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14 settembre 2016

La timidezza e la paura di recare disturbo


Il timore di essere inopportuni è uno di quei dilemmi che conducono le persone timide ad avere comportamenti evitanti.
Questa tipologia di paure crea molte interferenze nella creazione e nel mantenimento delle relazioni interpersonali. 

La sperimentano, quotidianamente, non solo gli individui timidi ma anche quelli afflitti dalle altre forme di ansia sociale come, ad esempio, i sociofobici.

Il timore di disturbare gli altri è, ovviamente, accompagnato anche da pensieri previsionali negativi. Anzi, spesso, tale paura, più che essere una emozione, è un pensiero previsionale camuffato.

Sappiamo che dai pensieri previsionali scaturiscono, poi, le dinamiche cognitive e le scelte che conducono all’ antiscopo.

Le previsioni si manifestano nella forma verbale, e anche attraverso immagini e flash mentali, istantanee che rappresentano la reazione infastidita o irritata degli altri al tentativo di un approccio.

La persona timida, prima di interagire in una situazione verso la quale avverte disagio, si chiede se sia il caso di agire, se sia il momento giusto, se sia opportuna la sua partecipazione, se gli stimoli che vorrebbe apportare siano adeguati alla situazione, o alla cultura e mentalità degli astanti.



Benché l’obiettivo sociale sia l’interazione, egli è preoccupato soprattutto di sé rispetto agli altri e, conseguenzialmente, dal rapporto tra sé e gli altri.

In altre parole focalizza il pensiero su di sé, sulle sue presunte inadeguatezze, sull’essere meritevole di attenzione e accettazione sociale.

Il problema dell’accettazione è senz’altro un punto cruciale. 

L’ansioso sociale, che si pone il problema di essere inopportuno nell’interazione, vive il dolore della non appartenenza, sente di non appartenere ai gruppi o comunità cui aspira a esserne parte, oppure avverte un senso di precarietà dell’appartenenza.

Non si sente accettato e, nel tentativo di trovare spiegazione o soluzione a questa condizione, orienta la propria analisi verso una visione critica del sé.

Vengono alla luce le sue credenze di base limitanti: l’idea dell’essere sbagliati, di non essere interessanti o attraenti come persona, di non essere meritevoli.
I pensieri automatici negativi rappresentano tali credenze delle loro forme derivate.

“Sono una persona noiosa”; “penseranno - questa/o, adesso viene qua ad ammorbarci”; “si sentiranno sicuramente infastiditi”; “alla fine gli procurerò solo una rottura di palle”; “e se sono di disturbo?”; “Gli verrà da pensare - e questo/a, adesso che cavolo vuole?”; “Non sono una persona che ispiro interesse, danno solo fastidio”.

Naturalmente, il timore di essere giudicato negativamente, per il tentativo di interazione che il soggetto timido considera e pre-suppone inadeguato, è una emozione di sottofondo pressoché onnipresente.

Del resto, secondo la logica della persona timida, essere oggetto di un giudizio negativo implica l’esclusione sociale, quindi la non appartenenza, l’emarginazione, la solitudine.

Talvolta, l’idea e la paura di recare disturbo hanno origine in assunzioni e precetti, generalmente, di natura familiare o, comunque, di ambienti anassertivi.

La supposizione dell’inopportunità di un proprio comportamento orientato all’interazione interpersonale, non è considerata una semplice probabilità, una possibilità, essa acquisisce valore di certezza o di probabilità assai prossima all’effettiva realtà.

Si verifica, in pratica, una eccessiva sopravvalutazione del rischio tale da far considerare ogni altra ipotesi, del tutto inconsistente, una improbabilissima probabilità, un inutile esercizio teorico.

Come dicevo inizialmente, l’idea e la paura di recare disturbo ha, come epilogo inevitabile, il comportamento evitante in cui si consuma l’antiscopo.

Ancora una volta il primario timore della sofferenza induce, l’ansioso sociale, alla rinuncia dei propri scopi per perseguire la loro negazione. 

Purtroppo, l’evitamento della sofferenza produce, di per sé, la persistenza di una sofferenza di fondo.

Con spesso ho scritto, il comportamento evitante si configura anche come forma di conferma e rinforzo delle credenze disfunzionali.



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