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4 gennaio 2016

La carenza di problem solving in timidezza e ansie sociali



Tra gli aspetti che producono maggior nocumento nella vita pratica dei timidi e degli altri ansiosi sociali c’è l’inconcludenza dei pensieri e dei comportamenti finalizzati al raggiungimento degli scopi.

Questa improduttività o inefficacia è da ricondurre alla mancata attivazione della modalità del problem solving.

Purtroppo, l’ansioso sociale mostra anche una mancanza di cognizione cosciente della sua difficoltà nel disporsi mentalmente in tale modalità produttiva.

Anna E Il Verdementa - Non guardare
La dominanza del pensare negativo, che permea e caratterizza anche le principali attività metacognitive della ruminazione e del rimuginìo, distrae le capacità attentive e di elaborazione della conoscenza, verso il rammarico, l’autocritica negativa, la previsione negativa, la preoccupazione. 

In breve, verso il restar bloccati in una condizione di stallo permanente che staziona il pensiero sull’idea dell’avere un problema senza provare la sua soluzione.

Tra i comportamenti tipici che caratterizzano l’assenza o la carenza nel disporsi in modalità di problem solving possiamo indicare la procrastinazione, l’abbandono dell’attività, la programmazione di obiettivi oggettivamente non raggiungibili, o di stampo prettamente generico, oppure di natura puramente idealistica.

C’è da notare che quando un ansioso sociale o una persona timida programma degli obiettivi considerati ad alto valore, questi non tengono conto dei mezzi propri disponibili nel presente della propria condizione. Spesso sono riferiti a desideri superiori che, posto che siano realizzabili, necessitano di una pluralità di step e tempi lunghi; fattori che non collimano con i personali intendimenti.

Spesso la programmazione degli scopi a breve termine prescinde dalla motivazione, sono, più che altro, disperati tentativi di dotarsi di piani operativi per fronteggiare la propria condizione emotiva e psichica: un tentativo naif di curare il proprio male.

Ovviamente, in quest’ultimi casi, la mancanza di una motivazione attiva, simultaneamente, sia a livello cosciente, sia a quello emotivo, ha come risultato la procrastinazione o l’abbandono.

Esiti che gli individui timidi e gli ansiosi sociali vivono come un fallimento.

Qui l’idea del fallimento non corrisponde più all’esercizio esperito di un’attività i cui esiti non sono positivi, ma al mancato esercizio di un’idea. 

Procrastinazione e abbandono, in questa logica, non sono tratti dell’inconcludenza che ha precise motivazioni interiori, ma l’espressione fallimentare di un proprio tratto caratteriale.

Nel momento in cui abbandono e procrastinazione vengono fatti coincidere con il fallimento, le motivazioni dei primi e le cause del secondo acquisiscono uguale valore e significato.

Nella timidezza e nelle altre forme di ansia sociale, l’estrema semplificazione emotiva dei significati, dei sensi e dei fattori causali, appiattisce la valutazione degli eventi su pochissimi concetti standardizzati e assolutizzati. 

In questo modo il processo del divenire degli eventi è svuotato di ogni valenza: le cause, i fattori contingenti, le motivazioni, gli impulsi emotivi, sono cancellati tout court.

Pensare e agire con una modalità da problem solving significa, innanzitutto, non fermarsi all’idea di avere un problema. 

Per l’ansioso sociale implica anche sfidare le proprie previsioni negative, le paure. Tutto ciò che è prevedibile è anche risolvibile: il problem solving serve proprio a questo.


L’ansia sociale trasforma i rischi, la possibilità che accada qualcosa, in catastrofi, in eventi senza soluzione. Il pensiero si blocca sul rischio e non riesce ad andare allo stadio successivo, cioè al problem solving. 

Così, la paura prende il sopravvento e l’idea del rischio appare ancora più immanente, gravosa e incombente; il senso di un proprio fallimento diventa ancora più pregnante e le vie d’uscita sembrano appartenere a una galleria lunga quanto l’infinito.


2 commenti:

  1. Ciao Luigi, ottimo articolo, mi rispecchia molto. Mi rendo conto di come questo meccanismo renda molto più pesante la vita. Ogni minimo ostacolo sembra ingigantito, e il non tentare di risolverlo, procastinare o evitare, sembrano alleviare l'ansia sul momento, ma in realtà, soprattutto nel lungo periodo, porta ancora più stress e un inutile spreco di energie nel rimuginìo. E così ci si sente sempre più incapaci di risolverlo. Il solito circolo vizioso.
    Ne approfitto per augurarti un buon 2016, anche se un po' in ritardo. Perdona la mia assenza ultimamente, ho comunque letto vari articoli. :-) A presto

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    1. Ciao Linda, e buon anno anche a te e grazie per i complimenti. Mi auguro che la psicoterapia, che stai facendo, stia cominciando a sortire qualche risultato. Come avrai notato, quest’articolo è, implicitamente, un invito a contrastare i pensieri negativi, i rimuginii e le ruminazioni, con l’atteggiamento tipo “ok, ora cosa posso fare? Come potrei agire, in futuro, di fronte a questi eventi, in queste situazioni?”, “oggi ho sbagliato, ma posso trovare qualche soluzione per il futuro” .
      Lasciare da parte, cioè ,pensieri tipo “ma perché ho fatto così?” , “sono stato/a proprio … (giudizio negativo di se)”, “se non avessi …” e porsi l’obiettivo di trovare possibili alternative.
      Si può provare. All’inizio s’incontrano difficoltà a farlo perché non si è abituati, e si può sentire di non avere idee, e non saper come procedere, però, continuando a provare, si comincia a disporsi mentalmente in modalità problem solving, e già questo è un passo importante.

      :-)

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