinge a comportamenti di protezione. La loro recita è forzosa e quasi sempre incontrollata. 

Infatti, se l’attore di teatro recita un ruolo facendo una scelta volontaria e quindi cosciente, egli è capace di controllare e modulare la propria recitazione; l’ansioso sociale quella maschera la subisce. 
La recitazione della persona timida non è fluente, è impacciata, risponde a impulsi automatici.

Domenico Dell'Osso :
L affermazione è il punto di partenza
il primo passo
 che apre la via al cambiamento
Una ragione di ciò, sta nel fatto che i processi cognitivi e il comportamento dell’ansioso sociale, operano avendo come obiettivo l’antiscopo, cioè quello di evitare che avvenga ciò che si teme. 

La loro attenzione si concentra ed è finalizzata all’obiettivo di evitare anziché al fare.

A conti fatti, piuttosto che perseguire gli scopi inerenti la propria realizzazione sociale, paradossalmente, e senza che se ne rendano conto, le persone timide, si pongono, come obiettivo, che il proprio scopo di socialità non avvenga.

L’individuo timido indirizza la propria attenzione su ciò che giudica terribile e assolutamente da evitare, e in questo tragico tentativo si allontana dall’ affermazione di sé

Come saprai, l’insieme degli scopi costituisce il sistema motivazionale dell’individuo. 

Lo scopo, in sé, è la cognizione di uno stato delle cose che si desidera o intende raggiungere. 

Si può dire che la funzione dello scopo è di orientare i processi mentali e i comportamenti per il raggiungimento dell’obiettivo.

Gli scopi possono avere una polarità positiva o negativa. 

Nella prima si assumono valori e significati che permettono di dare un senso ai vari livelli o gradi di realizzazione degli scopi.

Nella polarità negativa ciò che conta è il non avvenire, la certezza che l’evitamento di ciò che si teme sia del tutto compiuto; il valore della certezza esclude livelli intermedi di raggiungimenti dello scopo. 

Le due polarità s’inibiscono reciprocamente. 

Faccio un esempio: poniamo che Tizio sia una persona timida e che abbia il terrore di essere rifiutato e di subire il giudizio altrui, poniamo anche che ami Caia e che, quindi, il suo scopo è di conquistare il suo amore. 
Quando Tizio deve approcciarsi a Caia, nel tentativo di relazionarsi con lei, viene subissato dalle sue paure del rifiuto, di fallire e di diventare oggetto di giudizio da parte degli altri. 
La sua mente è pervasa da un flusso di pensieri automatici negativi che da una parte definiscono Tizio come persona incapace e dall’altra fanno previsioni di fallimento, di rifiuti, di sberleffi, di maliziosi sogghigni, dei giudizi di incompetenza e incapacità.
Avendo, Tizio, il terrore di questi rischi prefigurati dai suoi pensieri previsionali, si trova di fronte al bisogno, che ben presto si trasforma in una necessità, di dover evitare, assolutamente, il rifiuto di lei e il fallimento sociale di lui stesso. 
A questo punto lo scopo di conquistare Caia viene subissato da uno scopo opposto, evitare di essere rifiutato da Caia. 

La polarità positiva dello scopo (conquistare Caia) è negata dall’antiscopo, cioè la polarità negativa dello scopo che è quella di evitare di conquistare Caia.

I soggetti timidi sono spesso coscienti che i propri comportamenti, da ansiosi, danneggiano se stessi, tuttavia non riescono ad agire diversamente, perché nelle situazioni ansiogene, la loro mente è dominata da processi cognitivi e metacognitivi negativi. 
Difficilmente hanno consapevolezza del fatto che assumono, come scopo, la sua stessa negazione: l’antiscopo.

E tu, hai fatto caso al tuo antiscopo?




2 commenti:

  1. Interessante questa prospettiva, in effetti non avevo mai pensato all'evitamento in termini di antiscopo. In pratica è una forma di autosabotaggio, giusto?
    Ora appare ancora più chiaro che continuare ad evitare le situazioni temute va contro se stessi, anche se sul momento si è convinti che sia l'unica salvezza. Ma sul lungo periodo, non può che portare a una profonda insoddisfazione per tutte le possibilità che ci si è preclusi.
    Perchè continuare a evitare un possibile fallimento, se facendolo si va comunque incontro a una sicura frustrazione?
    E' quasi un paradosso: evitare per non rischiare di soffrire; dopodiché soffrire ugualmente per aver evitato, per l'assenza di ciò che si desidera.
    Il problema è che sul momento non si fa questo ragionamento. Si è presi dall'ansia ed è forte l'impulso di proteggersi da quel rischio che appare terribile, così da oscurare quello che in principio era lo scopo. Non si pensa alla delusione che si avrà per aver rinunciato, quella in confronto sembra molto più sopportabile. Ci si inganna dicendosi che la prossima volta si avrà più coraggio, si sarà più preparati, ecc... Si aspetta il momento in cui tutto sarà "perfetto", che ovviamente non ci sarà mai, soprattutto considerando la scarsa autostima e i continui pensieri negativi. E quindi lo schema dell'evitamento si riattiverà, fin quando non si deciderà di spezzarlo avendo il coraggio di rischiare.
    Ultimamente ho potuto constatare (su di me) che a volte è meglio buttarsi facendo le cose di getto, seguendo l'impulso, senza pensarci troppo e cercando di progettare solo il minimo indispensabile per sentirsi più sicuri. Perchè quando ci si focalizza troppo su una situazione futura e si cerca di figurarsela nei minimi dettagli, si ha l'illusione di avere un maggiore controllo, invece l'ansia aumenta, e inoltre ci si sentirà ancora più spaesati quando la realtà sarà diversa da come l'abbiamo immaginata. Che ne pensi Luigi?

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  2. Ciao Linda, mi fa molto piacere vedere che sei una mia assidua lettrice. Prendo ciò come un implicito apprezzamento per questa mia attività.
    Si. In effetti, cerco di analizzare i fenomeni ansiosi da molte prospettive per favorire una maggiore capacità di lettura del fenomeno ansia sociale. Per la verità quest’angolatura, mi è venuta in mente mentre cercavo una strategia di tipo cognitivo che fosse “congeniale” a una mia cliente.
    Si. Lo puoi benissimo considerare, l’antiscopo, un autosabotaggio. Certo non volontario, non cosciente o non consapevole.
    Nella tua missiva fai osservazioni che ho sottolineato in più occasioni, cioè il fatto che per evitare una sofferenza, che si considera grave o inaccettabile o terribile, ci si condanna comunque a una sofferenza. Cosa che, tra l’altro, è assai subdola, perché permanente e che fa vivere la propria condizione ansiosa come se fosse normalità, ma che produce i danni cui accennavi, ma che fa anche abbassare ulteriormente l’autostima, che rinforza le credenze e metacognizioni disfunzionali e rafforza l’automaticità anche dei comportamenti di evitamento.
    Non sempre buttarsi di getto è utile, a mio parere, molto dipende dal soggetto. L’esposizione alle situazioni ansiogene costituisce una parte importante della psicoterapia cognitiva comportamentale, favorisce i processi d’invalidazione delle credenze e aiuta concepire l’ansia come qualcosa di superabile: la valutazione del rischio, la terribilità che presagisce, perde di potenza e di credibilità. Inoltre il soggetto comincia a guadagnare speranza e il senso della possibilità positiva.
    Tuttavia è una tecnica che va usata con intelligenza, andare allo sbaraglio è un azzardo che può costare molto e produrre risultati opposti. Inoltre è importante acquisire quella che io chiamo “pensare possibilista” verso un ampio ventaglio di configurazioni della realtà.
    La focalizzazione diventa un problema quando è polarizzata. Non va dimenticato che le capacità umane di previsione soddisfano un’importante funzione della mente, quella di poter valutare gli eventi, i mezzi e le loro possibili connessioni, per agire con efficacia.
    Potrei dire che il problema principale dell’ansioso è, per certi versi, l’esagerazione.
    Esagerazione delle valutazioni sui rischi e sulle conseguenze negative, esagerazione nel controllo cui accennavi anche tu, esagerazione nel considerare il controllo cosa sempre positiva, esagerare nelle interpretazioni in chiave negativa.
    È vero, più credi di dover controllare e lo fai, più le cose ti sfuggono di mano, e ottieni i risultati opposti a quelli desiderati.
    Bisogna che ci si faccia un’iniezione di fiducia, nei propri mezzi e nelle possibilità.

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Grazie per il commento