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17 novembre 2015

Le molte facce del controllo nelle ansie sociali e nella timidezza



L’attività di controllo è, di per sé, un processo metacognitivo.

Nelle persone timide e negli ansiosi sociali, differiscono tra loro in ragione dello scopo perseguito. 

Possono essere di ricerca per l’affermazione e/o verifica della validità di credenze e assunzioni, espressione di metacredenze e confirmatorie della loro utilità, avere finalità preventiva. 

Domenico Dell Osso
Controllo di impulsi opposti attraverso la ragione
L’aspetto dell’attività di controllo, dagli effetti più pervasivi, è quello che si presenta come meta credenza su se stessa. In questi casi gli ansiosi sociali hanno tre modi di considerarlo. 

Il controllo come attività positiva e necessaria per evitare che si verifichi ciò che si teme, per evitare di trovarsi impreparati nelle situazioni temute, per poter predisporre una strategia di fronteggiamento che in genere è l’evitamento. 

Questa visione di validazione del controllo serve anche a soddisfare il bisogno di certezza assoluta riguardo il soddisfacimento dell’ antiscopo, cioè evitare ad ogni costo il verificarsi degli eventi temuti che, però, impedisce il raggiungimento dello scopo desiderato (ad esempio, evitare di approcciarsi alla persona desiderata per evitare un insuccesso). 


In quest’ottica possiamo dire di trovarci di fronte all’insofferenza dell’incertezza. Infatti, come ho spiegato in altre occasioni, gli individui timidi e gli ansiosi sociali, vedono un ricettacolo di minacce in tutto ciò che è neutro, incerto, indefinito, ambiguo, in quanto espressione d’imprevedibilità. 

Il controllo come attività negativa. Qui ci si percepisce come prigionieri di processi cognitivi su cui non si ha il controllo. Il soggetto ansioso si trova coinvolto in un’attività di monitoraggio suo malgrado, in balia di processi cognitivi automatici che non riesce a fermare, né a limitare, né a condizionare. 

Questa meta cognizione comporta, spesso, disperati tentativi di reprimere l’attività di controllo ma, l’unico risultato che si ottiene, è l’aumento della sua pervasività. In certi casi c’è anche la consapevolezza che tale processo cognitivo incrementi la propria condizione ansiogena. 

La certezza assoluta è messa in crisi dalla indeterminazione della governabilità dell’azione di controllo.

Si può anche verificare che il costrutto del controllo possa essere considerato contemporaneamente sia in chiave negativa che in quella positiva. 

Qui si verifica un conflitto per l’assenza di una chiara linea di demarcazione. Da una parte si considera il controllo come uno strumento di problem solving, dall’altra è visto con preoccupazione perché il controllo fuori controllo ripropone il problema dell’incertezza.

Il controllo, nella sua funzione di metacognizione, si esplica, sostanzialmente, attraverso il rimuginìo e la ruminazione

La persona timida, ansiosa, verifica e valuta, costantemente, sia le proprie esperienze interne, sia quella provenienti dall’esterno; e sta a pensarci su per molto tempo. 

La perdita del controllo, in queste circostanze, si verifica soprattutto nell’incapacità di interrompere il rimuginìo, cosa che fa sprofondare in un sentimento di fallimento e, conseguentemente, nella conferma delle proprie cognizioni disfunzionali.

In alcune forme di ansia, il fallimento del controllo certifica l’incapacità di raggiungere quella certezza assoluta di evitare effetti indesiderati considerata un obiettivo possibile e necessario. Proprio l’idea del controllo assoluto come possibile e necessario, cosa in realtà non realistica, costituisce una delle metacredenze centrali di diverse patologie ansiose.

L’attività di controllo volta a verificare la validità di proprie credenze e metacredenze assume, nelle timidezze e nelle ansie sociali, carattere automatico e spesso non consapevole. 

Il soggetto timido cerca nell’ambiente circostante prove della propria presunta inadeguatezza. 

Si sente al centro dell’attenzione, osservato e giudicato, perché avverte che il suo essere “guasto” sia visibile e facilmente riconoscibile. Scrutando gli altri, egli, cerca di misurare il suo grado d’incompletezza.

Con una finalità analoga, l’ansioso sociale vive il rapporto con le proprie esperienze interne con uno spirito giudicante tutto orientato a confermare quelle credenze disfunzionali che lo definiscono come soggetto incapace, inabile, non amabile, difettoso. 

Anche in questo caso l’attività di controllo finisce con l’avere uno scopo confirmatorio.

In taluni casi il bisogno di controllo è mosso da credenze disfunzionali riguardanti l’idea dell’altro come entità da controllare, su cui non si può avere affidamento. 

In questo caso, l’altro è inaffidabile, imprevedibile, pericoloso. 

L’ansioso sociale ne studia i comportamenti per cogliere le minacce che ne possono derivare.

Ho più volte fatto notare come nella timidezza e nell’ansia sociale gli schemi cognitivi sono tutti indirizzati verso le polarità negative. Il ventaglio delle possibilità interpretative sono piuttosto ristrette. 

Memoria e attenzione selettive si standardizzano sulle esperienze negative ed escludono che la “possibilità” possa includere valenze positive da tenere in conto. 

Questa ristrettezza interpretativa alimenta, ma allo stesso tempo è alimentata dal bisogno di controllo.

In termini più concreti, possiamo dire che l’attività di controllo è decisamente funzionale alla spirale circolare delle ansie sociali.



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