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30 maggio 2016

L’influenza del comportamento nella timidezza tra asocialità e solitudine - Seconda parte



SECONDA PARTE



Nella timidezza, e in ogni forma di ansia sociale, i comportamenti disfunzionali assumono carattere abituale e automatico finendo, così, con l’essere espressione del carattere del soggetto.

Dato che i comportamenti disfunzionali delle persone timide, sono il prodotto di processi cognitivi che generano emozioni di sofferenza e inibizione ansiogena, il carattere di tali individui assume tratti che non trova corrispondenza con i significati positivi che il gruppo o la comunità conferisce ai comportamenti sociali condivisi e loro corrispondenti modelli comportamentali.

I comportamenti evitanti, di estraniazione, di distrazione, sono generalmente interpretati come indisponibilità all’interazione, non interesse ad appartenere al gruppo o alla comunità, tendenza alla discriminazione sociale (snobismo), disinteresse verso gli obiettivi comuni del gruppo o della comunità.

Margherita Garetti - Punti di vista
Tuttavia, il carattere emotivo dell’ansioso sociale viene percepito dagli altri. 

Quel che viene a mancare è la comprensione del collegamento tra il tratto caratteriale emotivo e le motivazioni comportamentali. 

In pratica le persone, non potendo accedere ai flussi di pensieri del soggetto timido, non potendo avvertire le sue emozioni interiori, valuta i comportamenti per ciò che appaiono e non per ciò che sono.


Una difficoltà di comprensione generata anche dal diverso modo di fronteggiare situazioni, eventi e comportamenti. Si tratta di una differenza sostanziale perché la diversità di risposta agli stimoli configura anche una diversità di interpretazione degli stessi stimoli.

In un certo senso è come se io, che parlo la lingua italiana, dovessi disquisire con una persona che parla la lingua cinese, quando entrambi, non conosciamo la lingua dell’altro.

In queste situazioni, mentre il soggetto timido tende ad isolarsi in reazione ai continui fallimenti dei propri tentativi di interazione, l’altro - o gli altri - tendono a emarginare percependo l’ansioso come un individuo che tende a mettere delle distanze.

Alcuni specifici comportamenti degli ansiosi sociali, come quelli posturali, tendenzialmente raccolti e incurvati, come le mimiche facciali che tendono ad esprimere assenza, tristezza, musismo, apatia, angoscia, oppure rabbia, irrequietezza, disgusto, trasmettendo l’immagine di una disposizione mentale negativa, prima e durante l’interazione sociale, sono interpretati come portatori di negatività che possono comportare un rischio di contaminazione.

Nel valutare l’incidenza di questi fattori sulla qualità delle relazioni interpersonali, va tenuto conto il fatto che, nella società contemporanea, sono ampiamente preferiti i modi comportamentali considerati positivi e che, allo stesso tempo, non producano conflitto o sofferenza. 

Infatti, l’evitamento della sofferenza è un obiettivo comune degli esseri umani, anche se nelle ansie sociali, tale tendenza è particolarmente esasperata.

Non a caso, i comportamenti ansiogeni non sono altro che forme di fronteggiamento di situazioni, eventi e comportamenti con l’obiettivo di evitare una sofferenza predetta e perciò, solo ipotetica.

Un altro aspetto che influisce nei problemi di socializzazione è la difficoltà che gli individui “normali” hanno nel rapportarsi a un ansioso sociale. 

Dato che i modelli comportamentali di riferimento differiscono, anche le persone dotate di buone abilità sociali, e che non hanno problemi d’ansia, non sanno come interagire con un ansioso sociale. 

Infatti, i commenti che vengono espressi, sono del tipo: “parla più forte che non sentiamo”, “ma tu non parli mai?”, “Tu non reagisci mai”, “perché non cerchi di essere positivo?”, “Possibile che te ne stai sempre col musone?”, “Non ti si vede mai sorridere”, “sei pesante”, “sei noioso”, “uff, che palle!”.

Si tratta di tipi di commenti e osservazioni che denotano, chiaramente, la non comprensione del senso e dell’utilità del comportamento adottato dall’ansioso sociale. 

L’individuo “normale” ha parametri di valutazione e di interpretazione che afferiscono a modelli comportamentali non ansiosi. 

Questa differenza cognitiva è tale anche nella dimensione sociale in cui la mente del soggetto è proiettata. Sono diverse le logiche del fare e quelle del pensare.

In pratica, la difficoltà di interazione è reciproca. 

Mentre l’ansioso sociale vive problematicamente l’interazione influenzato dalle personali credenze disfunzionali, dai timori e dall’ inibizione ansiogena, il soggetto “normale” ha difficoltà a relazionarsi per una differenza di linguaggio, di incomprensione dei modelli comportamentali dell’ansioso.













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