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15 novembre 2016

Il problema dell’indecisione nella timidezza


Una delle peculiarità delle persone timide è l’indecisione. Nella mente del soggetto ansioso, l’indeterminazione nelle scelte e nelle decisioni, è spesso veicolata dall’idea dell’inopportunità.

La difficoltà nel trasformare una decisione in azione e, spesso, anche nell’attività stessa del decidere, viaggia parallelamente all’insicurezza

Giovanna Fabretti - indecisione
Appare molto evidente il collegamento a un problema di bassa autostima.

Tuttavia, l’indecisione può anche essere legata a una carenza di abilità nel problem solving o essere indotta dalla tendenza a ragionare sulle cose in termini di problema più che in termini di obiettivi o risultati; ciò comporta sicuramente uno stallo nel processo valutativo dovuta alla particolare focalizzazione sul problema.

Diversi sono i tipi di paura riscontrabili nella problematica dell’indecisione. Una diversità, ma anche una compresenza, che si presentano in funzione della tipologia delle credenze di base e degli schemi cognitivi attivati.


Maggiore è il livello di coinvolgimento del bisogno di appartenenza, maggiore è anche il timore del rifiuto, dell’essere oggetto di valutazioni negative altrui, di sbagliare.

In questi casi, nel pensiero della persona timida, sembra non giungere mai il momento giusto per affermare diritti, bisogni o sentimenti. In questa modalità sospesa, tali persone, perdono costantemente opportunità sociali, negli affetti e nel mondo del lavoro. In realtà non esistono momenti giusti ideali: ad esempio, in amore, ogni momento è quello buono per dire “ti amo”.

Nelle relazioni interpersonali in cui la gerarchia gioca un ruolo importante, al diminuire dell’autostima cresce il timore dell’essere incapace o anche inferiore agli altri; problema che si manifesta pure se ci si avvicina a un evento che presuppone una personale prestazione.

Possiamo, dunque, dire che il problema dell’accettazione e le idee su un sé inadeguato, costituiscono gli assi principali portanti dell’indecisione.

Dato che parliamo di timidezza, non è possibile ignorare il collegamento stretto esistente tra cognizione negativa del sé e il conflitto esistente tra gli elementi desiderio-intenzione-obiettivo e la decisione e/o l’azione.

Infatti, laddove l’idea dell’inadeguatezza del sé è preponderante, il timore dell’insuccesso è dominante. Così come, maggiore è il valore conferito all’oggetto dell’obiettivo, maggiore è anche l’intensità e l’incidenza della paura del mancato raggiungimento dello scopo e, soprattutto, degli effetti conseguenti.

L’indecisione è il luogo in cui il conflitto tra pensiero emotivo e pensiero razionale, tra inconsapevolezza e consapevolezza, si risolve nell’apparente indeterminazione e nella concretezza della negatività che finisce con l’esprimersi, in via definitiva, col comportamento procrastinatore.

La procrastinazione, infatti, sembra essere il comportamento esplicito, non solo in termini di azione ma anche in termini mentali, dell’indecisione.

Di fatto, nella difficoltà del decidere, si sceglie di non decidere rinviando a posteriori ogni soluzione ufficiale e innescando un processo circolare dell’indeterminazione.

L’individuo timido è, generalmente, cosciente della propria abituale indecisione e ne soffre conferendole, a torto, un ruolo causale della personale condizione, inconsapevole com’ è, delle origini cognitive più profonde che conducono a tale stato di sospensione. 

La sofferenza nel percepirsi indeciso si misura anche nello sprezzante giudizio autocritico che è un’altra tendenza deleteria presente in quasi tutte le forme di ansia sociale. 

L’indecisione, valutata dai soggetti timidi, assume anche i connotati di un tratto distintivo del carattere che definisce il sé come ente fallimentare.

Possiamo proprio dire che non c’è pace nella timidezza.



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