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22 marzo 2016

La personalizzazione dell’insuccesso



Tante persone, afflitte varie forme di ansia sociale, ricercano la chiave dei propri insuccessi tra le qualità personali o, in altri casi, nella propria costituzione biologica.

In certi casi anche gli incidenti “sociali” occorsi ad altri vengono fatti corrispondere a proprie manchevolezze, imperfezioni o incapacità. 

In questi ultimi casi, siamo di fronte a una distorsione cognitiva (detta, per l’appunto, personalizzazione) che è un modo del pensare in cui il soggetto pone la propria persona all’origine degli insuccessi e degli incidenti, incorsi agli altri e che si verificano nelle situazioni sociali di varia. 

Elisa Anfuso - De miseria humanae conditionis
Facendo riferimento alla percezione negativa del sé, la persona timida, senza rendersene conto, mette se stessa al centro degli eventi (da cui, in realtà, vorrebbe fuggire). 

In pratica si percepisce come portatore o procuratore di danno agli altri.

In ambedue i casi, il ventaglio delle ipotesi interpretative dei fatti si presenta quanto mai ristretto. L’ansioso sociale, nei suoi processi valutativi, dirige l’attenzione sulle proprie prerogative assunte come deficitarie. Ciò perché, ritenendosi inadeguato, pensa di essere un elemento d’innesco di dinamiche degenerate.


Nei casi di valutazione dei propri insuccessi, il ragionamento inferenziale si consuma nel dedurre da un’idea a priori (credenze di base), o dalla percezione di essa, il conferimento di causa certa allo stesso concetto da cui è dedotta la conclusione. 

Un esempio può essere il pensiero: “dato che sono un fallito, se vado male all’esame, è perché sono un fallito”.

Nel caso dell’esempio, il soggetto non prende in considerazione altri fattori che possono aver inciso nella cattiva performance: non aver studiato a sufficienza, non avere un buon metodo di studio, i quesiti posti erano particolarmente difficili, essere stati investiti da una forte inibizione ansiogena che ha prodotto un blocco mentale, aver beccato la giornata in cui l’esaminante era intenzionato a bocciare chiunque, non essere riuscita/o a concentrarsi sul compito, gli argomenti discussi erano da riferirsi a un testo specifico su cui non si era studiato.

In pratica, il ragionamento giunge a una selettività degli indirizzi interpretativi, che sono sempre in chiave negativa: esclude ipotesi interpretative neutre o positive o perché ritenute non probabili o perché non vengono proprio prese in considerazione. Queste logiche le troviamo anche in una distorsione tipica del ragionamento cognitivo: l’astrazione selettiva.

Quando l’insuccesso, o l’incidente sociale, occorso ad altri, determina il conferimento di causa o colpa a se stessi, ci si pone in una sorta di ruolo irradiante, per cui i propri comportamenti diventano evento scatenante delle disgrazie altrui. 

L’ansioso sociale ha un concetto d’inadeguatezza, riferito a se stesso, che lega con l’idea di pervasività e invadenza automatica esterna delle proprie carenze presunte; come se queste fossero dotate del potere di incidere significativamente nella vita degli altri, indipendentemente dalla propria volontà. 

Possiamo scorgere questi ragionamenti emotivi ad esempio, nel bambino che si sente colpevole per il fallimento del matrimonio dei suoi genitori, nel lavoratore che si considera responsabile per il licenziamento del proprio dirigente, oppure in una persona che si sente colpevole di un litigio tra due amici avvenuto alla sua presenza. 

I comportamenti personali sono assunti come causa degli eventi, svuotati del loro contesto sia temporale che situazionale.

La persona timida vive gli eventi con un livello di emotività molto alto, ben al di sopra di quello provato dai soggetti non ansiosi. 

Nei casi di personalizzazione dell’insuccesso ci troviamo dinanzi ad una persona emotivamente dilaniata che generalizza e trasforma in legge generale e assoluta i propri schemi cognitivi disfunzionali. 

Ella vive la percezione del sé, imperfetta, sbagliata, inadeguata, difettosa, in modo tale da conferirle una valenza estensiva che coinvolge la globalità della propria persona e che, come abbiamo visto per taluni casi, giunge persino a estendere la propria maledizione ingerendo nella vita altrui.




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