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5 dicembre 2016

Preoccupazione e rimuginìo


Benché possano sembrare l’uno sinonimo dell’altra, la preoccupazione e il rimuginìo hanno caratteristiche ben diverse. 

antony williams - kelly in profile
La preoccupazione è uno stile metacognitivo collegato all’emozione della paura; il rimuginìo, che pure è uno stile metacognitivo, è la reiterazione prolungata di un pensiero, o serie di pensieri, incentrati sulla previsione di effetti futuri, cioè riguarda fatti non ancora accaduti.

Generalmente, gli ansiosi sociali li valutano in modo conflittuale, da una parte, come pratiche utili alla soluzione di un problema, dall’altra come una dannazione da cui non ci si riesce di liberare.

Nella normalità, preoccupazione e rimuginìo sono di breve durata ed effettivamente sono utili per predisporsi verso la soluzione di problemi, invece, nelle ansie sociali, queste sono di durata prolungata e possono ripetersi anche più volte nel corso di uno o più giorni.


Il rimuginìo del soggetto timido tende ad essere ossessivo. Il pensiero, spesso in forma di immagini, si blocca sull’oggetto della preoccupazione, su una scena fissa, su un unico “fotogramma”, a volte sembra quasi un disco rotto in cui il pensiero si ferma e si ripete in continuazione sempre sulla stessa previsione legato e costantemente a uno stesso istante.

Mentre, dunque il rimuginìo è legato al futuro e, più precisamente, al verificarsi di un pericolo considerato certo o quasi, la preoccupazione tende ad operare a tutto campo.

Il legame esistente tra questi due stili metacognitivi preoccupazione e è dato dal fatto che il rimuginìo ripropone ripetutamente la previsione del rischio di un danno che è prossimo ad avverarsi. 

Nel momento che questi pensieri previsionali negativi si impongono in modo incombente, si verifica anche l’annullamento della differenza tra possibilità e probabilità, tanto che questi due concetti finiscono con il coincidere con la “certezza emotiva”.

È chiaro che una previsione negativa vissuta come inevitabile esito degli eventi, genera la paura di un imminente insuccesso, una sicura catastrofe, la perdita della faccia, una brutta figura che lascia un marchio indelebile, il giudizio negativo degli altri.

La preoccupazione è la paura che possa accadere qualcosa di brutto, che produce sofferenza.

Il timore della sofferenza è il leitmotiv che muove tutte le emozioni negative: gli ansiosi sociali attuano tutte le loro pratiche comportamentali e di pensiero finalizzati all’antiscopo, cioè a rinunciare al raggiungimento degli obiettivi per evitare una sofferenza considerata insopportabile.

Le persone timide si preoccupano e proiettano nel futuro tale preoccupazione attraverso il rimuginìo. 

Come ho già accennato, esse concentrano il proprio pensiero sull’esistenza del rischio come fosse già una realtà verificata. L’immanenza del pericolo così percepito innesca l’escalation di un processo cognitivo circolare che fa permanere in un continuo stato di preoccupazione e, a quel punto, il rimuginìo diventa pervasivo e ossessivo.

L’ansioso sociale, generalmente, si rende conto della situazione di stallo in cui viene a trovarsi. Così vive rimuginìo e preoccupazione come una condanna di cui vorrebbe liberarsene ma, al tempo stesso, non riesce ad abbandonare queste prassi metacognitive poiché conferisce ad esse anche valore strategico.

Talvolta prova a reprimere queste consuetudini e, ovviamente, non solo non vi riesce, ma si ritrova a fare i conti con il loro ripresentarsi ancora più ossessivi.
Come ho più volte detto i tentativi di reprimere i pensieri ottengono sempre il risultato opposto.

Quando preoccupazione rimuginìo sono diventati prassi, nel comportamento mentale di una persona, queste si radicalizzano e diventano automatiche. Preoccuparsi e rimuginare diventano usi che non si riescono ad evitare e a controllare.





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