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19 maggio 2016

La dipendenza da comportamenti e metacognizioni disfunzionali nella timidezza



In genere, quando si parla di dipendenza, si pensa a quella da stupefacenti, alcol, gioco, eccetera. Esiste, però, una forma che è molto più subdola perché legata a comportamenti e modi di pensare abituali e perché, questi, difficilmente sono visti dalla prospettiva della dipendenza. 

In questi casi, i soggetti diventano dipendenti per via dell’abitudinarietà e/o dell’automaticità dei comportamenti e di certi modi del pensare.

Lucia Schettino - My drop. My dream
La dipendenza da un comportamento abituale o da uno stile del pensare è, in realtà, un fatto comune a tutte le persone. Se pensiamo, ad esempio, al carattere, che possiamo definire come l’insieme dei comportamenti abituali che caratterizzano una persona, non possiamo non considerare come l’individuo sia da questo fortemente dipendente: è davvero difficile comportarsi rinnegando il proprio carattere. 

Nelle ansie sociali, purtroppo, la dipendenza dai comportamenti automatici diventa una condanna alla sofferenza.


Dove c’è un vantaggio nel ricorrere a un determinato comportamento, seppur limitato all’immediato, c’è sempre il rischio di restare intrappolati nel vortice della reiterazione.

Un comportamento ripetuto numerose volte, diventa abituale e, spesso, automatico. Si determina, quindi, una pulsione a mettere sistematicamente in atto tale comportamento. 

Nelle ansie sociali i comportamenti lacunosi assolvono alla funzione di perseguire l’antiscopo, cioè evitare che una sofferenza pronosticata si verifichi, dato che essa è considerata tanto grave da non poter essere sopportata.

Ciò significa che il comportamento disfunzionale produce, nell’immediato, un sollievo visto che è servito a evitare un danno assai gravoso, nonostante il tutto sia solo il risultato di un processo puramente mentale.

Quel che produce sollievo riceve un rinforzo, anche se in questo caso dovremmo parlare di rinforzo negativo. Più un comportamento è rinforzato, maggiore è l’impulso automatico a metterlo in atto, e crescente è il coinvolgimento del soggetto nella spirale reiterativa. 

A questo punto, l’ansioso sociale diventa dipendente da quel dato comportamento. Egli diventa dipendente dal sollievo che ne ricava, anche se questo è effimero.

Il comportamento è, comunque, pur sempre il risultato di un processo cognitivo che si svolge a monte. Nell’automazione gran parte di tale processo è sostituito da una “routine”, giusto per usare un termine da programmatore. 

Questo significa che l’automazione è favorita dalla assenza di un pieno processamento mentale, e ciò fa comprendere anche come un comportamento abituale finisce col diventare impulsivo, quasi un istinto nativo.

L’uomo è dipendente anche dai propri modi del pensare, in quest’aspetto va però considerato il fatto che maggiore è la rigidità mentale, maggiore è la dipendenza del soggetto dal suo stile del pensare. 

Accade perché una minore elasticità mentale corrisponde a una ridotta operatività interpretativa, a un ridotto paniere di modelli descrittivi della realtà e, quindi, a una minore possibilità di ricorrere a una pluralità di soluzioni, di previsioni e di decisione. 

Non è una questione di capacità, ma di disponibilità di strumenti interpretativi ed elaborativi.

L’ansioso sociale, come sappiamo, ha costruito - nel corso del tempo - un sistema cognitivo in cui determinati schemi si sono formati in modo da sostenere, giustificare e rinforzare credenze di base disfunzionali: Un insieme di schemi che produce il pensare negativo, la paura di sofferenze insopportabili, la costruzione di modelli di fronteggiamento cognitivi, metacognitivi e comportamentali. 

Queste hanno in comune il pensare negativo verso se stessi o verso gli altri; per certi versi, si potrebbe intravvedere una dipendenza dalla negatività.

Tuttavia non va ignorata l’origine cognitiva del pensare negativo.

Dando uno sguardo alle metacognizioni, la tendenza al rimuginìo e alla ruminazione, ad esempio, può raggiungere livelli compulsivi, cioè tali per cui l’impulso a ricorrervi è talmente forte da non riuscire ad astenervisi.

Molti ansiosi sociali vivono un rapporto ambivalente con queste due forme metacognitive; da una parte ritengono che preoccuparsi, rimuginare o ruminare siano attività necessarie per risolvere i problemi, dall’altra si rendono conto di non essere più in grado di riuscire a controllare questi processi mentali, e tuttavia, non riescono a smettere.

L’abitudine a ricorrere a tali processi mentali fa sì che l’ansioso sociale vi ricorra in modalità “routine” e, pertanto, l’effetto dell’automazione produce una esagerazione dell’uso, sia in termini di tempo, sia in termini di quantità e intensità.




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