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27 maggio 2016

L’influenza del comportamento nella timidezza tra asocialità e solitudine - Prima parte

PRIMA PARTE

“Gli altri si stancano subito di me”, “gli amici non m’invitano”, “gli altri cercano sempre di evitarmi”, “gli amici organizzano le cose senza dirmi niente”, “oramai sto sempre in casa perché non ho nessuno con cui uscire”, “tutte le volte che tento di relazionarmi, è un fallimento”, “perché le persone mi evitano, cos’ho che non va?”.

Molti autori descrivono la timidezza come un tratto del carattere. 

In effetti, una persona timida la si riconosce per mezzo dei suoi comportamenti.

Qua vale la pena chiarire cosa sia il carattere e cos’è un comportamento.


Elisa Anfuso - solitud-es n1
Il carattere è l’insieme dei comportamenti abituali e tipici di una determinata persona. 

Chiaramente, perché un comportamento sia abituale, deve essere adottato con sistematicità e frequenza. 

I comportamenti non sono qualcosa di innato, bensì, si apprendono. Ciò significa che il carattere è un insieme di comportamenti appresi.

È qui abbiamo sfatato un “mito” secondo il quale il carattere sia qualcosa di innato: nulla di più errato. È la storia di una persona (culturale, emotiva, relazionale) che determina il suo carattere.


Riguardo i comportamenti, va fatta una distinzione tra quelli interiori e quelli esteriori. I primi hanno a che fare con l’insieme degli stili del ragionamento (meta cognizioni) e dei pensieri che vanno ad animare il dialogo interiore; i secondi sono l’insieme di tutto ciò che è percepibile dagli altri e, quindi, tutto quel che si dice e tutto quello che si fa.

I comportamenti esteriori sono, intrinsecamente, anche strumenti di comunicazione. 

Come ho già scritto in altre occasioni, il comportamento comunica indipendentemente dalla volontà e dall’intenzione di chi lo attua; inoltre, anche ciò che si comunica, volontariamente o involontariamente, assume nel ricevente (l’altro) sensi e significati a prescindere dall’intenzione di chi manifesta il comportamento. 

Tutto ciò significa anche che non c’è una corrispondenza automatica tra l’interpretazione di un comportamento e il reale intento e significato. 

In breve, l’interpretazione dei comportamenti non è, di per sé, descrizione della realtà oggettiva.

L’interpretazione dei comportamenti varia da persona a persona, in relazione alla storia individuale di ciascuno, da cultura a cultura. 

Ciò significa che un comportamento funziona come stimolo differenziato da individuo a individuo.

Il modo di interpretare gli stimoli e come lo si fa, costituisce il problema di base delle ansie sociali e della timidezza. 

Tuttavia, un ampio ventaglio di comportamenti, assumono significati più o meno conformi a molte culture. È proprio in quest’ambito che essi diventano una forma di linguaggio condiviso, anche se permangono ampi rischi di incomprensione.

Tra comportamenti interni ed esterni c’è una relazione di reciproco condizionamento. 

Se è vero che i comportamenti esterni sono il risultato di un processo cognitivo, è anche vero che le conseguenze di un comportamento inducono nuovi processi cognitivi.

Riassumendo possiamo dire che i comportamenti:

  • Quando sono abituali e tipici di un individuo, costituiscono il suo tratto caratteriale;
  • Sono una forma di comunicazione;
  • Si apprendono, così come i loro significati;
  • La loro interpretazione è soggettiva;
  • Costituiscono l’atto finale di un processo cognitivo;
  • Influenzano i processi cognitivi;
  • Condizionano i comportamenti di risposta altrui.














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