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5 luglio 2016

Sentirsi perdente


Nel corso della sua vita, una persona timida, un ansioso sociale, accumula una tale quantità d’insuccessi che finisce col considerarsi fallita (… fallisco in ogni cosa che faccio) e quando questi esiti esprimono una discrepanza tra il sé sociale desiderato e quello materiale, tra i successi altrui e i propri fallimenti, tra l’idea dell’essere vincente nella competizione sociale e il non riuscirvi  (… finisco sempre per essere l’ultimo) si fa strada il sentimento di un’appartenenza surrogata, funzionale al dominio altrui ( … “non riesco a evitare di farmi dominare”, “alla fine subisco sempre”).

Edward Hopper - senza titolo
In quanto soggetto sociale che aspira a una piena accettazione e a un ruolo quanto meno di un pari (… non riesco mai a farmi valere), vive l’insuccesso come una sconfitta che, sommandosi alle altre, definiscono sé stesso come un perdente (… sono un perdente).

Quella del perdente è una figura retorica emblema di un individuo inadeguato all’interno del dominio in cui l’insuccesso si manifesta.

Nelle ansie sociali, una tale figura tende a permeare l’intero insieme delle cognizioni sul sé. Detto in altri termini, l’ansioso sociale tende a considerarsi perdente come persona, a generalizzare l’idea di una propria presunta inadeguatezza applicandola all’insieme delle sue qualità personali. [sul giudizio di sé]


Il problema sta nel fatto che l’ansioso sociale non ha consapevolezza (o non riesce a farla prevalere) che gli esiti di eventi e comportamenti sono la risultante di un insieme di fattori non tutti dipendenti dal singolo individuo.

A dire il vero, talvolta, non si tiene proprio in conto l’aspetto causale degli eventi. Il soggetto timido vede sé stesso come entità centrale dell’esperienza, come unico attore determinante. 

Ma anche nel ruolo di entità centrale dell’esperienza egli esclude, dal suo processo valutativo, il proprio rapporto con le esperienze interne, riconducendo tutto a definizioni di base del sé.

L’ansioso sociale si sente perdente perché parte dal presupposto di esserlo, e va incontro agli insuccessi perché sentori e convinzioni attivano processi circolari di cui l’attivazione delle emozioni e dei sintomi dell’ansia sono parte costituente.

L’inibizione ansiogena gioca un ruolo determinante giacché tra gli effetti che produce vi sono la riduzione a uno stato di inefficienza, o il blocco, di attività logiche o corporee che compromettono le prestazioni (fisiche, di recupero della memoria, di problem solving).

L’inibizione, però, si manifesta anche attraverso il comportamento evitante che, ponendo in essere l’antiscopo, impedisce all’individuo anche la possibilità di tentare.

Come dicevo, l’ansioso sociale si considera perdente partendo dalle proprie esperienze negative, quando nella realtà, quelle stesse esperienze sono il risultato di una condizione mentale dominata da stati emotivi che condizionano ragionamento e comportamento.

I pensieri negativi pervadono per intero questo scenario, fino a creare un habitat mentale inospitale verso le positività e il problem solving.

Quello del perdente è un sentimento di tristezza e di debolezza: la demoralizzazione, lo scoraggiamento, la rassegnazione, la frustrazione, il senso d’inutilità e di avvilimento, il senso di desolazione e di apatia, ne disegnano i confini.

Percependosi senza speranza, sente su di sé incombente il peso dell’impotenza.

Un ansioso sociale che si sente perdente ha, però, già alle proprie spalle, anni, in cui hanno dominato, nel paesaggio del proprio inconscio, definizioni del sé attinenti alle idee dell’inabilità sociale (… non ci so fare) e dell’incapacità nel fronteggiare efficacemente, e come soggetto sociale, eventi e situazioni (… sono un buono a nulla); talvolta, anche attinenti all’idea di una difettosità innata (… Sono tutto/a sbagliato/a).



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