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30 maggio 2017

La timidezza e il sentirsi al centro dell’attenzione


Tina quando deve mangiare nella mensa dell’Università si sente tutti gli occhi addosso, comincia a sentirsi goffa, impacciata, ridicola, stupida. Alberto quando dice qualcosa tra amici o anche in un generico gruppo di persone, si sente come al centro di un’arena. Serena e Mario evitano qualsiasi tipo di comportamento per il terrore di sentirsi al centro dell’attenzione altrui. Alessia e Michele, quando vanno in discoteca, se ne stanno in un cantuccio perché se dovessero mettersi a ballare si sentirebbero come delle prime dive in negativo.

Laslo Iera - vergogna
Le persone timide temono gli sguardi indiscreti degli altri. 

Spesso si sentono osservate ovunque e qualsiasi cosa facciano.

È come esporre la propria nudità a un pubblico vorace in cui ogni spettatore è munito di una cassetta di pomodori marci, smanioso di spiaccicarli sulle fattezze carnose della vittima di turno.

La timidezza è, spesso, definita come un disagio sociale che si manifesta quando ci si sente sottoposti al giudizio altrui.

Sentire di essere al centro dell’attenzione è come sostenere un duro esame il cui esito negativo è dato per scontato; equivale a sentirsi alla mercé degli altri.

Gli altri fanno paura nella misura in cui assumono il ruolo di giudice, fanno valutazioni meritocratiche, decidono sulle qualità negative dell’osservato.


Quando si sente punto focale dell’attenzione, il soggetto timido percepisce la propria nudità dirigendo l’attenzione su sé stesso in varie direzioni: il corpo, il comportamento, l’interiorità, le personali qualità.

Il timore del giudizio degli altri è, in ultima analisi, la paura o la percezione di una propria inadeguatezza non accettabile socialmente. 

Il giudizio, pertanto, suona come una condanna all’isolamento, alla solitudine, all’essere rifiutati, all’essere emarginati: in breve, alla non appartenenza.

Ritenere di trovarsi al centro dell’attenzione altrui significa essere esposti alla lente d’ingrandimento. 

Tuttavia la nudità che la persona timida percepisce di sé corrisponde a ciò che essa stessa proietta come propria immagine riflessa negli altri. 

Teme che gli altri esprimano un giudizio su qualità negative che è convinta di avere. Teme che le sue inadeguatezze si rivelano agli altri in tutta la loro negatività.

Incapacità, inabilità, inamabilità, difettosità, minorità, inferiorità, sono gli elementi concettuali che concorrono alla descrizione del sé quando la timidezza fa capolino nelle situazioni sociali.

Se, apparentemente, l’individuo timido in questi frangenti pare orientare la propria attenzione rivolta all’esterno, nella realtà, la sua focalizzazione è tutta centrata sulla propria persona, sulle proprie inadeguatezze, sul senso di vergogna e di colpevolezza, sul giudizio negativo che emette di sé stesso.

Potremmo descriverlo così: io temo che gli altri pensino ciò che io penso di me.

Le credenze negative di base del sé, sottostanti al disagio che si prova nel sentirsi al centro dell’attenzione altrui, fanno capolino alla coscienza della persona timida in forme “derivate”. 

L’idea d’inadeguatezza si manifesta soprattutto in forma di timore, del “sentire che…”, del sentirsi in un certo modo, in una immagine mentale che descrive, come un’istantanea, l’esplicitarsi dell’inadeguatezza nella circostanza che sta valutando.

Eppure, nel momento topico, tutto questo gioco di idee sul sé e sugli altri, non sono considerati dalla persona timida come eventi mentali, bensì percepite, in quel momento, come qualcosa di concreto.

Il giudizio negativo degli altri è pura ipotesi, suggestione mentale. D’altro canto, se si avesse il potere di leggere nella mente altrui non saremmo umani, ma Dei.

Allo stesso modo, la descrizione del sé che subentra nei flussi mentali di quei momenti sono espressione di un pensiero emotivo piuttosto che di uno razionale.

In queste circostanze la soggettività valutativa emotiva prende il sopravvento sull’oggettività dei fatti: in questi casi, la verità non è più in ciò che è ma in ciò che si teme che sia.




2 commenti:

  1. Bene, quindi queste sono le cause o meglio la spiegazione del meccanismo... ma la soluzione al problema qual è?

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    1. Carissimo/a. Non esiste una soluzione adatta a tutti, ma percorsi verso il cambiamento che vanno calati nella realtà del singolo individuo. Si tratta di percorsi che includono interventi di tipo cognitivo, metacognitivo e comportamentale. Tre livelli di intervento che vanno “costruiti” come un vestito. Ciò perché ogni forma di ansia sociale (quindi anche ogni forma di timidezza) è soggettiva e, quindi, cambia da persona a persona.
      Come si combinano le idee del sé che hai tu su te stesso/a? Come usi le tue metacognizioni? Quali sono i tuoi comportamenti sociali o in relazione a essi?
      C’è la tua soggettività che appartiene solo a te, ma non ad altri.
      Soprattutto, il percorso di cambiamento non è una cosa rapida e nemmeno semplice. Se pensi che possa darti soluzioni con un articolo, direi che non hai afferrato la complessità del problema.
      La mission di questo blog non è darti soluzioni, cosa che non sarebbe possibile concretizzare, ma darti l’opportunità di cominciare a prendere consapevolezza delle dinamiche psichiche che si attivano nella tua mente.
      E ti garantisco che senza questa consapevolezza, non è possibile alcun cambiamento.
      Il resto è un lavoro che va fatto avendo un mentore, una guida esperta che ti accompagna nel processo di cambiamento. Anche perché bisogna procedere adottando tecniche e tattiche adeguate e specifiche.
      Puoi farlo con un psicoterapeuta, possibilmente a indirizzo cognitivo comportamentale, oppure, sempre con lo stesso indirizzo, con un coach psicologico, o in ultima analisi con un buon manuale per l’ansia sociale, ma sempre a indirizzo cognitivo comportamentale.
      http://www.addio-timidezza.com/2011/03/la-psicoterapia-cognitivo.html (caratteristiche della psicoterapia cognitivo comportamentale )
      http://www.addio-timidezza.com/2011/03/la-psicoterapia-cognitivo_28.html (come si snoda la psicoterapia cognitivo comportamentale)
      Ciao

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Grazie per il commento