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27 dicembre 2015

La paura di soffrire dentro

La sofferenza comporta emozioni forti che nessuno di noi vorrebbe mai provare. Dobbiamo, però, fare i conti con la condizione umana, gli eventi e le circostanze che si verificano nostro malgrado, talvolta, assolutamente estranei alla nostra persona.

Sull’inevitabilità della sofferenza sono già stati scritti fiumi di parole, sia nel campo scientifico, sia in quello artistico. 

Henry Fuseli. The Nightmare
Essenziale, per far fronte alla sofferenza, è l’atteggiamento di accettazione.

Nella vita reale, e in tutte le culture e le epoche storiche, i comportamenti messi in campo per evitare la sofferenza sono particolarmente graditi e praticati.

C’è, però, una linea di confine oltre la quale i comportamenti di evitamento della sofferenza assumono carattere decisamente patologico.

Nelle ansie sociali, l’evitamento della sofferenza, assume i connotati dell’antiscopo. Si evita il raggiungimento di scopi desiderati per evitare che il loro perseguimento possa comportare sofferenza.


Così, siamo testimoni di persone che rinunciano a vivere emozioni affettive per il timore che un eventuale fallimento di tali relazioni possa comportare sofferenze insopportabili, inaccettabili, assolutamente da evitare: sofferenze paragonate alla catastrofe.

Krizia evita di impegnarsi in una relazione affettiva, fortemente desiderata, con Dario perché la sola idea che il rapporto possa fallire è segno premonitore di una terribile sofferenza che ritieni di non essere in grado di sopportare.

Alessio ritiene che essere respinto dalla sua amata Agnese costituisca una sofferenza troppo grande per le sue capacità di resilienza, così evita di approcciarsi a lei.

Aurora cerca di evitare di vivere qualsiasi emozione, convinta com’è, che il perseguimento delle emozioni positive possa poi sfociare nella sofferenza della delusione, dell’abbandono, della vacuità e nell’affermazione del non senso della propria vita. E così che al fine evita anche di godere della bellezza di un tramonto.

Persico è convinto che basti un solo giudizio negativo di un chicchessìa per determinare la catastrofe della sua vita. Perciò, evita qualsiasi situazione che possa esporlo alla vista o all’udito degli altri.

L’aspetto paradossale, ma tragicamente concreto, della paura patologica della sofferenza è che implica strategie di coping (comportamenti di fronteggiamento) che procurano sofferenza strisciante, permanente e costante.

Nelle ansie sociali, e quindi anche nella timidezza, questa sofferenza strisciante finisce col diventare come una sorta di sfondo grigio e mesto della pagina di un libro o di un dipinto, il fondale della propria anima. 

Ci si condanna a una sofferenza subdola, ingannatrice, sanguisuga che consuma il soggetto in maniera apparentemente impalpabile ma che ha l’effetto devastante della radicalizzazione, del mantenimento e del rinforzo di credenze e meta credenze disfunzionali, di comportamenti disadattivi e auto lesivi, di stili metacognitivi che alimentano processi mentali inadeguati.

La paura della sofferenza giunge a determinare stili di pensiero, credenze regolanti e/o doverizzanti, assunzioni e motti che giustificano e teorizzano l’assoluta validità “a prescindere” dell’evitamento. 

È la teorizzazione della validità dell’antiscopo che assurge al ruolo di scopo primario annichilendo il perseguimento di desideri, bisogni, necessità, speranze.

Nelle ansie sociali l’idea della sofferenza, che si vuole ad ogni costo evitare, corrisponde a esiti catastrofici per la propria vita; ma anche alla convinzione di non essere in grado di mettere in campo alcun mezzo adeguato di fronteggiamento, di non avere la forza e le energie per far fronte alle sofferenze, che queste non sono in alcun modo sopportabili.

“Non riuscirei a reggere a questa cosa”, “non me lo posso permettere …”, “Sarebbe il mio crollo definitivo”, “sarebbe la mia fine”, “non potrei affrontare sofferenze così forti”, “non riuscirei a sopportare un suo rifiuto”, “sarebbe terribile se mi giudicassero male”, “se mi va male, il mio fallimento è totale”.

L’antiscopo, cioè evitare il pericolo disastroso, si comporta come l’antimateria, dove c’è lei non c’è la materia. 

Paradossalmente, l’obiettivo diventa evitare di soffrire per soffrire di mancanze di affetti, di solitudine, di marginalizzazione sociale, di tristezza, di infelicità, dei vuoti nella propria vita.





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