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7 novembre 2016

Timidezza e bisogno di appartenenza sociale

Tutti sappiamo che l’essere umano è un animale gregario. L’essere parte di un gruppo, di una comunità, di un nucleo ristretto come la famiglia, è vissuto, e sentito, come bisogno primario, come necessità esistenziale. Non a caso l’appartenenza sociale è un fattore fondamentale dell’equilibrio psichico di ogni individuo. Sin dagli albori l’aggregazione ha costituito la forma economica del vivere, favorendo la ripartizione dei compiti.

Jean Michel Basquiat - autoritratto
Ogni individuo è impegnato costantemente, nella propria vita, a essere accettato, benvoluto, rispettato. In funzione di questi obiettivi egli prova a mostrare il meglio di sé, cercando sempre di porre in evidenza le personali qualità positive.

La società umana si è tanto articolata, divenendo sempre più complessa, da sottoporre il livello di socialità a un insieme di modelli culturali e comportamentali che presuppongono il possesso di abilità sociali e la capacità di adattamento.

L’adattabilità sociale dell’uomo è paragonabile, anzi, direi parallela, alla capacità di adattamento delle forme di vita all’ambiente in cui vivono. 

Nel mondo animale e vegetale il mancato adattamento ambientale costituisce il fattore di estinzione o di morte; nei sistemi di aggregazione sociale dell’uomo, ma anche in altre specie animali, fa la differenza tra l’essere che si riproduce e produce e quello che resta ai margini della vita affettiva e materiale, e privato di quella sessuale e riproduttiva.

Le ansie sociali si caratterizzano per l’essere causali della difficoltà di adattamento sociale

La solitudine, la subalternità passiva negli ambienti lavorativi e altri aspetti della marginalità sociale sono le conseguenze di tali difficoltà.

In molte delle forme delle ansie sociali i problemi di inclusione, i ripetuti insuccessi nei tentativi di inserimento, inducono queste persone a uno stile di vita oltremodo ritirato.

In questi casi non si può parlare propriamente di asocialità, in quanto questa presuppone una decisa scelta incondizionata, una insensibilità e disinteresse verso il mondo degli altri. Al contrario, le persone timide aspirano profondamente ad avere una vita sociale soddisfacente.

L’ansioso sociale guarda gli altri divincolarsi e operare agevolmente nell’insieme dei modelli comportamentali ricavando una efficace vita relazionale; talvolta, li trasforma in riferimenti idealizzati; confronta queste abilità e questi successi con la propria condizione; misura sé stesso in relazione ai successi altrui e soffre per la discrepanza tra il sé ideale e il sé reale.

Non riuscendo a inserirsi, come vorrebbe, nei contesti sociali cui mira, la persona timida avverte la propria, come una appartenenza precaria, in bilico tra la solitudine assoluta e la marginalità. Spesso si sente del tutto fuori. 

Il suo, è il dolore della non appartenenza.

Questa sofferenza latente, ma che spesso ritroviamo espressa nelle opere d’arte, si trasforma in una sorta di prigione mentale. 

L’ansioso sociale valuta i propri insuccessi come manifestazione esplicita di una propria incapacità strutturale, persino innata.

Un’idea di inadeguatezza che pervade il giudizio di sé e, spesso, estesa alla persona nella propria interezza.

In realtà, le cause sono da ricercare nella formazione di cognizioni di base che descrivono, il sé, in maniera emotiva e non oggettiva. 

Ma ciò basta perché si sviluppino interi processi cognitivi nel segno della negatività del sé, si formino credenze derivate e metacognizioni che irrigidiscono ancora di più la duttilità e le capacità interpretative e operative del ragionamento. Il risultato è un condizionamento pervasivo che coinvolge emozioni e comportamenti.

La mancata soddisfazione del bisogno di appartenenza spinge, ancor più, gli ansiosi sociali a un ulteriore declassamento e sottovalutazione delle proprie prerogative e capacità, favorendo il perpetuarsi dell’insorgenza dell’inibizione ansiogena nelle interazioni sociali o l’attuazione di comportamenti evitanti. 
Il crollo dell’autostima ne è una conseguenza diretta.


Nell’osservare la propria inefficacia nell’interazione interpersonale, la personale condizione di marginalità sociale e di solitudine, il soggetto timido attribuisce a sé stesso il ruolo causale negli insuccessi, e così, si fa sempre più strada la conferma dell’idea del fallimento come prerogativa globale della propria persona.


3 commenti:

  1. Nel mondo animale l isolamento il più delle volte,se si tratta di animali gregari, porta alla morte.Nella società umana attuale non adattarsi,porta all isolamento e alla privazione della capacità riproduttiva,come vuole la legge di natura.Anche se a mio avviso il parallelo non è azzeccato al 100%,in natura contano altre capacità,la forza,l'intelligenza e l'astuzia ad esempio,che non vengono premiate invece nella società umana quanto viene premiato il conformismo,di gran lunga la caratteristica che segna la differenza tra inclusione ed esclusione.Altrimenti sarebbe come dire,che nella società,solo gli individui sani robusti e intelligenti si riproducono,il che è completamente falso.
    In tedesco esiste una parola,Einzelgänger,traducibile come solitario,letteralmente "chi va da solo",o "chi cammina da solo".Io sento di appartenere a questa condizione,sicuramente aiutata anche dalla timidezza,ma sento che c'è anche altro.Il sentirsi estranei rispetto agli altri,rispetto ai valori comuni del gruppo,rispetto a determinate concezioni del mondo non può ricondursi a mio parere solo alla timidezza.Il non riuscire a integrarsi,le scene mute in contesti sociali possono essere causate anche da divergenze di interessi,oppure da una Weltanschauung radicalmente differente,che aumenta le distanze e che contribuisce a far si che l individuo "che cammina solo" si rinchiuda nella sua sfera "autarchica",cercando di sopravvivere con ciò che ha.Lei non crede sia plausibile considerare come causa dell isolamento oltre a fattori psicologici anche fattori sociali,economici e filosofici?Oppure una persona come me,deve considerare la sua non rosea condizione sociale esclusivamente dovuta alle sue scarse,o poco esercitate abilità sociali?

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    1. PARTE 1

      Grazie per il tuo contributo e permettimi di dissentire dalle tue tesi in modo netto. Il tuo, a mio parere, non è un pensiero razionale ma moralista, perciò non oggettivo. Affermi: “in natura contano altre capacità, la forza, l'intelligenza e l'astuzia ad esempio, che non vengono premiate invece nella società umana”. Le capacità che elenchi sono fondamentali anche oggi nel mondo degli uomini. L’intelligenza è sostanzialmente la capacità di utilizzare i mezzi disponibili, propri ed esterni, per adattarsi alla realtà contingente con efficacia, in tal senso, adeguarsi al conformismo può essere considerato ampiamente un atto intelligente, se questo, produce il raggiungimento dei propri scopi, e per lo stesso motivo è anche astuto. Non a caso, il termine “astuzia” è anche sinonimo di intelligenza.
      Pensando in modo moralista, stai guardando il conformismo in chiave negativa, escludendo del tutto altri aspetti che non possono essere definiti negativi. Innanzi tutto, poi, andrebbe anche stabilito cosa sia l’essere conformista: rispetto a cosa, si è conformista? Se non ti vuoi “allineare” ai valori del gruppo, non sei conforme rispetto al gruppo, ma lo sei rispetto ai “non allineati”.
      Le parole sono importanti perché hanno implicazioni proprie che determinano una pluralità di significati e conseguenze. Affermi: “Il sentirsi estranei rispetto agli altri, rispetto ai valori comuni del gruppo, rispetto a determinate concezioni del mondo non può ricondursi a mio parere solo alla timidezza”. Se non condividi alcune concezioni del mondo, non sei propriamente “estraneo” al gruppo, sei solo dissidente rispetto al gruppo.
      Io, personalmente, sono un dissidente “operante”, tuttavia, nessun gruppo mi esclude e, anzi, sono molto apprezzato per il mio spirito libero. Come la mettiamo?
      La tua tesi può aver senso solo in gruppi che sono espressione di sottocultura, gruppi fatta da gente che, di per sé, è già fuori, gruppi fatta da esclusi.
      Ma se sono gruppi espressione di sottocultura, che ci guadagni a essere accettato nel loro interno?
      Scrivi: “Il non riuscire a integrarsi, le scene mute in contesti sociali possono essere causate anche da divergenze di interessi…”
      La comunicazione tra le persone ha una pluralità di funzioni, ma pare che tu colga solo l’aspetto, forse, meno importante. Comunicare significa, in primo luogo, dichiarare la propria volontà, intenzione, disponibilità e desiderio a interagire con gli interlocutori che si ha dinanzi, a creare “relazione” e a mantenerla in vita. In secondo luogo, la comunicazione è a prescindere dai tuoi silenzi, tu comunichi già per il semplice fatto di essere presente, perché anche il comportamento, in sé, è comunicazione.
      Se non ti riesce di essere interessato agli interessi altrui, non sono gli altri che ti escludono, sei tu che ti autoescludi perché, nei fatti e al di là dello sciorinamento di paroloni e principi, non ti riesce di accettare la diversità altrui. A mio avviso, questa è la nuda realtà di cui dovresti prendere atto senza rinchiuderti in una sterile auto difesa o auto giustificazione che serve solo a rafforzare il tuo essere un ansioso sociale. Ma, attenzione, prendere atto di ciò, non deve essere occasione per esprimere un giudizio su te stesso o sugli altri: nel momento in cui esprimi un giudizio, perdi il contatto con l’oggettività delle cose, aderenza con la realtà, e precipiti nella tua condizione interiore di sofferenza.
      “Il non riuscire a integrarsi, le scene mute in contesti sociali” possono essere il segno di una carenza di abilità sociali che non si sono apprese (le cause sono spesso familiari) o non a sufficienza. Tuttavia, le abilità sociali non sono innate, si possono sempre apprendere e, dunque, sei ancora in tempo e hai le capacità per farlo.
      Le differenze possono sempre essere tramutate in occasioni di scoperta del mondo fuori da sé, di ciò che è altro da te. Anche le modalità per farlo si possono apprendere.

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    2. PARTE 2

      Scrivi: “Lei non crede sia plausibile considerare come causa dell’isolamento oltre a fattori psicologici anche fattori sociali, economici e filosofici?”.

      Certamente, i fattori sociali incidono, ma nella misura in cui, conferisci a essi una importanza, un valore che prescinde quello reale: È la tua interpretazione dei fatti (degli eventi, delle situazioni, dei comportamenti) e il rapporto con le tue esperienze interne, con te stesso e di te stesso nel rapporto col mondo esterno, che gli conferiscono potere e significati. È chiaro che se trovi difficoltà a inserirti la conseguenza comportamentale appare, per l’ansioso, necessariamente il ritiro sociale. Da lì in poi, è solo un continuo teorizzare la ragioni del proprio ritiro, come fai tu: alcuni studiosi chiamano il cercare da soli il razionale della propria condizione, “teorie naif”. Riguardo i fattori economici, anche incidono ma sempre nella misura in cui senti ridurre il tuo valore: eppure ci sono persone che si accoppiano, si fidanzano, si sposano e fanno figli pur essendo in una condizione di disoccupazione e persino di povertà, e ne conosco un bel po’ di questi casi: direi che la condizione economica, in quanto tale, è solo un fattore che induce a interpretare la propria condizione di disagiato sociale in modo esageratamente negativa.
      La tua condizione di ansioso sociale sta solo nella tua mente, è la tua dimensione cognitiva a trasformare o considerare i fattori sociali ed economici come problemi causali. Tuttavia puoi anche incontrare persone che ti escludono per la tua condizione economica, ma direi che, in tal caso, il problema ce l’hanno loro e tu non ci perdi gran ché, però non puoi trasformare specifici casi in una regola generale o generalizzante. I fattori filosofici li escludo del tutto.

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