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2 novembre 2016

Timidezza: Vergognarsi di stare da soli


La vergogna sussiste, se presuppone una valutazione giudicante. Si attiva nel momento in cui si ritiene, o si percepisce, di aver superato il limite della costumatezza o del contegno dignitoso. 

Edvard Munch - Model by the Wicker Chair
Ha, dunque, a che fare con l’idea della trasgressione di regole, ma queste non sono necessariamente quelle comuni nell’ambiente sociale cui ci si riferisce, infatti, possono essere espressione dell’autoconsapevolezza di essere soggetto sociale, oppure di valori cui il singolo individuo conferisce significativa validità in relazione al proprio essere sociale.

Spesso la vergogna fa riferimento a precetti e motti familiari o di un ristretto gruppo sociale. In questi casi possiamo trovarci di fronte a concetti disfunzionali estesi.

Si comprenderà, da quanto ho enunciato, che la vergogna è una emozione sociale.


La valutazione giudicante può, quindi, essere riferita agli altri oppure verso sé stessi.

Nella timidezza la vergogna è, innanzitutto, un sentimento che nasce dalla valutazione negativa di un proprio comportamento o persino di un proprio pensiero. 

In pratica la persona timida, che avverte questa emozione, ha già espresso un giudizio negativo su sé stessa. E ciò a prescindere dai possibili giudizi altrui.

Nei fatti, trasferisce il giudizio negativo sulla propria persona nella previsione di valutazioni altrui.

Quando ci troviamo di fronte alla vergogna di stare da soli, entrano in gioco anche due fattori importanti, il bisogno di appartenenza sociale e dell’assegnazione di valore alla propria persona. Elementi strettamente connessi tra loro.

Il bisogno di appartenenza è insito nella natura umana, non a caso, ciascuno di noi prova a dare sempre (o quasi) una buona immagine di sé, e ciò proprio in funzione dell’essere socialmente accettati. Il riconoscimento del proprio valore come persona va oltre la semplice accettazione, poiché conferisce il potere di una appartenenza sociale attiva, il conferimento di un ruolo, l’apprezzamento, l’essere considerati persona attraente.

Tuttavia, una persona socialmente inclusa non disdegna l’idea di stare da sola perché ha fiducia nei propri mezzi e nel proprio ruolo sociale.

Nella timidezza il discorso cambia radicalmente. 

Il soggetto timido avverte un profondo senso di precarietà dell’appartenenza e, in alcuni casi, sente di non appartenere affatto. Inoltre, data la natura cognitiva della timidezza, per cui diventano dominanti le credenze negative sul sé, l’individuo timido tende ad avere una bassa autostima e, quindi, a conferire scarso valore alla propria persona.

Star da sola significa, per la persona timida, apparire senza valore e senza appartenenza. Tali mancanze sono, sovente, associate all’ idea di colpa. I soggetti timidi conferiscono a sé stessi la colpevolezza della propria condizione per la presunta inadeguatezza personale.

Anche se a livello cosciente non emerge, nei meandri inconsci della mente, passa un concetto spartano: Se si è colpevoli, se non si ha valore, si ha tradito le attese proprie e quelle degli altri. Non va dimenticato che nella società contemporanea i modelli positivi veicolati trasmettono l’immagine di persone socialmente ben inseriti e vincenti: non corrispondervi significa trasgredire una norma.

La vergogna dello star da soli comporta anche un’altra emozione, anch’essa pregnante di significato, l’umiliazione. 

Questa è al tempo stesso conseguenza del senso di colpa e dell’idea di essere senza valore. 

La persona che è da sola negli spazi pubblici, vive la mancata corrispondenza della realtà personale all’idea desiderata del sé, avverte la vergogna dell’umiliazione, della non appartenenza, del fallimento, dinanzi a tutti.




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